Nel dibattito pubblico europeo e internazionale serpeggia spesso un ritornello rassegnato, riassumibile nell’accusa che, di fronte alla guerra in Ucraina, l’Europa sia di fatto assente. Si liquida un decennio di politica estera comunitaria sostenendo che l’Unione Europea non esista politicamente, riducendola a un mero mercato di consumatori o a un gigante burocratico incapace di agire per la pace. Questa narrazione disfattista, per quanto seducente e facile da spendere mediaticamente, non rende affatto un buon servizio alla realtà dei fatti e sminuisce una delle più grandi intuizioni del dopoguerra, nata proprio per garantire la stabilità del continente. Se vogliamo analizzare con onestà intellettuale gli sforzi europei, dobbiamo calarci nei gangli di un’azione diplomatica, economica, militare e legislativa che non ha precedenti. L’Unione ha dovuto affrontare la crisi più grave dalla sua fondazione, mettendo in discussione i propri stessi tabù pur di difendere quello spazio di libertà e diritto costruito in decenni.
La maratona diplomatica
L’Europa diplomatica è esistita in modo tangibile e incessante ben prima che i blindati russi superassero i confini ucraini nel febbraio del 2022. Dal 2014, anno dell’annessione illegale della Crimea e dell’inizio delle ostilità nel Donbass, le cancellerie europee si sono caricate sulle spalle il peso di una mediazione estenuante. Attraverso il cosiddetto Formato Normandia, Francia e Germania hanno agito a nome dell’intera Unione, facendo la spola continua tra Mosca e Kiev per tenere in vita gli Accordi di Minsk¹. Questo sforzo titanico, durato otto anni, aveva l’obiettivo di congelare il conflitto, trovare compromessi dolorosi ma necessari e impedire un’escalation su vasta scala. Fino all’alba dell’invasione, numerosi leader europei si sono seduti al lungo tavolo del Cremlino per offrire vie d’uscita negoziali. Se questa via è fallita, non è stato per l’ignavia dell’Europa, ma per una precisa, cinica e unilaterale volontà di aggressione.
L’emancipazione energetica e il tabù spezzato
Quando le bombe hanno iniziato a cadere su Kiev, l’Europa ha dovuto compiere un primo, drammatico sacrificio: recidere il cordone ombelicale che la legava alle fonti fossili russe. Per decenni, l’economia del Vecchio Continente si era basata sull’energia a basso costo fornita da Mosca. Decidere, nel giro di pochissimi mesi, di azzerare o quasi questa dipendenza per smettere di finanziare il regime aggressore ha richiesto un coraggio politico immenso. I cittadini e le imprese europee hanno pagato un prezzo altissimo in termini di inflazione e rincari.
A questo si aggiunge una dimensione che segna uno spartiacque nella storia del processo di integrazione. L’Unione Europea è nata essenzialmente per disinnescare i conflitti armati, fondandosi sul diritto. Eppure, per la prima volta nella sua storia, ha dovuto prendere atto di una verità amara ma ineludibile: di fronte a un’aggressione imperialistica, il pacifismo disarmato si traduce nella sottomissione e nella cancellazione di un popolo. Attraverso lo strumento dell’European Peace Facility, Bruxelles ha mobilitato svariati miliardi di euro per finanziare l’invio di equipaggiamenti militari all’Ucraina². Questa decisione ha rappresentato l’unico modo concreto per permettere alla democrazia ucraina di non soccombere.
La prova dell’umanità e il sostegno economico
Parallelamente allo sforzo difensivo, le istituzioni europee hanno attivato un’assistenza macrofinanziaria monumentale. Decine di miliardi di euro sono stati iniettati direttamente nelle casse statali ucraine³. Senza questi fondi, lo Stato sarebbe andato in default immediato: l’Unione Europea ha letteralmente garantito che gli insegnanti ucraini continuassero a percepire uno stipendio, che le pensioni venissero pagate e che gli ospedali potessero mantenere accesi i propri macchinari nonostante la distruzione metodica delle infrastrutture civili.
Non si può ignorare, in questo quadro, il colossale sforzo umanitario che ha visto protagonista ogni singolo Stato membro. A poche settimane dall’inizio del conflitto, l’UE ha compiuto un passo legislativo epocale attivando la Direttiva sulla Protezione Temporanea⁴. Bypassando i complessi e lenti meccanismi tradizionali sulle richieste d’asilo, l’Europa ha aperto immediatamente le proprie porte a milioni di persone in fuga dai bombardamenti, garantendo loro uno status legale istantaneo, con pieno diritto di soggiorno, accesso al mercato del lavoro, assistenza sanitaria e inserimento scolastico nei 27 Paesi membri.
La realtà oltre la retorica del disfattismo
La pace e il benessere non sono concessioni divine, ma il frutto di un lavoro politico faticoso. L’Unione Europea rimane senza dubbio un cantiere imperfetto. È afflitta da burocrazia, procede spesso con lentezza per via della necessità di trovare il consenso tra ventisette nazioni sovrane, ed è talvolta ostaggio dei veti di singoli governi. Non ha ancora un vero esercito comune e la sua politica estera necessita di maggiore coesione.
Tuttavia, sostenere che non esista o che sia rimasta a guardare mentre un Paese vicino veniva invaso significa fare un profondo torto alla verità storica. La pace sfugge non perché l’Europa si sia sottratta al suo dovere di costruttrice di ponti, ma perché l’interlocutore al Cremlino percepisce l’esistenza stessa di un’Ucraina democratica come una minaccia esistenziale. Finché la leadership russa rifiuterà ogni reale negoziato che non implichi la resa incondizionata, l’annessione dei territori e il disarmo dell’avversario, incolpare Bruxelles per il prolungarsi della guerra è come accusare un medico di non riuscire a salvare un paziente che rifiuta le cure. L’Europa ha messo in campo ogni strumento a sua disposizione per arginare il disastro; riconoscerlo è il primo passo per non cadere nella trappola della disinformazione.
Riferimenti istituzionali e scientifici
¹ Sull’impegno diplomatico europeo negli anni precedenti l’invasione su larga scala, la letteratura accademica in materia di relazioni internazionali (si veda l’analisi strategica sul Formato Normandia e il saggio The Minsk Agreements – more than “scraps of paper”?) documenta gli sforzi congiunti franco-tedeschi per stabilizzare il Donbass dal 2014 al 2022, ponendosi come scudo negoziale contro l’escalation.
² Sulla rottura del tabù dell’assistenza militare da parte di un’entità sovranazionale, si rimanda a Fabbrini, F., Funding the War in Ukraine: The European Peace Facility, the Macro-Financial Assistance Instrument, and the Slow Rise of an EU Fiscal Capacity (Politics and Governance, Vol. 11, 2023). Lo studio analizza come lo strumento dell’EPF abbia trasformato strutturalmente l’UE in un fornitore proattivo di sicurezza.
³ Sull’aiuto economico erogato per scongiurare il collasso istituzionale dell’Ucraina, la documentazione è tracciata nei report ufficiali della Commissione Europea relativi all’Assistenza Macrofinanziaria (MFA e MFA+), tra cui la Decisione (UE) 2022/1628, che certifica l’architettura finanziaria europea a sostegno del bilancio civile di Kiev.
⁴ Riguardo alla gestione straordinaria del flusso di rifugiati, la ricerca indipendente del Nordic Council of Ministers(2022), Implementation of temporary protection for refugees from Ukraine, documenta in modo dettagliato l’impatto storico e i risultati dell’attivazione tempestiva della Direttiva il 4 marzo 2022, evidenziando il salto di qualità rispetto alle tradizionali procedure d’asilo europee.