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Sembra che l’Europa, a differenza degli Stati Uniti, stia cercando di aggravare la situazione non lasciando vie d’uscita a Mosca. Washington è preoccupata e ha riattivato canali riservati, mentre le élite europee sembrano prive di ragione.
Il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe sarebbe atterrato a Vnukovo a bordo di un C-17 da Andrews per colloqui urgenti di quattro ore. Peskov ha riferito: nessun incontro con Putin, solo contatti tra servizi. Il New York Times ha aggiunto che Ratcliffe avrebbe portato valutazioni definite cupe, esortando Mosca a trattare prima che la situazione precipiti. Trump ha detto: potrebbe uscirne qualcosa, stiamo lavorando per chiudere la guerra. Lo stesso giorno l’inviato di Papa Leone XIV, monsignor Gallagher, ha incontrato Lavrov. Nota vaticana: questa guerra deve finire, non può essere risolta con mezzi militari, servono negoziati autentici.
Due segnali diversi ma convergenti. Gli USA vogliono congelare la situazione per uscire dal conflitto. L’Europa sta invece alzando l’asticella tecnologica dicendo adottiamo il modello di guerra ucraino. Per Mosca questo suona come preliminare per combattere come l’Ucraina. Esiste la netta sensazione che le capitali europee non stiano lavorando per una via d’uscita, mentre Vaticano e CIA sono preoccupati che si chiudano tutte le porte.
Occorre tornare indietro con l’orologio. Con la proposta di fare entrare l’Ucraina in un’alleanza dichiaratamente ostile alla Russia non sono state valutate due cose. Primo, l’Ucraina ha una storia millenaria di convivenza con Mosca. Secondo, non 0si tratta di uno Stato nazionale ma di un mosaico di popoli, lingue, chiese, etnie, con confini artificiali come quelli di molti stati ex coloniali. Fissarsi sulla intangibilità dei sacri confini è ipocrisia strumentale.
I confini del 1991 sono quelli amministrativi sovietici: includono la Galizia austriaca cattolica che parla ucraino, un Donbass industriale russofono colonizzato da operai russi, la Crimea tatara poi russa dal 1783, Odessa multietnica. Lingue diverse, chiese ortodosse di Kiev e di Mosca, uniati, tradizioni diverse tenute insieme prima dall’Impero russo poi dall’URSS.
Per Mosca avere l’Ucraina neutrale o amica non è espansionismo, è sopravvivenza strategica, come gli USA non accetterebbero missili russi in Messico. Dal punto di vista occidentale dopo il 1991 il principio è stato opposto: ogni Stato sovrano ha diritto di scegliere la sua alleanza. Dire a Kiev che non può entrare nella NATO è stato visto come negare la sovranità. Non è mai stata cercata una formula intermedia, come era stato fatto con la neutralità austriaca, svedese o la finlandizzazione, che è proprio quella che il Vaticano e ora Washington stanno rievocando.
La neutralità jugoslava dimostra come nascono davvero queste formule: non con proclami pubblici, ma con trattative segrete tra imperi. Dopo la rottura con Stalin, Tito avvia una trattativa segreta con CIA e Londra e dal 1949 al 1955 gli USA gli danno in segreto oltre un miliardo di dollari in aiuti militari ed economici per tenerlo fuori dal blocco sovietico. È la prima finlandizzazione della storia: l’America paga per avere un comunista neutrale. Poi, con la Dichiarazione di Belgrado, Krusciov va da Tito a chiedere scusa e in segreto accettano che la Jugoslavia resti comunista ma neutrale, senza entrare nella NATO e senza tornare nel Patto di Varsavia, mentre Mosca chiude un occhio sugli aiuti americani. È lo stesso schema che Kissinger propose per l’Ucraina nel 2014: ponte, non avamposto. Ponte significa che le due potenze concordano in segreto che quel paese non va da nessuna parte. I paesi mosaico non sopravvivono con la sovranità urlata in TV, sopravvivono solo quando gli imperi concordano di lasciarli neutrali.
L’Occidente ha difeso i confini ucraini del 1991 come dogma, ma quegli stessi confini erano stati modificati da Lenin, Stalin, Krusciov senza chiedere alle popolazioni. La Crimea fu regalata nel 1954. Difenderli oggi come sacri è comprensibile sul piano del diritto ma è percepito a Mosca come ipocrisia, perché gli stessi Paesi hanno riconosciuto Kosovo, Sud Sudan e altri casi.
In sintesi: la Russia rivendica una cintura di sicurezza perché si sente potenza in grado di esigerla; l’Ucraina rivendica il diritto a scegliere il futuro perché si sente nazione mentre è mosaico; la NATO rivendica il diritto all’allargamento perché si sente alleanza difensiva. Quest’ultima è la bugia più grande degli ultimi trenta anni. Un’alleanza difensiva che si allarga indefinitamente è una contraddizione. Dovrebbe avere un confine logico, un giardino con un recinto. Se il giardino si allarga di mille chilometri verso est ogni anno, non sta difendendo, sta avanzando. Come la Svizzera: armata fino ai denti, ma nessuno la teme perché non si allarga mai. Un’alleanza che si allarga all’infinito non è difensiva, è imperiale ma non vuole pagare il prezzo di dirsi impero.
Per uno Stato nato per implosione di un impero, voler giocare allo Stato-nazione senza esserlo è il tallone di Achille. John Stuart Mill nel 1861 disse: le istituzioni libere sono quasi impossibili in un paese composto da nazionalità diverse, perché l’opinione pubblica non è unita. In una democrazia omogenea si vota per idee. In uno stato multietnico si vota per etnia. La politica diventa censimento. Ogni elezione diventa referendum etnico. Il serbo vota serbo, il croato vota croato. Anche se il candidato serbo è un ladro e quello croato è un santo, il serbo vota il ladro serbo, perché se vince l’altro perde la sua comunità.
Risultato: nessuna alternanza vera. La maggioranza etnica vince sempre, la minoranza perde sempre. Allora la minoranza non crede più alla democrazia ma solo alla secessione. E la maggioranza non deve più convincere, le basta essere maggioranza. In Jugoslavia, Libano, Iraq, Bosnia, ovunque c’è voto etnico la democrazia diventa guerra fredda.
Dal 1991 al 2014 l’Ucraina funzionava come diceva Mill: non si votava destra contro sinistra ma Est contro Ovest. Il russofono di Donetsk votava Partito delle Regioni, lingua russa, chiesa di Mosca. L’ucrainofono di Leopoli votava Nostra Ucraina o Svoboda, lingua ucraina unica, chiesa autocefala, ingresso rapido in UE e NATO. 2004, 2010, 2012: il Paese si spaccava 52 a 48 lungo il Dnepr. Teneva finché c’era l’accordo non scritto: chi vince non schiaccia l’altro. Kuchma e Yanukovich fino al 2013 facevano pendolo. La rottura è nel 2014. Dopo Maidan la parte occidentale ha detto cambiamo le regole, tutto verso ovest senza mediazione. Per la parte orientale è stato: non saremo mai più rappresentati.
Spingere per l’ingresso senza risolvere la questione interna ha significato dire a metà Paese: da domani siete minoranza di un Paese NATO. Dietro la questione ideale c’è quella concreta: il guadagno. Dal 2022 l’Ucraina è il più grande laboratorio al mondo per la difesa. Un drone FPV costa 400 euro, ne vengono usati diecimila al mese. Ogni mese di guerra qualcuno firma contratti decennali per ricostituire magazzini europei. Mettere un ex ministro della difesa ucraino come advisor in Italia non è solo scelta militare, è industriale.
È il paradosso stabilità-instabilità: dato che lo scontro diretto è impensabile, si può fare una guerra per procura infinita sotto l’ombrello nucleare. Una guerra lunga, tecnologica, senza vincitori netti, è perfetta per chi produce. Non distrugge il tuo territorio, tiene le fabbriche accese, giustifica bilanci al 3-4 per cento del PIL. Al telegiornale si dice difendiamo i sacri confini, nessuno dice stiamo riconvertendo l’industria europea.
Per la Russia questa guerra è esistenziale per geografia: se perde influenza sull’Ucraina perde Sebastopoli e il cuscinetto di 600 chilometri di pianura senza ostacoli tra Kharkov e Mosca. Quando uno Stato pensa di combattere per sopravvivenza, il calcolo costi-benefici salta. Ed è lì che il rischio nucleare diventa autentico. Gli USA lo hanno capito perché ci sono passati con Cuba nel 1962. Oggi a Washington è tornata l’idea che non si può spingere una potenza nucleare in un angolo senza uscita. Da lì le mosse di Ratcliffe.
Ursula von der Leyen e la nomenclatura europea ragionano invece su logica giuridica e morale. L’aggressione non si premia, i confini non si toccano. Quella di Washington è realpolitik che preferisce una pace brutta a una guerra infinita che può degenerare. Bruxelles, Berlino e Roma sono inchiodate su un ordine ideale basato sulle regole. Quando entrambe le grammatiche si applicano allo stesso Paese multietnico dai confini artificiali come l’Ucraina, non si incontrano mai.