Ci sono squarci ontologici nell’esistenza di fronte ai quali la filosofia deve deporre le sue armi concettuali e la teologia deve farsi ginocchio piegato, vertigine, silenzio. La scomparsa di Alfonso Cacciatore non è soltanto la perdita incalcolabile di un amico viscerale, di quel “Fofò” capace di slanci di umiltà e tenerezza disarmanti. È il venir meno di un asse portante del pensiero teologico contemporaneo, di un faro ermeneutico che ha saputo illuminare le zone d’ombra della nostra civiltà decadente. Oggi avverto l’imperativo morale e storico di balbettare brevemente qualcosa attraverso la parola scritta circa l’immensità della sua figura, affinché il suo lascito non venga disperso nell’oblio di un’epoca distratta dal divenire diabolico dei social, ma resti come pietra angolare per chiunque voglia ancora interrogarsi sul senso di Dio e dell’Uomo. Con l’anima e il cuore in frantumi per un amico che è tornato alla casa del padre.
Alfonso non è mai stato un teologo da scrivania, prigioniero delle astrattezze dei palazzi accademici. È stato un pensatore tellurico, carnale, un vero intellettuale che ha piegato la vertigine dell’indagine metafisica sulle piaghe purulente della storia, in perfetta coerenza con la sua appartenenza all’Ordine Francescano Secolare. Per lui, come amava ripetere, la carne di Cristo si toccava nella carne degli ultimi.
IL SINAI, AUSCHWITZ E IL VOLTO DELLA MEMORIA CONTADINA
Per comprendere l’architettura monumentale del pensiero di Alfonso, bisogna necessariamente tornare alle sue origini accademiche, a quei lavori di dissertazione che recano già, in nuce, tutta la sua dirompente visione del mondo. Nel 2003, presso la Pontificia Università Gregoriana, consegna alla storia una tesi in Teologia Fondamentale dal titolo paradigmatico: Joshua Abraham Heschel: tra la voce del Sinai e il silenzio di Auschwitz.


In quelle pagine, Alfonso compie un’operazione di rara audacia speculativa: reclama la “ri-giudaizzazione” della nostra fede a fronte della sua stanca “de-ellenizzazione”. Si accosta al genio ebraico del Novecento non con la presunzione confutatoria di un cristianesimo trionfante, ma con un “atteggiamento di ascolto simpatetico e di distanza critico-profetica”. Alfonso intuisce, prima e meglio di molti, che il pensiero non si muove in un sistema chiuso, ma lungo un’ellisse tesa tra due fuochi contrapposti. Da un lato il Sinai, il fuoco imperativo del roveto ardente e della Torah, la via della vita. Dall’altro Auschwitz, il fuoco dei forni crematori, “tracimante dai comignoli”, che inceneriva “la vita di ignare vittime di un odio folle e omicida”. E di fronte a questo abisso, Alfonso traccia la missione del credente: rifiutare la disperazione, divenire “pensatore religioso in azione” e consacrarsi alla più alta delle vocazioni, “umanizzare l’uomo”, ricordandogli di essere, sempre e inesorabilmente, immagine di Dio. Sulla prima pagina di quel capolavoro, vergata a mano, campeggia una dedica: “A p. Stefano affettuosamente Fofò”. Quel “Fofò” racchiudeva l’uomo: la grandezza dell’intelletto che si fa piccolo, umile, prossimo. Ma la vertigine celeste di Alfonso affondava le radici nella terra più aspra. Nell’Anno Accademico 2003/2004, presso l’Università “Tor Vergata”, compie un magistrale scavo di antropologia filosofica con la tesi: Il Volto della memoria. Una lettura antropologica dell’opera pittorica di Gianbecchina. Come scrisse lui stesso citando Shalom Aleichem e Tornando alla fiera, i sentimenti di speranza del mercante evocavano la sua fanciullezza nei “paesi agricoli di Sicilia”, legata indissolubilmente “alla sagra paesana e alla festa del santo patrono”. Alfonso sapeva che la grande teologia non può prescindere dal volto rugoso dei nostri contadini, da quell’etica rurale, fiera e rassegnata, che ha forgiato il nostro popolo.
LA TEOLOGIA DELLA PIETÀ POPOLARE IN “AMARA È LA FESTA”

Questo indissolubile legame con la civiltà e l’ethos del suo popolo trova la sua massima espressione nel volume Amara è la festa. Il popolo e la sua pietà nella Settimana Santa e nella Pasqua… ( edito per Il Pozzo di Giacobbe nel 2023). Un’opera germogliata dal dialogo con l’allora Arcivescovo Cardinale Francesco Montenegro, che lo esortò a storicizzare la pietà popolare agrigentina. In questo testo, Alfonso compie un atto d’amore verso la sua Aragona. Il titolo stesso è un omaggio viscerale alle sue radici: “Amara è la festa” è infatti un verso di una poesia scritta da suo padre, Salvatore Cacciatore, dedicata proprio al Venerdì Santo. Alfonso scava per quattro secoli nei documenti storici, dall’introduzione nel 1719 della festa della Madonna del Rosario, tracciando le tre settimane che compongono la densa Pasqua aragonese. Ma, da par suo, non si limita al resoconto folcloristico o alla tradizione culinaria e canora. Egli eleva la festa a categoria ontologica: il popolo di Aragona, piegato dalle fatiche e dalla storia, si riconosce totalmente nell'”eccidio di un innocente che è Gesù”, facendone “cifra della sua esistenza”. La via crucis del Cristo diventa lo specchio e il riscatto della fatica della povera gente.
L’OLOCAUSTO DELL’ACQUA. LA SVOLTA DI LAMPEDUSA
Se la riflessione teologica di Alfonso avesse un centro di gravità assoluto, quello sarebbe inequivocabilmente Lampedusa. Il suo impegno teologico e civile di Alfonso trova una delle sue sintesi più alte e commoventi nel volume «Chi ha pianto? Il primo viaggio apostolico di Papa Francesco a Lampedusa», curato insieme a Don Carmelo Petrone per Tau editrice. Già la copertina immortala il momento storico in cui il Pontefice getta una corona di fiori nelle acque del Mediterraneo, un’immagine che si lega a doppio filo con il monito esplorato nella sua recente Via Crucis. Quel titolo, posto in forma di domanda bruciante, racchiude la quintessenza del lascito spirituale di Alfonso: un interrogativo inesorabile rivolto a un’umanità anestetizzata, una vera e propria chiamata alle armi per ritrovare la “sapienza delle lacrime” di fronte al dramma dei migranti e sconfiggere definitivamente la globalizzazione dell’indifferenza. Assieme all’amico e confidente Don Stefano Nastasi, ha consegnato alle stampe volumi che sono autentiche pietre miliari della teologia morale contemporanea: Sbarchi di umanità. Lampedusa: un contributo mediterraneo alla teologia da poveri(2021) e Sbarchi. Lampedusa il grido degli ultimi (2024). Alfonso è stato il profeta di Lampedusa. Nel suo mirabile contributo (e curatela) in Bibbia e Corano a Lampedusa (nel capitolo L’antica vocazione all’ospitalità e alla convivenza dell’isola di Lampedusa), applica un’ermeneutica storica spietata e luminosa. Colloca l’inizio degli sbarchi tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, ricordando il 15 aprile 1986, quando i missili libici SS1-SCUD di Gheddafi esplosero vicino a Capo Ponente. Ma la sua genialità sta nello scavare a ritroso, decostruendo la cronaca per ritrovare l’anima profonda dell’isola, affidandosi ai resoconti del 1843 di Bernardo Maria Sanvisente.

Lampedusa, per Alfonso, non è il palcoscenico periferico di uno “scontro di civiltà”, né l’epicentro del “Tramonto dell’Occidente”. È, al contrario, il luogo teologico dell’incontro. Con prosa commossa, egli rievoca il “vallone della Madonna”, una chiesetta con antichi abituri che fungeva da santuario condiviso. Un’unica navata, divisa da un cancello: fuori lo spazio per le orazioni dei “turchi” e degli “Arabi che transitavano per qua”, dentro l’altare cristiano con la statua della Vergine. Racconta dell’Eremita di Lampedusa, uomo di “doppia fede”, che usava la Mezzaluna o la Croce a seconda dei viandanti, per “soddisfare le esigenze di sopravvivenza” e invitare “al culto sia gli uni che gli altri”. Ricorda quel sepolcro dove riposavano, uno accanto all’altro nella pace eterna, un Cavaliere di Malta e uno Scheikh Turco, un Marabutto musulmano. Ricorda la statua della Madonna la cui fiaccola ardeva alimentata indifferentemente da olio cristiano e da “olio moresco”, innalzando Maria a “Ponte tra le due Tradizioni religiose”. In queste pagine magistrali, Alfonso dimostra che Lampedusa porta inscritta nel suo DNA geografico e spirituale un’antica vocazione all’ospitalità, capace di annientare le fobie miopi delle odierne politiche di chiusura.

Ricordo l’aneddoto, intimo e travolgente, che Alfonso raccontò pubblicamente, spiegando come il dramma di Lampedusa gli si fosse inciso a fuoco nell’anima. Un giorno, mentre era a casa, ricevette una telefonata perentoria. Era la voce del dovere e dell’amicizia: doveva correre immediatamente all’aeroporto di Fiumicino, perché Padre Nastasi lo voleva accanto a sé. Papa Francesco stava per arrivare sull’isola. Alfonso, senza esitare, con una corsa rocambolesca, raggiunse l’aeroporto e volò a Lampedusa. Lì, accanto al Pontefice e a Padre Stefano, vide da vicino il dolore incommensurabile della migrazione. Vide Papa Francesco piangere. E in quel pianto, l’intelligenza cristallina di Alfonso, nutrita dagli studi romani su Heschel, ebbe una folgorazione tremenda: il Mediterraneo si stava configurando come un nuovo campo di sterminio. “Quante affinità tra Auschwitz e il Mediterraneo”, avrebbe poi scritto; “lì all’inghiottire la carne creata e redenta era il fuoco. Qui l’acqua e la sabbia”. L’indifferenza ci aveva tolto persino la capacità di piangere.
LA VIA CRUCIS CAPOVOLTA. LA SAPIENZA DELLE LACRIME E LO SCANDALO DEL DONO
Tutto questo travaglio esistenziale, questo grido di dolore per l’umanità naufragata, è confluito nel suo ultimo, profetico libello: Se tu non piangi… Via Crucis capovolta (Libro Opuscolo, edito per Il Pozzo di Giacobbe, 2025). Un testo nato nella sofferenza fisica più atroce, durante la stesura del quale Alfonso fu colpito da un’infezione virale che lo devastò nel corpo, rendendogli precario l’equilibrio e difficile la parola. Quasi che il calvario che stava descrivendo dovesse imprimerglisi nelle carni.

Il 28 marzo 2026, ho avuto l’onore indescrivibile di curare, in veste di Presidente di Hosàytos, il convegno di presentazione di quest’opera presso la Chiesa del S.S. Crocifisso a Santa Elisabetta, insieme al caro Don Giuseppe D’Oriente e alle massime autorità cittadine. Fu un pomeriggio di vertigine pura. Alfonso, con la sua ineguagliabile elettricità dialettica, spiegò che proporre le canoniche 14 stazioni di San Leonardo da Porto Maurizio oggi non bastava più. Occorreva svecchiare, capovolgere la prospettiva, guardare a Cristo a partire dalle tragedie del nostro tempo e del nostro territorio. Non si può baciare devotamente il legno della croce il Venerdì Santo e rimanere indifferenti di fronte alle croci contemporanee: la violenza di genere, lo sfruttamento, l’ecatombe dei lavoratori (e Alfonso ricordava indignato come l’Italia fosse ai vertici mondiali per morti sul lavoro e contemporaneamente tra i massimi esportatori di armi), il deserto di una Sicilia che vede fuggire i suoi giovani. Alfonso criticava l’autorità ecclesiale quando si faceva dominio, ricordando il gesto umile di Papa Francesco nel carcere minorile di Casal del Marmo e il sogno di una “Chiesa povera e per i poveri” di Giovanni XXIII e Paolo VI.
Ma l’apice del magistero di Alfonso si toccò quando smascherò la “teologia della prosperità”, definendola senza mezzi termini una “bestemmia continua contro Dio e contro l’uomo”. Una dottrina immonda che giustifica l’opulenza e colpevolizza la miseria, avallando un sistema in cui 11 individui detengono la metà della ricchezza mondiale mentre quasi un miliardo di persone muore di fame. E contrapponeva a questa bestemmia la suprema logica cristiana del dono, rievocando l’episodio della donna che irrompe nella casa di Simone il lebbroso per ungere il corpo di Gesù con un nardo preziosissimo (pari a quasi 10 mesi di salario). Alfonso ci sferzò l’anima, spiegando che noi siamo abituati al “regalo”, che è mero calcolo e scambio. Il dono, invece, come l’amore di una madre per un figlio o come il sacrificio di Cristo sulla croce, è assoluto, libero da condizioni, gratuito e sconvolgente.
Di fronte alle tragedie della storia, Alfonso ci ricordò il monito del Cristo alle donne di Gerusalemme: “Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”. Se perdiamo la sensibilità, se smarriamo la “sapienza delle lacrime” (citando il pianto della Madonna a Siracusa del 1954: “sapranno gli uomini decifrare l’arcano linguaggio di quelle lacrime?”), precipitiamo nella barbarie dell’autosufficienza ontologica. Pensiamo di bastare a noi stessi, rinnegando la nostra natura di creature bisognose, mendicanti di reciprocità.
LA TESTIMONIANZA DI UNA PRASSI VISSUTA CON TENEREZZA
Il sodalizio che ci ha uniti, cementato in innumerevoli battaglie culturali, mi ha donato il privilegio di camminare a fianco di un gigante. Penso ai nostri “Martedì Chiaramontani” organizzati con il Seminario Arcivescovile, un’officina del pensiero in cui il tuo sapere diventava pane spezzato per la comunità, rendendo la teologia uno strumento vivo per leggere l’attualità. Alfonso, sei stato tu il vero, ultimo “Eremita di Lampedusa”. Hai posseduto un intelletto immenso e lo hai donato, disinteressatamente, come un unguento di nardo purissimo sulle ferite della nostra Chiesa e della nostra società. Hai rifiutato il compromesso del potere per abbracciare la cattedra degli scartati. E ora che il Logos insondabile ha deciso di chiamarti a sé, proprio mentre ancora meditavamo insieme sulle macerie di questo nostro tempo sordo, io non mi rassegno al silenzio. Finché avrò fiato, e finché Hosàytos sarà un avamposto di resistenza culturale, la tua teologia del dono, la tua denuncia dello sterminio dell’acqua e la tua caparbia speranza continueranno a risuonare.
Vai, caro Fofò. Lasciaci le tue opere pungenti e i tuoi libri visionari, che studieremo come si studia un classico imperituro. Vola oltre quel mare che hai tanto pianto, supera le nubi dell’esistenza terrena. Che il Dio dei poveri, dei migranti, degli sconfitti, il Dio della Misericordia che hai instancabilmente annunciato, ti accolga tra le Sue braccia. Che la Madonna del Rosario della tua amata Aragona ti stringa al Suo manto. Il signore ti ha preso con se proprio nel giorno del tuo amato Sant’Agostino. Tu che hai fatto del tuo intelletto una trincea d’amore per i senza voce, godi finalmente del riposo dei giusti, nell’eterna e ineffabile Luce.

