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C’è una domanda che dovremmo iniziare a porci con maggiore attenzione mentre la digitalizzazione entra sempre più profondamente nel sistema finanziario:
e se la tecnologia, oltre ad aumentare la trasparenza, rischiasse in alcuni casi di aumentare anche la deresponsabilizzazione?
La domanda non nasce dalla diffidenza verso la tecnologia.
Al contrario.
La digitalizzazione ha reso più semplice accedere a documenti, contratti, informazioni, operazioni e servizi finanziari. Ha ridotto tempi e distanze e ha reso disponibili strumenti che fino a pochi anni fa erano impensabili.
Ma proprio perché la trasformazione è così rapida, dobbiamo interrogarci su un’altra questione:
stiamo aumentando la quantità di informazioni più velocemente di quanto stiamo aumentando la capacità delle persone di comprenderle?
Le vicende recenti sembrano suggerire che il problema non riguardi soltanto il cittadino.
Quando anche il sistema può essere ingannato
A settembre 2026 è emersa la notizia di una sofisticata frode ai danni di Fideuram.
La vicenda, risalente a febbraio, sarebbe iniziata con un messaggio WhatsApp attribuito falsamente a Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, e sarebbe proseguita con comunicazioni e una telefonata nella quale sarebbe stata utilizzata una voce generata attraverso l’intelligenza artificiale per impersonare un professionista conosciuto dalla vittima.
L’operazione avrebbe portato inizialmente al trasferimento di circa 95 milioni di euro. Una parte significativa della somma è stata successivamente recuperata attraverso l’intervento della banca, delle autorità e della cooperazione internazionale; circa 36 milioni risultano ancora da recuperare.
Non è questo il luogo per stabilire responsabilità giudiziarie o ricostruire nel dettaglio un’indagine ancora complessa.
Ma il caso pone una questione che va oltre la singola vicenda.
Se tecniche di impersonificazione, comunicazioni digitali apparentemente autentiche e voci generate dall’intelligenza artificiale possono rendere credibile una richiesta anche all’interno di un’organizzazione finanziaria, cosa significa oggi “prestare attenzione”?
È ancora sufficiente dire alle persone di controllare meglio?
Il problema della trasparenza
Nel sistema finanziario abbiamo costruito, giustamente, una grande attenzione alla trasparenza.
Documenti.
Contratti.
Informative.
Condizioni economiche.
Comunicazioni.
Autorizzazioni.
Tutto deve essere disponibile.
Ma qui esiste una distinzione che rischiamo di dimenticare:
disponibilità non significa comprensione.
Un documento può essere perfettamente accessibile e contemporaneamente difficilissimo da interpretare.
Un’informativa può contenere tutte le informazioni previste e non essere realmente compresa dalla persona che la legge.
Un contratto può essere disponibile online, consultabile in qualsiasi momento e formalmente trasparente, ma questo non significa automaticamente che chi lo sottoscrive abbia compreso le conseguenze delle proprie decisioni.
E allora dobbiamo chiederci:
quando possiamo davvero definire trasparente un sistema?
È sufficiente poter dire:
«“L’informazione era disponibile”?»
Oppure dobbiamo arrivare a una concezione più esigente della trasparenza?
Dalla trasparenza formale alla comprensione reale
Forse la vera trasparenza non dovrebbe essere misurata soltanto sulla quantità di informazioni che mettiamo a disposizione.
Dovremmo misurarla anche sulla capacità della persona di individuare, comprendere e utilizzare quelle informazioni.
Immaginiamo un cliente davanti a cinquanta pagine di documentazione finanziaria.
Il documento è disponibile.
Il cliente può leggerlo.
Può scaricarlo.
Può conservarlo.
Formalmente, tutto funziona.
Ma se quella persona non sa distinguere un’informazione essenziale da una secondaria, non comprende una clausola, non riconosce il rischio collegato a una determinata operazione o non possiede gli strumenti per interpretare il meccanismo finanziario che sta accettando, possiamo davvero dire che quella persona è stata messa nelle condizioni di scegliere consapevolmente?
È qui che la cultura finanziaria assume un’importanza decisiva.
E qui emerge anche quello che definisco distanza creditizia: non soltanto la distanza tra una persona e il credito, ma la distanza tra la complessità del sistema e la capacità concreta di comprenderlo e utilizzarlo consapevolmente.
Il rischio di trasferire la responsabilità
C’è poi un altro aspetto ancora più delicato.
La digitalizzazione può produrre un paradosso.
Da una parte aumenta enormemente la quantità di informazioni disponibili.
Dall’altra può rendere più facile trasferire sulla persona una parte crescente della responsabilità.
“Il documento c’era.”
“L’informazione era disponibile.”
“Il cliente poteva leggerla.”
“Era stato avvisato.”
“Doveva prestare attenzione.”
Sono affermazioni che, prese singolarmente, possono essere corrette.
Ma possono diventare insufficienti quando la complessità del sistema cresce più rapidamente della capacità delle persone di interpretarla.
E questo non riguarda soltanto i cittadini.
Il caso Fideuram è interessante proprio perché mostra quanto sia diventato sofisticato il problema dell’identità digitale e dell’inganno attraverso strumenti tecnologici.
Non significa che professionisti e organizzazioni siano incapaci di proteggersi.
Significa qualcosa di diverso:
la tecnologia ha cambiato anche la natura dell’errore umano.
Non dobbiamo più confrontarci soltanto con l’errore di chi non controlla.
Dobbiamo confrontarci con la capacità di chi inganna di costruire ambienti, identità e comunicazioni apparentemente coerenti.
La tecnologia corre. La cultura riesce a seguirla?
Questa è probabilmente la domanda centrale.
La digitalizzazione sta andando più veloce della cultura finanziaria?
Se la risposta fosse sì, il problema non sarebbe soltanto educare il cittadino a riconoscere una truffa.
Dovremmo costruire un sistema capace di accompagnare le persone dentro una complessità crescente.
Questo significa certamente investire nell’educazione finanziaria.
Ma significa anche ripensare il modo in cui comunichiamo.
La semplificazione non dovrebbe significare impoverimento dell’informazione.
La trasparenza non dovrebbe significare accumulo di documenti.
La digitalizzazione non dovrebbe significare semplicemente trasferire sul cliente operazioni che prima richiedevano una relazione umana.
E soprattutto, la tecnologia non dovrebbe diventare un modo per dire:
“Ti abbiamo fornito tutto. Da questo momento è un problema tuo.”
La responsabilità non può essere soltanto individuale
Naturalmente la responsabilità personale rimane fondamentale.
Chi utilizza un servizio finanziario deve prestare attenzione, informarsi e adottare comportamenti prudenti.
Ma la responsabilità non può essere soltanto individuale.
Esiste anche una responsabilità del sistema.
Di chi progetta i servizi.
Di chi comunica.
Di chi costruisce le procedure.
Di chi vende o distribuisce prodotti finanziari.
Di chi forma i professionisti.
Di chi costruisce gli strumenti digitali.
E di chi stabilisce le regole.
Perché più un sistema diventa complesso, più diventa importante chiedersi quanto quella complessità venga effettivamente governata e quanto, invece, venga semplicemente trasferita sull’utente finale.
Il vero significato della trasparenza
Forse dovremmo quindi cambiare una delle nostre definizioni.
La trasparenza non dovrebbe essere soltanto:
“Ti ho messo tutto a disposizione.”
Dovrebbe diventare:
“Ti ho messo nelle condizioni di capire ciò che ti sto chiedendo di accettare.”
È una differenza enorme.
Perché nel primo caso la trasparenza è principalmente un fatto documentale.
Nel secondo diventa un fatto relazionale, culturale ed etico.
Ed è proprio qui che il tema della digitalizzazione incontra quello del credito etico.
Un sistema finanziario non è realmente più trasparente soltanto perché è diventato più digitale.
È più trasparente quando la tecnologia riesce a rendere le persone più consapevoli, non semplicemente più informate.
Perché tra avere un’informazione e comprenderla esiste una distanza.
E nel credito, quella distanza può diventare determinante.
La sfida dei prossimi anni non sarà quindi soltanto digitalizzare sempre di più il sistema finanziario.
Sarà capire quanto possiamo digitalizzarlo senza perdere la capacità di accompagnare le persone nella comprensione delle decisioni che stanno prendendo.
Perché la vera innovazione non dovrebbe essere soltanto quella che rende tutto più veloce.
Dovrebbe essere quella che rende il sistema più comprensibile, più responsabile e più umano.
Stefano Giuntoli