Articolo di Francesco Rizzo
Ci sono incontri che deviano, in maniera del tutto inaspettata e irreversibile, il corso di una vita intellettuale. Per chi scrive, sedersi in un’aula universitaria e ascoltare le lezioni di Patrizia Laspia ha rappresentato l’attraversamento di una soglia. Nelle sue parole, i testi classici smettevano improvvisamente di essere reliquie polverose da sezionare con il freddo bisturi della filologia accademica fine a se stessa, per rivelarsi organismi pulsanti, architetture concettuali vive e vibranti. Laspia non ci insegnava semplicemente a “leggere” Aristotele; ci insegnava ad abitarlo, a scendere nelle profondità della sua struttura teorica per rintracciare quell’insopprimibile anelito alla comprensione della natura che animava il pensiero greco. Oggi, a distanza di anni, ritrovo intatta quella stessa inesauribile forza vitale, quel medesimo rigore appassionato, nel suo ultimo, monumentale lavoro: Aristotele e la teoria dell’universo vivente, edito per i tipi della Palermo University Press (2026). Non è esagerato definire questo libro come l’opera di una vita, la magnifica summa di oltre quarant’anni di ricerche che, partendo dall’indagine sul linguaggio e sulla fonologia, approdano ora a una rilettura epocale della biologia e della cosmologia aristotelica.
La fine della “Impermeable Boundary Theory”
Il grande merito, il coraggio intellettuale di questo saggio, risiede in primo luogo nella sua vigorosa, implacabile e a mio avviso definitiva confutazione di un pregiudizio accademico ormai sclerotizzato. Da decenni, una certa vulgata esegetica – dominata nel mondo anglosassone e italiano da figure pur autorevoli come Andrea Falcon o Mario Vegetti – si ostina a dipingere Aristotele come il padre fondatore del “dipartimentalismo” moderno. In questa visione riduttiva, lo Stagirita avrebbe diviso il sapere in scompartimenti stagni, inaugurando l’era dei trattati specialistici isolati e impermeabili gli uni agli altri. È quella che Lindsay Judson, voce isolata presto ripresa da Laspia, ha battezzato “Impermeable Boundary Theory”. Secondo tale lettura, la biologia, la fisica, l’astronomia e la filosofia prima sarebbero mondi separati da confini invalicabili. Con la pazienza certosina del filologo e lo sguardo lungo del filosofo, la mia Maestra smantella pezzo per pezzo questa sovrastruttura anacronistica. Aristotele non è il primo scienziato
moderno, vittima della frammentazione del sapere; è, al contrario, “l’ultimo grande pensatore totale dell’antichità”. Egli si colloca orgogliosamente nel solco della tradizione ionica e della medicina ippocratica, discipline la cui vocazione era intrinsecamente olistica. Analizzando minuziosamente l’incipit del primo libro dei Meteorologica, Laspia ci dimostra che esso non è affatto il manifesto di una scienza isolata, bensì la mappa grandiosa di un unico, sterminato
programma di ricerca naturalistica. Un programma che fluisce senza interruzioni dalla teoria dei principi e del movimento celeste, scende attraverso gli elementi sublunari e i fenomeni meteorologici, per culminare nell’indagine su piante e animali. Non c’è frattura. Non c’è dipartimento. C’è solo l’immenso spettacolo della natura intesa come physis.
Come in cielo cosi in terra?
Al cuore pulsante del libro si fa spazio una tesi vertiginosa e di profondo fascino: l’universo aristotelico è un intero, un immenso organismo vivente. L’eresia (per l’accademia ortodossa) che Laspia propone è che non esista uno iato incolmabile, né una differenza di statuto radicale, tra la vita che pullula sotto il cielo della luna e l’eterna danza degli astri sopra di essa. La vita è una e una sola, ed essa si estende dalle più umili creature terrene fino all’intelligenza cosmica. In questo quadro, la biologia sublunare, lungi dall’essere una scienza minore, assume un ruolo euristico fondamentale. Noi abitiamo il mondo sublunare e, come esseri mortali, godiamo del privilegio dell’osservazione diretta (la “frequentazione familiare” o syntrophon) con gli altri animali. Questa familiarità ci fornisce la chiave di volta, il modello analogico per spingerci a teorizzare le forme di vita sopralunari, perfette e remote, di cui abbiamo scarsissime evidenze empiriche. “Quel che il Motore immobile è per il cosmo intero, il battito cardiaco è per il singolo
organismo animale”: questa straordinaria analogia, che trova la sua apoteosi nel De motu animalium, dimostra come la biologia e la cosmologia siano le due facce di una medesima, grandiosa indagine sul vivente.
“Non bisogna nutrire un infantile disgusto nello studio degli animali più infimi. In tutte le cose naturali c’è infatti qualcosa di meraviglioso: e come Eraclito si racconta dicesse agli stranieri che esitavano a entrare vedendolo vicino alla stufa: ‘coraggio, venite avanti: anche qui vi sono dei’.”
Rileggendo magistralmente il celebre “elogio della biologia” (De partibus animalium A 5), l’autrice ci svela l’intento profondamente anti-platonico di Aristotele. Se per Platone la verità e l’eternità abitavano un Altrove trascendente e incorporeo (le Idee), per Aristotele l’eternità è incarnata nella natura. Studiare la biologia, perfino la biologia degli insetti più sgradevoli, non è un ripiego empirico, ma un atto di altissima devozione filosofica, perché anche nel fango, anche nel calore pulsante di una creatura effimera, si manifesta l’intelligenza ordinatrice della vita. L’eterno è stato finalmente riportato sulla terra.
La grande Cenerentola
Se dovessi indicare l’aspetto più dirompente e filosoficamente fertile di quest’opera, punterei senza esitazione sui capitoli dedicati alla materia. Da sempre, la scolastica ci ha abituati a pensare alla materia aristotelica come a un principio passivo, inerte, oscuro; un mero ricettacolo potenziale in perenne attesa di essere attualizzato e “salvato” dalla Forma. Laspia ribalta completamente questa prospettiva, accusando l’esegesi tradizionale di aver sovrapposto la
visione platonica della chora (spazio informe e riottoso) al concetto aristotelico di materia (hyle). La materia aristotelica, nel mondo vivente, è l’oikeia hyle (la materia prima e propria). Essa non è un’inerte creta nelle mani di un demiurgo esterno, ma possiede in sé il proprio principio di movimento e di calore vitale. La vita stessa viene descritta dall’autrice attraverso la modernissima lente dell’auto-organizzazione (autopoiesi): l’organismo è un ciclo metabolico continuo in cui la forma non è un calco imposto dall’esterno, ma l’esito di un processo dinamico e termico interno alla materia stessa. La materia è madre, non nel senso passivo del termine, ma come matrice attiva, intelligente, che anela alla forma e la realizza attraverso il calore vitale e la nutrizione. È una visione immanentista, potente, che restituisce dignità ontologica alla carne, al sangue, ai processi fisiologici.
Siamo sempre a lezione
Arrivato all’ultima pagina di Aristotele e la teoria dell’universo vivente, ho provato la stessa vertigine intellettuale che provavo da studente. Patrizia Laspia non si è limitata a scrivere un saggio accademico ineccepibile; ha compiuto un atto d’amore nei confronti della filosofia e della natura. Ha difeso Aristotele dai suoi epigoni più riduzionisti, restituendocelo nella sua statura di “pensatore totale”. In un’epoca come la nostra, sempre più frammentata, iperspecializzata e orfana di visioni di sintesi, il magistero di Laspia ci ricorda che la conoscenza è un ecosistema interconnesso. Ci insegna che il linguaggio, la biologia, la fisica e la cosmologia sono dialetti di un’unica lingua: quella che la natura parla per rivelare se stessa. L’universo aristotelico di Patrizia Laspia è un universo che respira, pensa e vive. Ed è un onore e un privilegio inestimabile, oggi come ieri, poter imparare ad ascoltare quel respiro grazie alla guida sicura della propria, indimenticata Maestra.