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Intervista alla Dottoressa Valentina Pelliccia

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

INTRODUZIONE

Nel panorama contemporaneo, temi come l’amore, il rispetto reciproco, l’immagine della donna e l’impatto dei media e delle piattaforme digitali rappresentano nodi centrali del dibattito culturale e sociale. Attraverso questa intervista, Valentina offre una riflessione profonda e articolata su cosa significhi oggi costruire relazioni sane, superando i concetti di possesso e controllo.

Dalla responsabilità del giornalismo nella narrazione della realtà all’analisi delle dinamiche con cui i giovani e la società vivono i sentimenti nell’era dei social network e dell’intelligenza artificiale, le sue risposte tracciano un percorso orientato alla consapevolezza, alla difesa della dignità personale e alla riscoperta dell’autenticità nelle relazioni umane.

INTERVISTA

1. Valentina, quando parliamo di amore parliamo forse della dimensione più profonda dell’essere umano. Secondo Lei, che cosa significa oggi amare veramente una persona? E quanto l’amore autentico richiede la capacità di mettere da parte il proprio ego per accogliere l’altro?

Amare veramente significa, prima di tutto, riconoscere l’altro come persona e non come risposta ai nostri bisogni. Credo che uno degli equivoci più frequenti sia confondere l’amore con la necessità di essere rassicurati, confermati, scelti continuamente. L’amore autentico, invece, richiede una forma di maturità: accettare che l’altro abbia una propria identità, una propria libertà, perfino zone che non ci appartengono. Mettere da parte l’ego non significa annullarsi. Nessun rapporto sano dovrebbe chiedere a una persona di perdere se stessa. Significa piuttosto uscire dall’idea che amare equivalga a possedere. Forse l’amore più adulto è proprio questo: poter dire “ti amo” senza sottintendere “mi appartieni”.

2. Spesso la gelosia e il possesso vengono confusi con una dimostrazione d’amore. Dove finisce il desiderio di amare e inizia, invece, il bisogno di possedere l’altro?

Il confine è la libertà. La gelosia è un sentimento umano e, entro certi limiti, comprensibile. Diventa altro quando si trasforma in controllo, sorveglianza, limitazione delle relazioni, invasione della privacy, ricatto emotivo. L’amore non conferisce un diritto di proprietà sull’altro. Mi colpisce quanto spesso, ancora oggi, alcuni comportamenti di controllo vengano romanticizzati: “è geloso perché mi ama”, “vuole sapere dove sono perché tiene a me”. Non necessariamente. Una persona può amarci ed essere gelosa, ma è il modo in cui gestisce quella gelosia a fare la differenza. L’amore sano non restringe progressivamente il nostro spazio vitale. Lo rende più sicuro.

3. Nella fede cattolica, l’immagine della donna tratta dalla costola dell’uomo può essere letta come simbolo di una persona posta accanto all’uomo, da amare, rispettare e proteggere. Secondo Lei, quale significato può avere oggi questa immagine? E come possiamo parlare di protezione senza trasformarla in possesso, e di amore senza limitare la libertà dell’altro?

È un’immagine che può essere letta simbolicamente in maniera molto bella: non sopra, non sotto, ma accanto. La protezione, però, non deve mai diventare paternalismo e tantomeno controllo. Proteggere qualcuno significa desiderare che sia libero, rispettato e al sicuro, non decidere al suo posto. Vale per una donna e vale per un uomo. Una relazione adulta è fatta di reciprocità. Mi piace pensare che due persone non debbano completarsi perché considerate incomplete da sole. Dovrebbero incontrarsi già come due individualità e scegliere di camminare insieme. La differenza sembra sottile, ma cambia completamente la concezione dell’amore.

4. Il modo in cui raccontiamo una donna può contribuire a valorizzarne la dignità oppure, al contrario, a ridurla a un’immagine, a un corpo o a uno stereotipo. Quanto è grande, secondo Lei, la responsabilità di giornalisti e comunicatori nella costruzione dell’immagine femminile nella società?

Enorme. Per me il giornalismo non è semplicemente un mestiere: è una missione. Le parole non si limitano a descrivere la realtà, contribuiscono a costruire il modo in cui la società la interpreta. Una donna può avere studiato, lavorato per vent’anni, costruito competenze, assunto responsabilità, scritto, fatto ricerca e comunicazione, e tuttavia essere raccontata attraverso il suo aspetto fisico, una relazione presunta o una fotografia. In quel momento non si sta soltanto semplificando una biografia: si sta modificando la percezione pubblica di quella persona. Conosco bene anche il mondo dei social e le sue metriche. Numeri importanti di follower, visualizzazioni o interazioni possono amplificare una voce, ma non definiscono l’identità professionale di chi parla. La reputazione è una cosa molto più complessa di un algoritmo. Chi fa informazione dovrebbe ricordare che dietro ogni titolo esiste una persona e che la libertà di informare porta con sé una responsabilità altrettanto importante.

5. I social hanno dato a moltissime donne la possibilità di far sentire la propria voce, ma hanno anche creato nuove forme di giudizio, esposizione e violenza. Secondo Lei, che cosa abbiamo guadagnato e che cosa rischiamo di perdere nella nostra libertà di essere noi stessi online?

Abbiamo guadagnato una possibilità straordinaria: non dipendere più interamente da un intermediario per poter parlare. Una donna, un ricercatore, un giornalista, un cittadino possono raggiungere direttamente migliaia o milioni di persone. È una democratizzazione della comunicazione che considero preziosa. Ma il prezzo può essere alto. Le piattaforme sono anche sistemi progettati intorno all’attenzione, alla misurazione e alla reazione: follower, like, visualizzazioni, commenti, condivisioni. Sono metriche utilissime nel marketing strategico e nella comunicazione digitale, ma diventano pericolose quando smettono di misurare la performance di un contenuto e cominciano, nella nostra testa, a misurare il nostro valore. Dobbiamo tornare a ricordarci una cosa elementare: un essere umano non è una metrica.

6. Oggi molti giovani vivono le relazioni attraverso uno schermo: messaggi, fotografie, “like”, visualizzazioni e silenzi digitali. Secondo Lei, i social stanno cambiando soltanto il modo in cui comunichiamo l’amore o anche il modo in cui impariamo ad amare?

Temo stiano modificando entrambe le cose. Abbiamo trasformato segnali digitali minuscoli in indicatori emotivi giganteschi: ha visualizzato e non ha risposto, ha messo un like, non lo ha messo, è online, segue quella persona, ha smesso di seguire me. Il rischio è affidare a un’interfaccia l’interpretazione dei sentimenti. Eppure l’amore vero continua ad avere bisogno delle cose più antiche del mondo: presenza, ascolto, tempo, parola, silenzio, responsabilità. La tecnologia può avvicinare due persone lontanissime, ed è meraviglioso. Diventa problematica quando sostituisce l’esperienza invece di facilitarla. Dovremmo insegnare ai ragazzi non soltanto l’educazione digitale, ma anche un’educazione sentimentale adeguata al tempo digitale.

7. Sui social vediamo continuamente immagini di felicità, successo, bellezza e relazioni apparentemente perfette. Quanto questa rappresentazione rischia di allontanarci dalla realtà e di farci dimenticare che anche le fragilità fanno parte della vita e dell’amore?

Moltissimo. E oggi il fenomeno è ancora più sofisticato perché all’immagine selezionata della vita reale si aggiunge quella generata artificialmente. Vediamo corpi perfetti, coppie perfette, viaggi continui, automobili, case e ville da sogno che talvolta non sono neppure luoghi reali, ma immagini prodotte o perfezionate dall’intelligenza artificiale. Il nostro cervello, però, continua a confrontare la propria quotidianità con ciò che vede sullo schermo. Non credo sia corretto colpevolizzare le persone. Il problema riguarda anche l’architettura dei mezzi attraverso i quali guardiamo il mondo.

La psicologia studia da decenni il meccanismo della comparazione sociale e la ricerca più recente sui social mostra associazioni significative tra comparazione online verso modelli percepiti come superiori, insoddisfazione corporea e diverse forme di disagio psicologico. Questo non significa che i social rendano automaticamente infelici: gli effetti dipendono da contenuti, modalità d’uso e vulnerabilità individuali. Ma significa che il problema esiste e non può essere liquidato come semplice fragilità personale.

Il paradosso contemporaneo è che possiamo sentirci poveri guardando una villa che forse non esiste, brutti confrontandoci con un volto modificato e falliti osservando soltanto il momento migliore della vita altrui. L’infelicità nasce spesso dalla distanza percepita tra ciò che siamo e ciò che crediamo di dover essere. Io non credo nella felicità perenne, perché nessuna vita umana può esserlo. Credo piuttosto in una serenità sufficientemente stabile, costruita riducendo progressivamente quella distanza senza trasformare le aspirazioni in ossessioni. Desiderare qualcosa può farci crescere. Credere di valere soltanto quando l’avremo ottenuta può distruggerci.

8. Quando un giornalista racconta una storia di violenza contro una donna, le parole possono informare, ma possono anche ferire o alimentare una cultura sbagliata. Dove dovrebbe fermarsi il diritto di raccontare e dove dovrebbe iniziare il dovere di rispettare la dignità della persona?

Il diritto di cronaca incontra limiti precisi nella verità dei fatti, nella continenza espressiva, nell’interesse pubblico e nella tutela della dignità della persona. Ma prima ancora del diritto esiste, a mio avviso, una questione deontologica. Raccontare una violenza non significa trasformare la vittima in uno spettacolo. Non servono dettagli morbosi quando non aggiungono informazione. Non serve insinuare che una donna avrebbe potuto comportarsi diversamente. Non serve costruire una narrazione romantica dell’aggressore. La domanda giornalisticamente corretta dovrebbe essere sempre: questo particolare aiuta il pubblico a comprendere il fatto oppure serve soltanto ad attirare attenzione? Il giornalismo perde la propria funzione quando il dolore di qualcuno diventa una tecnica di engagement.

Per quanto riguarda eventuali vicende personali che possano riguardarmi, preferisco essere molto chiara: ogni questione è affidata ai miei legali e alle autorità competenti. Non intendo alimentare processi mediatici né anticipare valutazioni che spettano alla giustizia. La giustizia farà il suo corso. Qualora mi venissero attribuite relazioni sentimentali improprie, preciso semplicemente che non sono stata l’amante di nessuno. Oltre questo, per rispetto di tutte le persone coinvolte e delle sedi competenti, non intendo entrare nel merito.

9. Il giornalismo non si limita a raccontare la società: attraverso le parole può anche contribuire a modificarne la sensibilità. Secondo Lei, chi comunica ha una responsabilità morale nel contrastare la cultura della violenza e nel promuovere una cultura del rispetto?

Assolutamente sì. È precisamente per questo che considero il giornalismo una missione. Informare non significa educare il pubblico dicendogli che cosa deve pensare; significa fornirgli fatti, contesto e strumenti affinché possa pensare autonomamente. Questa distinzione per me è fondamentale. Il giornalista non dovrebbe essere un giudice, né un propagandista, né un amplificatore inconsapevole di pregiudizi. Deve verificare, contestualizzare, scegliere le parole con rigore e avere il coraggio di fare domande anche quando sono scomode. Contrastare la cultura della violenza significa anche questo: smettere di normalizzare linguisticamente ciò che normale non è. Una società cambia anche quando cambia il vocabolario con cui decide di raccontarsi.

10. Se potesse lasciare ai giovani una sola riflessione sull’amore, sul rispetto delle donne e sul modo di utilizzare i social, quale sarebbe?

Direi loro: non consegnate a nessuno il potere di stabilire quanto valete. Non a una relazione, non a un like, non al numero dei follower, non a un corpo perfetto visto su Instagram e nemmeno a una vita apparentemente perfetta generata dall’intelligenza artificiale. Usate la tecnologia, ma non permettete che sia la tecnologia a usare le vostre fragilità. Nell’amore scegliete chi vi rende più liberi di essere voi stessi, non chi vi costringe a diventare qualcun altro. E ricordate che dietro uno schermo esiste sempre una persona. La rivoluzione digitale più importante, forse, non sarà costruire macchine sempre più simili agli esseri umani. Sarà impedire che gli esseri umani, utilizzandole, dimentichino di esserlo.

Conclusione

Il dialogo con Valentina mette in luce un messaggio chiave: la tecnologia e le nuove forme di comunicazione non dovrebbero mai sostituire la complessità e la verità dell’esperienza umana. L’amore autentico, per essere tale, richiede libertà, rispetto della reciproca individualità e la capacità di accogliere le fragilità proprie e altrui, lontani da metriche digitali e modelli di perfezione artificiale.

In un’epoca caratterizzata dalla velocità delle reazioni e dalla superficialità delle immagini, le parole di Valentina invitano a una rivoluzione culturale fondata sulla responsabilità linguistica, sull’educazione sentimentale e sulla consapevolezza del proprio valore intrinseco, indipendentemente dal giudizio esterno.

Esposito Santolo Simone

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