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Ci sono scrittori che leggiamo per conoscere il tempo in cui sono vissuti. Ci sono scrittori ai quali ci rivolgiamo per la trama, per i personaggi, per la bellezza delle parole. E poi ci sono quelli i cui libri si aprono davanti a noi come uno specchio: più a lungo lo guardi, più diventa difficile capire dove finisca il personaggio e dove cominci il lettore.
A questa categoria appartiene Dostoevskij.
La sua Pietroburgo è ormai scomparsa, sono cambiate le strade, i vestiti, le abitudini, sono scomparse molte delle circostanze della sua epoca. Ma l’uomo che Dostoevskij ha portato sulle pagine dei suoi romanzi non è scomparso. È ancora solo, tormentato dalla domanda sul senso della vita, alla ricerca di una giustificazione per le proprie azioni, in rivolta contro il mondo, sofferente per l’umiliazione e, allo stesso tempo, capace di umiliare gli altri.
Per questo Dostoevskij ci appare moderno non nonostante il suo tempo, ma proprio perché non scriveva soltanto del suo tempo.
Scriveva delle malattie dell’anima umana.
E forse, ancora più precisamente, delle malattie della società che penetrano nell’individuo e poi cominciano a vivere dentro di lui.
Il romanzo come storia clinica
Leggendo Dostoevskij, a volte si dimentica di avere davanti un’opera letteraria.
Lo scrittore osserva l’essere umano con un’attenzione quasi spietata.
È come un medico che non si affretta a dare un nome alla malattia, ma ascolta a lungo il paziente: nota un movimento casuale, una pausa, uno sguardo, una parola interrotta, un improvviso scatto d’ira. Non gli interessa soltanto ciò che è accaduto, ma soprattutto capire perché sia stato possibile.
Raskol’nikov commette un omicidio, ma Dostoevskij non è interessato soltanto al crimine come evento. Lo interessa il terribile percorso attraverso il quale un uomo arriva a convincersi di avere il diritto di oltrepassare il limite imposto dal rispetto per un altro essere umano.
Stavrogin, Verchovenskij, Kirillov e gli altri personaggi de I demoni vivono in mezzo a idee che gradualmente smettono di essere semplici pensieri e diventano una forza capace di distruggere le vite umane.
L’uomo del sottosuolo ci parla della propria solitudine, ma dietro la sua solitudine si sente la voce di un’intera epoca: quella dell’uomo che pensa troppo e diventa sempre meno capace di vivere.
Dostoevskij non impone ai suoi personaggi una diagnosi dall’esterno.
Permette alla malattia di parlare con la loro stessa voce.
Ed è proprio questo a renderla più terribile.
La malattia comincia quando l’uomo smette di vedere l’uomo
Forse uno dei temi più profondi di Dostoevskij è la perdita dell’altro.
L’uomo comincia a considerare chi gli sta accanto come un mezzo, un ostacolo, una funzione, un numero, un oggetto al servizio della propria teoria.
È così che nasce Raskol’nikov.
La sua teoria divide gli uomini tra coloro che hanno il diritto di agire e coloro che devono obbedire. Ma prima ancora di commettere il delitto con la mano, egli lo commette con il pensiero: priva l’altro della sua inviolabilità.
Ed è qui che si trova la tragedia.
L’omicidio non è l’inizio della malattia, ma il suo ultimo sintomo, quello ormai visibile.
Prima c’erano la povertà, l’umiliazione, la solitudine, l’orgoglio, la dolorosa consapevolezza della propria presunta eccezionalità. C’erano le notti insonni e un pensiero che si trasformava sempre più insistentemente in una giustificazione.
Dostoevskij ci conduce nel cuore della malattia, là dove non è ancora possibile formulare una diagnosi definitiva.
Ci chiede:
In quale momento un pensiero diventa un crimine?
E ancora più terribilmente:
Può un uomo costruire una teoria che gli permetta di smettere di sentire il dolore dell’altro?
Anche i titoli di Dostoevskij sembrano diagnosi
Se osserviamo attentamente i titoli delle sue opere, possiamo notare una sorprendente ricorrenza.
«Delitto e castigo».
Non soltanto delitto. Non soltanto castigo.
Tra queste due parole è racchiusa un’intera vita umana. Il delitto si compie in un istante, mentre il castigo può cominciare molto prima del tribunale e continuare anche dopo. Penetra nell’animo dell’uomo e diventa la sua stessa prigione.
«Memorie dal sottosuolo».
Che cos’è il sottosuolo?
Non è soltanto il luogo in cui vive il protagonista. È una condizione dell’anima. L’uomo si ritira dal mondo perché non riesce a trovare il proprio posto in esso, e poi scopre che uscire da se stesso è ancora più difficile.
«I demoni».
Qui la malattia supera i confini dell’individuo. Si diffonde. Un uomo contagia un altro con un’idea, un’idea ne genera un’altra, e la società comincia a muoversi verso una direzione che nessuno è più capace di fermare.
«L’idiota».
Il titolo suona quasi come una condanna. È la società stessa a stabilire chi sia normale e chi non lo sia. E si scopre che un uomo capace di conservare compassione, sincerità e di non rispondere al male con altro male appare, in quel mondo, quasi come un estraneo.
In questi titoli c’è qualcosa che ricorda una storia clinica.
Una breve annotazione sulla prima pagina di una cartella medica, dietro la quale si nasconde un’intera esistenza.
Pietroburgo, la città in cui è difficile respirare
Dostoevskij percepisce lo spazio in modo particolare.
La sua Pietroburgo non è la città delle facciate monumentali. È la città delle scale, degli angoli, delle stanze soffocanti, delle osterie, dei cortili, della ristrettezza e del caldo. Una città nella quale l’uomo, letteralmente, non ha dove andare.
E questa ristrettezza diventa gradualmente ristrettezza dell’anima.
La stanza di Raskol’nikov sembra uno spazio dal quale è impossibile fuggire. Il sottosuolo del protagonista non è più soltanto un luogo, ma diventa un’estensione della sua coscienza.
In Dostoevskij, ciò che è esterno e ciò che è interno si riflettono continuamente.
L’uomo malato vive in uno spazio malato.
E, viceversa, lo spazio nel quale l’uomo vive stretto, affamato e impaurito finisce gradualmente per rendere malata anche la sua anima.
Per questo la dimensione sociale, in Dostoevskij, non esiste mai separatamente da quella morale.
La povertà non è soltanto mancanza di denaro.
È umiliazione.
La solitudine non è soltanto assenza di persone.
È l’impossibilità di essere ascoltati.
E la libertà non è semplicemente la possibilità di fare ciò che si vuole.
È la terribile responsabilità per ciò che l’uomo decide di fare della propria libertà.
La cosa più terribile non è il delitto, ma la sua giustificazione
Dostoevskij è particolarmente interessato alla capacità dell’essere umano di giustificare se stesso.
Un delitto può essere commesso in un momento di passione, di paura, di disperazione. Ma una teoria che autorizza il delitto in anticipo è più terribile dell’impulso stesso.
Perché allora il male riceve una spiegazione logica.
È proprio qui che Dostoevskij diventa straordinariamente moderno.
L’uomo vuole sempre credere di avere ragione. A volte lo desidera così intensamente da essere disposto, pur di difendere la propria verità, a smettere di ascoltare l’altro.
La storia dell’umanità conosce molti casi in cui prima nasce un’idea, poi l’uomo smette di essere considerato un essere umano e infine compare una giustificazione della violenza.
Dostoevskij vide questo pericolo molto prima di molte delle catastrofi del XX secolo.
Ne I demoni mostra come un’idea possa trasformarsi in una sorta di infezione spirituale: penetra nella coscienza, elimina i dubbi, distrugge la compassione e gradualmente comincia a chiedere delle vittime.
A questo punto non è più la malattia di un solo individuo.
È un’epidemia.
Ma il medico Dostoevskij non pronuncia una diagnosi senza speranza
Eppure sarebbe un errore vedere in Dostoevskij soltanto un cupo osservatore della natura umana.
Egli non mostra soltanto la caduta.
Cerca anche la possibilità del ritorno.
Per questo accanto a Raskol’nikov compare Sonja. Accanto alla disperazione compare la compassione. Accanto al delitto, la confessione della colpa. Accanto alla distruzione, la possibilità di una resurrezione morale.
Dostoevskij sembra dirci: un uomo può cadere così in basso da non riuscire più a vedere la strada del ritorno. Ma questo non significa che quella strada non esista.
La salvezza, per lui, non comincia da una teoria.
Non da una dimostrazione.
Non dalla vittoria in una discussione.
Comincia nel momento in cui l’uomo torna a essere capace di vedere l’altro.
Di vedere il suo dolore.
Di ascoltarlo.
Di riconoscere che davanti a lui non c’è un mezzo per raggiungere il proprio scopo, non un ostacolo, non un «estraneo», ma un essere umano come lui.
Ed è allora che diventa chiaro perché l’amore e la compassione abbiano, in Dostoevskij, un significato non sentimentale, ma quasi filosofico.
Restituiscono all’uomo la sua umanità.
Perché continuiamo a leggerlo oggi
Viviamo in un mondo diverso.
Eppure l’uomo può ancora ritrovarsi nel proprio «sottosuolo». Può ancora sentirsi escluso. Può ancora arrivare a odiare il mondo a causa della propria umiliazione. Può ancora cercare risposte semplici a domande complesse e, a volte, essere disposto a credere a chi promette di spiegare tutto attraverso un’unica idea.
Per questo, quando apriamo Dostoevskij, non incontriamo un XIX secolo conservato in un museo.
Incontriamo noi stessi, ma in una forma completamente spogliata.
E forse è proprio per questo che leggerlo può essere così difficile.
Dostoevskij non ci permette di rimanere semplici osservatori.
Ci costringe a chiederci:
Dove comincia, dentro di me, il mio personale sottosuolo?
Quali pensieri uso per giustificare me stesso?
Sono capace di vedere un essere umano nell’altro quando mi è antipatico, quando è più debole di me, quando pensa in modo diverso?
E infine:
La malattia della società non è forse la continuazione della malattia del singolo individuo?
La prima diagnosi
Dostoevskij non era un medico.
Eppure, forse proprio per questo, la metafora medica è così potente.
Non cura attraverso ricette già pronte. Costringe l’uomo a riconoscere da solo la propria malattia.
Non dice: «Ecco il colpevole».
Chiede: come siamo arrivati fino a questo punto?
Non dice: «Ecco il criminale».
Mostra un uomo che, passo dopo passo, si avvicina al crimine.
Non dice: «Ecco il folle».
Ci permette di ascoltare i suoi pensieri con una tale precisione che il lettore finisce per riconoscervi le proprie paure e le proprie contraddizioni.
Per questo i suoi romanzi possono essere letti come una sorta di storia clinica dell’umanità.
Ogni malattia ha i suoi sintomi.
Ognuna ha la propria storia.
E Dostoevskij cerca quasi sempre quel punto nel quale è ancora possibile tornare indietro.
Questa è la sua forza particolare: guarda nelle profondità più oscure dell’essere umano, ma non rinuncia all’uomo nemmeno là.
E forse la domanda più importante che ci lascia non è una diagnosi, ma una speranza:
se l’anima può ammalarsi, significa forse che può anche guarire?
Il prossimo articolo della serie: «Delitto e castigo: la malattia della società che comincia dall’umiliazione».