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Informazione, Chiesa e intelligenza artificiale: intervista a Riccardo Benotti Caposervizio dell’agenzia stampa della Conferenza Episcopale Italiana
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Informazione, Chiesa e intelligenza artificiale: intervista a Riccardo Benotti Caposervizio dell’agenzia stampa della Conferenza Episcopale Italiana

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

L’elezione di Leone XIV ha aperto una nuova fase per la Chiesa cattolica, in un momento storico segnato da conflitti internazionali, profonde trasformazioni sociali e una rivoluzione tecnologica che sta cambiando anche il modo di informare e di comunicare. In questo scenario, il rapporto tra Chiesa, giornalismo e nuovi media assume un’importanza sempre maggiore.

Per approfondire queste trasformazioni abbiamo intervistato Riccardo Benotti, caposervizio dell’agenzia stampa della Conferenza Episcopale Italiana. Dal nuovo stile comunicativo di Leone XIV al ruolo dell’informazione religiosa, dall’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro giornalistico alla crescente influenza dei social network, l’intervista affronta alcune delle principali sfide che attendono oggi chi ha il compito di raccontare la Chiesa e il mondo che la circonda.

Un confronto che mette al centro una domanda fondamentale: come è possibile essere rapidi e contemporanei senza rinunciare alla verifica, alla profondità e alla responsabilità che sono alla base del buon giornalismo?

L’intervista

1. Con l’elezione di Leone XIV si è aperta una nuova stagione per la Chiesa. Da giornalista, qual è l’elemento del suo pontificato che sta attirando maggiormente l’attenzione dei media?

I media guardano soprattutto allo stile, ai gesti, alle differenze rispetto a Francesco. A me colpisce invece il rapporto tra uno stile molto misurato e la portata delle questioni che affronta, dalla pace all’intelligenza artificiale. Già il 10 maggio 2025, spiegando ai cardinali la scelta del nome, collegò la rivoluzione industriale affrontata da Leone XIII alla nuova rivoluzione dell’IA. Non era un tema aggiunto successivamente: era dentro l’idea stessa del pontificato. Con la prima enciclica, Magnifica humanitas, firmata il 15 maggio 2026 nel 135° anniversario della Rerum novarum, quell’intuizione è diventata una riflessione organica sulla custodia della persona nel tempo dell’intelligenza artificiale. Credo che proprio la persona sia una delle chiavi per leggere questo pontificato. Per questo eviterei di interpretare Leone XIV soltanto in chiave di confronto con il predecessore o attraverso le categorie progressista-conservatore. Un pontificato si comprende nel tempo, mettendo insieme parole, decisioni, nomine, viaggi e gesti.

2. Leone XIV ha scelto di mettere al centro del suo ministero anche il tema della comunicazione e del rapporto con il mondo contemporaneo. Che tipo di comunicazione sta costruendo il nuovo Papa?

Direi una comunicazione sobria, nella quale la forza non coincide con il volume della voce. Nel primo incontro con i giornalisti, il 12 maggio 2025, disse: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. È una chiave importante perché mette in relazione il modo in cui comunichiamo con il modo in cui guardiamo l’altro. Quando intervistai Anselm Grün nei primi mesi del pontificato, mi disse una cosa che ricordo: Leone XIV non cerca la visibilità, ma una presenza discreta. Credo sia così. In un sistema mediatico che premia ciò che divide e ciò che fa rumore, questa scelta obbliga anche noi giornalisti a non confondere automaticamente la rilevanza con la rumorosità.

3. Viviamo un tempo segnato da guerre, crisi internazionali e una forte polarizzazione del dibattito pubblico. Quale ruolo può avere oggi la voce della Chiesa nel panorama dell’informazione?

Può anzitutto riportare le persone al centro. Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza, ci ricorda che dietro parole enormi come guerra, tregua, crisi umanitaria, ci sono persone che devono trovare acqua, cibo, medicine. Il giornalismo serve anche a restituire nomi e volti a ciò che rischia di diventare una statistica. Questo non significa essere neutrali davanti alle responsabilità. Parlare di pace non vuol dire mettere aggressori e aggrediti sullo stesso piano. Significa riconoscere l’ingiustizia senza arrivare a disumanizzare un intero popolo. A Genazzano, il 7 settembre, Leone XIV ha detto che abbiamo bisogno di profezia “in tempi di distruzione e di incertezza” e ha invitato a immaginare la pace per riconoscerla, accoglierla e servirla. Per l’informazione significa anche questo: non assuefarsi alla guerra quando scompare dalle prime pagine.

4. L’intelligenza artificiale è ormai entrata nelle redazioni e sta cambiando il lavoro dei giornalisti. Quali opportunità può offrire all’informazione religiosa e quali rischi, invece, non possiamo sottovalutare?

Può aiutarci moltissimo: trascrizioni, ricerca negli archivi, organizzazione di grandi quantità di documenti, traduzioni. Ma il punto, per me, è un altro: che cosa facciamo del tempo che risparmiamo? Se serve per chiamare una fonte in più, leggere un documento o preparare meglio un’intervista, l’IA migliora il giornalismo. Se serve soltanto a produrre più articoli, molto meno. Ho dedicato il mio dottorato proprio al rapporto tra IA e giornalismo nelle redazioni cattoliche. La distinzione che considero decisiva è tra delegare un compito e delegare il giudizio. Possiamo affidare a una macchina operazioni che ci aiutano nel lavoro; non possiamo affidarle la decisione su che cosa sia importante, quale fonte sia credibile o quale interpretazione renda giustizia ai fatti. L’IA, quindi, non riduce la necessità di competenze giornalistiche. Semmai la aumenta.

5. Con l’IA diventa sempre più facile creare immagini, video e dichiarazioni false attribuite anche al Papa. Come può il giornalismo difendere la verità in un ambiente digitale dove una falsificazione può diventare virale in pochi minuti?

Ricordiamo tutti l’immagine di Papa Francesco con il grande piumino bianco nel 2023. Era falsa, generata dall’IA, eppure moltissime persone la considerarono immediatamente autentica. Quel caso ci ha mostrato quanto velocemente possa saltare il confine tra plausibile e vero. Per questo la prima domanda non deve essere “Sembra vero?”, ma “Da dove viene?”. Se circola una presunta frase del Papa, cerco il discorso integrale, la data, il video, il contesto, la fonte originaria. Non affiderei mai la decisione soltanto a un software che promette di riconoscere un deepfake. E dobbiamo recuperare una formula che nell’informazione digitale sembra quasi rivoluzionaria: “Non lo sappiamo ancora”. Non è una debolezza. È molto più professionale di riempire un vuoto con un’ipotesi destinata magari a diventare virale.

6. Per un’agenzia di stampa come quella della Conferenza Episcopale Italiana, quanto è importante oggi la velocità della notizia e quanto, invece, conta la verifica delle fonti e la capacità di offrire contesto?

La velocità è fondamentale per un’agenzia, ma la buona velocità nasce dalla competenza. Giovanna Chirri, l’11 febbraio 2013, comprese in latino l’annuncio della rinuncia di Benedetto XVI e consentì all’ANSA di battere rapidamente la notizia. Non fu soltanto veloce: aveva gli strumenti per capire ciò che stava ascoltando. Al SIR vale lo stesso principio. Un’agenzia deve dare presto ciò che è accertato e non anticipare ciò che ancora non lo è. Non vedo quindi velocità e accuratezza come due esigenze opposte. Poi c’è il contesto. A volte basta una riga per spiegare che una decisione è soltanto annunciata, che un documento non ha ancora valore normativo o che una dichiarazione rispondeva a una domanda precisa. Quella riga può evitare che una notizia corretta produca un’interpretazione sbagliata.

7. L’informazione religiosa rischia talvolta di essere raccontata soltanto quando c’è uno scandalo, una polemica o una dichiarazione destinata a far discutere. Come si può restituire alla cronaca religiosa la sua complessità?

Prima di tutto senza usare la complessità per nascondere ciò che non funziona. Gli scandali e gli abusi vanno raccontati con rigore. Lo dico lavorando nell’agenzia della Conferenza episcopale: la nostra credibilità dipende da come lavoriamo, non da chi ci edita. Un’informazione che racconta soltanto ciò che rassicura finisce per non essere utile nemmeno alla Chiesa. Ma c’è anche il rischio opposto: pensare che la Chiesa diventi interessante soltanto quando esplode una crisi. Bisogna andare nelle comunità, incontrare le persone, raccontare le domande di fede, la povertà, i cambiamenti sociali, le esperienze che raramente entrano nei trend. E soprattutto non va rimossa la dimensione spirituale. Se raccontiamo la Chiesa soltanto come una struttura di potere o un’organizzazione assistenziale, possiamo essere precisi nei fatti ma incompleti nella rappresentazione. La complessità non significa attenuare i problemi: significa allargare lo sguardo.

8. I social network hanno cambiato anche il modo in cui i fedeli guardano al Papa e alla Chiesa. Oggi chi comunica la Chiesa deve necessariamente confrontarsi con TikTok, Instagram e YouTube?

Confrontarsi sì, essere ovunque no. Non credo che per parlare ai giovani basti accorciare un video o aprire TikTok. Un contenuto breve può essere intelligente e un articolo di diecimila battute può essere vuoto. La vera questione è che cosa il formato ci costringe a perdere. Ogni linguaggio richiede una selezione; il problema nasce quando, per inseguire l’algoritmo, eliminiamo proprio gli elementi necessari a capire.

Terrei poi distinta l’informazione dalla comunicazione istituzionale. Un giornalista e un ufficio stampa possono utilizzare la stessa piattaforma, ma rispondono a logiche diverse. Il primo deve informare il lettore, non costruire consenso attorno all’istituzione che racconta.

9. Di fronte alla crescente diffusione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, secondo lei il giornalista del futuro sarà chiamato soprattutto a scrivere oppure, sempre più, a verificare, interpretare e certificare le informazioni?

Prima ancora sarà chiamato a cercare. Mi preoccupa l’idea del giornalista del futuro seduto davanti a una macchina a controllare testi prodotti dall’IA. Il mestiere nasce da una domanda, da una fonte, da un documento, da qualcosa che non torna. Se nessuno va a cercare ciò che manca, l’IA potrà rielaborare all’infinito soltanto ciò che è già disponibile.

Torno all’omelia di Genazzano perché contiene un’immagine che mi ha colpito. Parlando di Maria, Leone XIV ha descritto un’intelligenza “che pone domande” e “interpreta gli avvenimenti custodendoli e collegandoli nel cuore”. È un’immagine spirituale, naturalmente, ma quei verbi — domandare, interpretare, collegare — descrivono sorprendentemente bene una parte essenziale del lavoro giornalistico.

Per questo scrivere continuerà a contare, ma non sarà ciò che ci distinguerà dalle macchine. A distinguerci saranno la capacità di cercare ciò che ancora non c’è, comprendere le conseguenze di un fatto e rispondere personalmente del lavoro pubblicato. Preferisco quindi parlare di giornalismo verificabile, non di giornalismo che “certifica”: possiamo sbagliare, ma dobbiamo poter spiegare come siamo arrivati a una conclusione e correggerci quando necessario.

10. Concludiamo guardando al futuro: quale dovrebbe essere, secondo lei, la grande sfida dell’informazione cattolica nei prossimi anni per riuscire a parlare anche alle nuove generazioni senza perdere autorevolezza e profondità?

Essere utile anche a chi non è cattolico. Per me questo è il banco di prova. Non dobbiamo nascondere la nostra identità, ma nemmeno dare per scontato che chi ci legge conosca il nostro linguaggio o condivida le nostre convinzioni. Un’informazione cattolica autorevole dovrebbe riuscire a spiegare perché ciò che accade nella Chiesa riguarda, in molti casi, questioni più ampie: la pace, il lavoro, le tecnologie, la fragilità, le relazioni, il senso della vita.

Con i giovani eviterei quindi di cominciare dai formati. Prima di domandarci come raggiungerli su TikTok, dovremmo chiederci se stiamo ascoltando davvero le loro domande. E servono condizioni molto concrete: formazione, tempo per approfondire, lavoro sul campo e giornalisti pagati dignitosamente.

Alla fine, il criterio per me è semplice. Se una persona lontana dalla Chiesa legge un nostro articolo e pensa “Non condivido necessariamente questa visione, ma adesso ho capito qualcosa che prima non sapevo”, allora abbiamo fatto un buon lavoro giornalistico.

Conclusione

Dalle parole di Riccardo Benotti emerge un’idea di giornalismo che, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della comunicazione istantanea, continua ad avere bisogno soprattutto di persone capaci di cercare, verificare e interpretare. La tecnologia può aiutare il lavoro del giornalista, ma non può sostituirne il giudizio, la responsabilità e la capacità di comprendere ciò che si trova dietro una notizia.

Lo stesso vale per l’informazione religiosa. Raccontare la Chiesa significa andare oltre gli scandali e le polemiche, senza però nascondere ciò che non funziona, e riuscire a restituire la complessità delle comunità, delle persone e delle loro domande. Allo stesso tempo, confrontarsi con i nuovi linguaggi e con i social network non significa necessariamente inseguire ogni piattaforma o ogni algoritmo, ma capire come parlare alle nuove generazioni senza perdere profondità e autorevolezza.

La sfida, in definitiva, sembra essere quella indicata dallo stesso Benotti: fare un’informazione capace di essere utile anche a chi non è cattolico. Un giornalismo che non pretenda necessariamente di convincere, ma che sappia offrire strumenti per comprendere. Perché, anche in un mondo in cui le macchine possono produrre sempre più contenuti, resta fondamentale qualcuno disposto a fare le domande giuste, cercare ciò che ancora non si conosce e rispondere personalmente della verità che racconta.

Esposito Santolo Simone

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