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Le “fake news” non sono nate con Facebook. Esistono da quando esiste la storia. E alcune sono diventate talmente comode, morali e semplici che sono entrate nei manuali, nei film, nel senso comune. Durano secoli, a volte millenni. Perché un colpevole con un nome fa sempre più presa di un processo lento e anonimo fatto di incuria, debiti e indifferenza.
Basta guardare alcune delle immagini che abbiamo in testa e che continuiamo a replicare. Nerone sulla terrazza che suona la lira mentre Roma brucia. È una scena scolpita nell’immaginario, ma non può essersi verificata perché l’imperatore era ad Anzio. Tornò subito, aprì i palazzi ai senzatetto, organizzò i soccorsi e pagò la ricostruzione di tasca sua. Il “suonava la lira” fu propaganda del Senato, serviva ad addossargli la colpa e a giustificare le tasse.
Stesso discorso per il “vomitorium” romano, altra scena da film “storico”. Ci immaginiamo i ricchi che mangiavano fino a scoppiare, andavano in una stanza a vomitare e tornavano a tavola. In realtà il vomitorium non è una stanza. In latino vomere significa “rigettare, far uscire”. Erano i corridoi degli anfiteatri che “vomitavano” 50.000 persone in pochi minuti. L’equivoco nasce dai romanzi ottocenteschi.
Potremmo continuare. Galileo che dopo l’abiura mormora “eppur si muove”. Non fu torturato, non la disse mai, e stette agli arresti domiciliari in una villa. La frase compare un secolo dopo, inventata per trasformare il processo in simbolo di scienza contro fede. Napoleone basso e nervoso, con la mano sul panciotto per il mal di stomaco. Era alto 1.68m, la media dell’epoca, e quella era la posa classica dell’oratore romano. I britannici lo caricaturizzarono piccolo per sminuirlo. Maria Antonietta che davanti alla carestia liquida il popolo con un “che mangino brioches”. Non l’ha mai detto. Era un luogo comune aristocratico in circolazione da 50 anni, appiccicato a lei dai rivoluzionari per renderla odiosa. E Colombo, che nel 1492 parte per dimostrare che la Terra è tonda. Nel 1492 tutti i navigatori lo sapevano già da Eratostene. Il problema di Colombo era un altro: sbagliava i calcoli sulla circonferenza, e aveva ragione chi lo contestava.
Tra tutte, però, la più longeva è quella della Biblioteca di Alessandria bruciata da Cesare. “Il giorno in cui l’umanità perse tutto il sapere”. È la semplificazione che resiste meglio: un incendio, un cattivo, una tragedia universale.
Ma cosa dicono davvero le fonti? L’unico testimone è Cesare stesso. Nei Commentarii De Bello Civili, III, 112, scrive: “incendiai le navi nel porto… il fuoco si estese dalle navi agli arsenali e alla biblioteca”. Non parla di “Biblioteca di Alessandria”, parla di depositi. Dopo di lui Plutarco, nella Vita di Cesare, scrive che il fuoco distrusse la grande biblioteca e azzarda un numero: 40.000 rotoli. Da dove abbia preso la cifra non è dato sapere. Seneca riprende i “40.000 libri bruciati” e li definisce una perdita, ma non parla di Biblioteca. Dione Cassio racconta dell’incendio del porto e dei magazzini di grano e libri.
Da qui nasce tutto. Gli storici moderni si sono divisi. C’è chi ha trasformato l’episodio in sentenza. Barbara W. Tuchman lo cita come esempio di distruzione culturale in guerra. Roy MacLeod, curatore di The Library of Alexandria: Centre of Learning in the Ancient World, conclude che l’incendio cesariano fu “il primo grande colpo” alla Biblioteca. Manuel Fernández-Galiano mette Cesare tra i responsabili, insieme ai cristiani e agli arabi. Luciano Canfora, in La biblioteca scomparsa, è più prudente. Non dice “Cesare ha distrutto tutto”. Dice che Cesare bruciò i magazzini del porto con decine di migliaia di rotoli. Fu un danno gravissimo, ma non la fine. Smonta la leggenda, ma parte comunque da Cesare.
Dall’altra parte ci sono gli storici che smentiscono. Edward J. Watts spiega che la Biblioteca sopravvisse a Cesare di secoli e morì per declino progressivo. Lo storico egiziano Mostafa El-Abbadi, la massima autorità sull’argomento, è chiarissimo: ci fu l’incendio dei magazzini, non la distruzione della Biblioteca. La Biblioteca funzionava ancora nel II e III secolo d.C. Strabone la visita 20 anni dopo l’incendio. Claudio Tolomeo ci lavora nel 150 d.C. Nessuno storico serio oggi direbbe che Cesare entrò e diede fuoco alla sala di lettura. Direbbe che nel 48 a.C. un incendio partito dalle navi bruciò dei magazzini portuali con libri, e che le fonti antiche hanno poi fatto coincidere quei magazzini con la Biblioteca. È diventata colpa di Cesare per comodità narrativa.
E il quadro, del resto, non torna. Cesare non andò in Egitto per fare guerra. Ci finì dentro. Dopo Farsalo insegue Pompeo, lo trova già morto per mano di Tolomeo XIII che pensava di ingraziarsi Roma. Cesare resta perché l’Egitto gli deve soldi. Si mette in mezzo alla guerra tra Tolomeo e Cleopatra, dà ragione a lei e viene assediato nel palazzo con 4000 uomini. Per uscire brucia la flotta egizia nel porto. L’incendio si propaga ai magazzini. È una mossa militare difensiva, non un piano culturale. Poi arrivano i rinforzi, vince, mette Cleopatra sul trono e torna a Roma.
Farne un barbaro che odia i libri è assurdo. Cesare era filo-ellenico. Parlava greco come il latino, citava Euripide, si circondava di greci. Ammirava Alessandro Magno e aveva il suo stesso progetto: un impero universale. Alessandria era il gioiello di quell’impero. A Roma girava addirittura la voce che volesse spostare lì la capitale. Svetonio e Cicerone riportano l’accusa: “Cesare disprezza Roma, vuole Alessandria per i soldi, il grano e la cultura”. Non era vero, ma il fatto che funzionasse dimostra quanto fosse nota la sua ammirazione per la città. Quando mise Cleopatra sul trono non saccheggiò. Portò a Roma studiosi e astronomi. Il calendario Giuliano del 46 a.C. è opera di Sosigene, un alessandrino. Se avesse potuto, avrebbe messo la Biblioteca sotto il controllo diretto di Roma. Non l’avrebbe bruciata.
Allora come è morta davvero la Biblioteca? Non in un giorno, ma in 700 anni. La “Grande Biblioteca”, il Mouseion, non era nemmeno sul porto. Stava nel quartiere reale di Brucheion, vicino al palazzo. I magazzini del porto servivano proprio a quello: Alessandria era il più grande centro di smistamento di rotoli del Mediterraneo. Le navi arrivavano cariche di libri da tutto il mondo, venivano scaricati e catalogati e poi portati alla Biblioteca. Lì è preso fuoco. La Biblioteca è morta per una somma di cause: il declino dei Tolomei, i tagli ai fondi, la rarefazione degli studiosi, l’editto di Teodosio del 391 d.C. che chiuse il Serapeo, la “filiale” della Biblioteca, e infine la conquista araba del 642 d.C. La leggenda di Omar che fa bruciare i libri per mesi è nata secoli dopo ed è probabilmente falsa. Gli antichi hanno unito frettolosamente due cose: fuoco più libri uguale Biblioteca distrutta. E la formula è rimasta.
Questa stessa tendenza a semplificare la vediamo anche sui monumenti. Per secoli il Colosseo non è stato un simbolo, è stato una cava. Dopo 1000 anni di abbandono e terremoti le sue pietre erano a terra e già tagliate. Gratis. Papa Paolo II prese il travertino per Palazzo Venezia. Papa Urbano VIII Barberini nel 1632 tolse i bronzi del Pantheon per fare il baldacchino di San Pietro e i cannoni di Castel Sant’Angelo. Da qui il detto romano: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”. Quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini. Nel Foro le colonne finivano in calce. L’Arco di Costantino è fatto per un terzo con rilievi “riciclati” da Traiano e Marco Aurelio. Non era vandalismo, era economia. Nel Medioevo non esisteva il concetto di “monumento”. Quelle erano ottime pietre romane che davano prestigio a chi le riutilizzava. Il Colosseo che vediamo oggi manca del 60% del rivestimento proprio per questo. Paradossalmente, se non fosse stato usato come cava forse non esisterebbe più.
Alla fine le fake news storiche durano perché hanno tre ingredienti. Un cattivo comodo: Nerone, Cesare, Maria Antonietta, i preti medievali. Un nome, un volto, una responsabilità. Una morale semplice: scienza contro fede, popolo contro regina, forza contro burocrazia. E una citazione ad effetto: “eppur si muove”, “che mangino brioches”, “vomitorium”.
È molto più facile raccontare che un uomo cattivo ha bruciato tutto in un giorno, che non dire che la più grande biblioteca del mondo è morta in 700 anni per tagli di fondi, guerre civili, fanatismo religioso e semplice disinteresse. La storia preferisce le tragedie con un protagonista. La realtà è fatta di processi lenti, anonimi, noiosi.
Ecco perché Cesare resta il distruttore della Biblioteca. Ecco perché Nerone suona ancora la lira. Ecco perché continuiamo a ripetere frasi che non sono mai state dette. Non perché siano vere. Ma perché sono troppo belle per essere dimenticate.