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Intervista a George Guido Lombardi, consigliere di Donald Trump

George Guido Lombardi, italiano di origini, è consigliere di fiducia di figure di altissimo profilo, tra cui l’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Non solo politico di rilievo internazionale, ma anche autore di successo, acclamato da leader americani. Stratega brillante e voce autorevole, è una figura ascoltata nelle stanze del potere, sia in Europa che a Washington.

Il dollaro, successivamente agli accordi di Bretton Woods, è diventato la moneta di scambio internazionale. Pur insidiata dal ruolo dei BRICS negli ultimi anni, la valuta americana ha continuato a essere la principale sui mercati mondiali. In un’epoca di profondi cambiamenti, l’egemonia del dollaro continuerà o si andrà verso un sistema senza un’unica moneta di scambio internazionale?

Molto probabilmente continuerà. Il dollaro rimane tutt’oggi, e rimarrà almeno per i prossimi cinque anni – se non di più – la moneta di riferimento, soprattutto per gli scambi energetici: petrolio, gas liquido, e qualsiasi altra risorsa di questo tipo.

Più che i BRICS, è stata la Repubblica Popolare Cinese a cercare di soppiantare il dollaro con lo yuan, che però non ha alcun reale backing. Lo sappiamo tutti: le banche cinesi stanno attraversando alcune difficoltà. Anche se è vero che la Cina ha acquistato molti buoni del tesoro americani – circa 600 miliardi di dollari, secondo il direttore della Banca Centrale Cinese – va detto che il debito totale degli Stati Uniti è di 30.000 miliardi. Quindi, quei 600 miliardi, in proporzione, non sono poi così rilevanti.

D’altra parte, nessuno parla di quanti buoni del tesoro cinesi siano detenuti dalle banche americane, ed è un aspetto su cui bisogna prestare attenzione.

Per quanto riguarda i prossimi 4-5 anni, è probabile che l’amministrazione Trump continuerà a registrare successi, come già avvenuto negli ultimi sei mesi: la Borsa è salita, i salari sono aumentati, il prezzo dell’energia è calato e l’occupazione continua a raggiungere livelli impressionanti. L’economia, dunque, dovrebbe continuare a crescere.

Se l’Europa – in particolare i burocrati di Bruxelles – sceglierà la via del dialogo con gli Stati Uniti, anziché seguire l’approccio conflittuale di Macron, ma piuttosto quello più collaborativo di Giorgia Meloni, cercando di ridurre i dazi da entrambe le parti, anche l’economia europea potrebbe trarne beneficio. E questo vale non solo per i paesi dell’Unione Europea, ma anche per nazioni come la Moldavia e altri stati del continente europeo.

L’abbandono della parità aurea è stato uno dei pilastri della politica monetaria dell’ultima metà del secolo. Inoltre, ora siamo nell’epoca delle criptovalute. Crede che, con la nuova lotta delle economie emergenti e degli Stati alternativi all’Occidente per il controllo delle risorse naturali, queste ultime possano diventare la nuova base di garanzia per una moneta alternativa, magari virtuale, negli scambi internazionali?

Allora, per quanto riguarda le criptovalute, abbiamo visto che soprattutto nei cinque-sei mesi in cui Elon Musk era molto attivo alla Casa Bianca – e anche successivamente – l’amministrazione Trump ha favorito la creazione e la regolamentazione delle criptovalute. Quindi, già dal punto di vista dell’amministrazione Trump, ma anche negli anni precedenti, c’era una certa apertura da parte delle istituzioni americane verso le criptovalute, a patto però che fossero regolate.

Non si trattava di accettare tutte le criptovalute indiscriminatamente, senza alcun riferimento ad asset solidi e riconosciuti a livello internazionale, soprattutto dal sistema bancario. Quindi, sì alle criptovalute, ma con molta attenzione: da dove provengono, dove vanno e, soprattutto, chi le controlla. Questo è assolutamente fondamentale.

D’altra parte, come dicevi, fino a diversi anni fa dietro le monete c’erano sempre riserve auree consistenti, sia negli Stati Uniti, sia in Russia, in Cina e altrove. Oggi nessuno sa esattamente quali siano queste riserve. Il fatto che non siano più evidenti non significa che non esistano, ma non essendo più collegate direttamente al dollaro o ad altre valute, quello che oggi dà valore alle monete – euro, dollaro, yuan giapponese o altro – è soprattutto lo stato dell’economia di quella nazione.

In sostanza, diventa più importante il bilancio dello Stato che le sue riserve auree.

Gli Stati Uniti siamo abituati a vederli da quasi 40 anni come i gendarmi del mondo, i dominatori di un sistema unipolare. Ma oggi, con il riemergere della Russia, il grande peso assunto dalla Cina e da potenze emergenti come l’India e il Brasile, l’egemonia statunitense è sempre più messa in discussione. Che futuro vede per gli Stati Uniti come attore della politica internazionale?

La cosa importante da capire, soprattutto riguardo all’amministrazione Trump – e lui lo ha detto sia in campagna elettorale che successivamente – è che favorisce una federazione di nazioni, piuttosto che un’egemonia.

Tanti anni fa c’erano solo due grandi potenze: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Oggi ce ne sono più o meno tre: Stati Uniti, Russia e Cina. Ma ci sono anche altre realtà emergenti, come dicevi tu: l’India, il Brasile, e persino l’Unione Europea.

Quindi oggi abbiamo molte potenze, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico e militare.
A questo punto, cosa vuole fare Trump? Non punta a un’egemonia americana come in passato. Vuole semplicemente promuovere un dialogo più aperto tra le nazioni.

Lo abbiamo visto sia in campagna elettorale, sia durante il primo mandato, e ora anche nel secondo: Trump tende a sostenere quelle nazioni che mostrano una linea più indipendentista. Vediamo l’Ungheria di Orban, l’Olanda di Geert Wilders, l’Italia di Giorgia Meloni.

Anche con l’India, per esempio, ci sono stati accordi non solo economici (sui dazi), ma anche collaborazioni in ambito energetico e altro.

E ora, soprattutto con la recente tregua tra Israele e Iran, si è aperto un dialogo anche con la Cina.
Fino a poco tempo fa, la Cina favoriva nettamente l’Iran. Ma dopo che i bombardieri americani hanno dato, diciamo, la “vitamina B2” al regime iraniano, cosa è successo? All’improvviso è arrivata una tregua.

E chi l’ha proposta? La Cina. Xi Jinping ha chiamato Trump e ha detto: “Un attimo, fermiamoci, facciamo una tregua”. Perché? Perché il 90% del petrolio che la Cina importa dall’Iran passa per lo stretto di Hormuz.

Se lo stretto venisse minato, la Cina non saprebbe più dove acquistare petrolio. Non certo dagli Stati Uniti.
Anche perché il petrolio iraniano la Cina lo compra a un prezzo irrisorio: circa un decimo del valore reale, e gran parte lo paga addirittura con razzi di seconda categoria.

Quindi ormai alla Cina non conviene neanche più difendere l’Iran a tutti i costi.

Possiamo dire quindi che gli equilibri che esistevano fino a due anni fa, o anche solo un anno fa, stanno cambiando – e lo stanno facendo molto rapidamente.

Anche dal punto di vista militare, politico ed economico, vediamo trasformazioni significative. Il futuro sarà sempre più frammentato: si darà più importanza ai diversi blocchi, come i BRICS, l’Unione Europea e anche ai singoli Stati.

Nonostante un ridimensionamento del potere a favore di un mondo multilaterale, gli Stati Uniti restano un Paese – e soprattutto una grande potenza – che, pur spesso attratta da spinte isolazioniste, conserva un grande potere attrattivo verso molti alleati in tutto il mondo. Un fascino e un’influenza che non possono essere trascurati…

Assolutamente sì. Però, diciamo, la cosa importante in questo momento è comprendere che anche nazioni relativamente piccole – come la Moldavia – ma anche Paesi che fino a poco tempo fa contavano davvero poco, come la Bosnia, oppure la Romania (che non è una piccola nazione, ma ha comunque subito influenze negative da parte di certe burocrazie europee), stanno iniziando ad avere una voce propria.

E questo anche grazie a quello che state facendo voi. Oggi non sono più solo i grandi media a contare, ma anche i social media – che io seguo molto attentamente, e che ho curato durante entrambe le campagne elettorali.

È chiaro che c’è attenzione, da parte di politici importanti come Trump, Meloni e altri, anche verso situazioni che normalmente non sarebbero visibili, proprio grazie ai social media.

Stiamo entrando in un’era completamente diversa rispetto al passato. Le grandi produzioni mediatiche, le grandi aziende e i conglomerati – americani, europei, italiani – quelli tradizionali come RAI, Mediaset, non hanno più il potere che avevano una volta.

E questo è merito anche dei social media e di chi, come voi, sta facendo questo grande lavoro.

Donald Trump è una figura discussa, spesso dileggiata, ritenuta fortemente impopolare, eppure ha largamente conquistato la presidenza e la maggioranza delle Camere. Il suo indice di gradimento continua a rimanere altissimo. Un tipico prodotto del sogno americano. Qual è, secondo lei, la più grande innovazione di questa presidenza, alla luce della politica estera e interna?

Assolutamente sì. Ed è proprio grazie ai social media, ma anche a figure che potremmo definire “eroi inconsapevoli”, come Elon Musk. Quando ha acquistato quella che allora era Twitter – oggi X – ha fatto sacrifici enormi.

Molti lo hanno preso per pazzo, perché pagava un’azienda dieci volte il suo valore e tutti dicevano che sarebbe andato in bancarotta. Invece, è riuscito a trasformarla. E oggi, non solo X vale molto più di quanto l’abbia pagata, ma ha anche liberato la potenza della comunicazione, mettendola nelle mani del singolo cittadino.

Oggi, se ho bisogno di dire qualcosa e riesco a trovare un pubblico abbastanza ampio, posso confrontarmi anche con potenze enormi. Non serve più essere una Kardashian con 16 milioni di follower: persino alcuni videogiochi, nel giro di una settimana, raggiungono un milione e mezzo di follower.

La comunicazione è cambiata radicalmente, e questo è merito di persone come Elon Musk e anche di Trump, che credono profondamente nella libertà individuale e nella libertà di espressione: quella di poter comunicare liberamente ciò che si pensa.

Pochi se ne rendono conto, ma Donald Trump aveva detto – prima dell’inizio del conclave – che avrebbe brindato al primo Papa americano della storia. E in effetti così è stato. Pensa davvero che i cardinali si siano messi d’accordo?

No, non credo sia stata una scelta politica. Penso ci fossero diverse possibilità, e che abbiano scelto in base alle logiche interne del Vaticano. Non credo abbiano voluto fare un favore né a una parte né all’altra.

Detto questo, penso che Papa Francesco abbia fatto un lavoro davvero eccezionale – forse, sì, un po’ sbilanciato in una direzione e non abbastanza, diciamo, “balanced”, per usare il termine in senso tradizionale.

Ma la Chiesa, che è un’istituzione molto saggia e che esiste da almeno duemila anni, ha sicuramente preso decisioni basate su quelle che erano le sue esigenze in quel momento. E io credo che abbiano fatto la scelta giusta. Non perché fosse americano, ma perché era la persona giusta, al momento giusto, con le qualità giuste. Una persona davvero, davvero per bene.

C’è una forte resistenza da parte di un soggetto ancora incompleto, come l’Unione Europea, che forse non sarà mai compiuto del tutto come Stato. Spesso sembra voler ostacolare il presidente Trump. Credi che l’Europa riuscirà, in futuro, ad avere un peso tale da condizionare le decisioni degli Stati Uniti?

Purtroppo, all’interno dell’Unione Europea ci sono moltissimi interessi, spesso di carattere nazionale, ma anche di parte.

Vediamo, ad esempio, l’industria automobilistica tedesca, che già aveva dei problemi: si è lanciata nella produzione di carri armati, anche perché non sapeva più dove impiegare la manodopera. Naturalmente, ha chiesto ai propri rappresentanti politici – inclusi quelli a Bruxelles – di sostenere il comparto, investendo miliardi nella ricostruzione del settore militare europeo.

Lo stesso discorso vale per la Francia. L’ingegneria aerospaziale era in difficoltà – basti pensare ad Airbus o al comparto missilistico e satellitare. Così, le grandi aziende francesi hanno fatto pressione sui loro politici e sulle istituzioni europee per spingere verso gli 800 miliardi stanziati per la difesa.

Ma questa spesa non serve realmente alla difesa. Basta vedere cosa sta succedendo in Russia e Ucraina: con i droni, ormai carri armati e aerei sono quasi superati. La guerra è sempre più automatizzata, e si gioca sul piano cibernetico. Anche i satelliti – che una volta erano strategici – oggi li hanno tutti, e si possono persino affittare.

Insomma, stanno spendendo soldi, ma non per la vera sicurezza, quanto piuttosto per sostenere industrie in crisi. E questo non può andare avanti all’infinito.

Cosa vedo nel futuro? Vedo una politica che cambierà direzione, orientandosi verso un’unione tra patrioti, cioè verso forze indipendentiste e populiste, in tutte le nazioni – non solo Olanda e Ungheria, ma in tutta Europa.

Questo porterà a una ridistribuzione delle risorse economiche, non più a vantaggio delle grandi aziende e degli “amici degli amici”, ma finalmente a beneficio dei territori, comprese le nazioni più periferiche come la Moldavia.

Quindi vedo un futuro molto più prospero, anche economicamente, di quanto non sembri oggi.

L’Europa continua a essere una costruzione estremamente complessa, eppure molto spesso i popoli europei eleggono governi in aperto contrasto con Bruxelles. Secondo lei, gli europei sognano un’Europa diversa? O sognano il ritorno agli Stati nazionali?

Penso che chi sogna il ritorno agli Stati tradizionali si illuda, perché ormai il mondo è completamente interconnesso.

Come dicevo prima, con un semplice telefonino puoi chiamare in Australia, vedere un video di ciò che accade a Taiwan, oppure organizzare un’escursione in Mongolia o al Polo Nord. Ormai c’è una coscienza globale, una sensibilità diffusa, e una conoscenza del mondo che prima non esisteva.

Questo ha aperto la mente delle persone, ha ampliato le possibilità – non solo economiche, ma anche culturali – in tutto il mondo. Per questo motivo, tornare agli Stati com’erano nel 1900 non accadrà.

Molto probabilmente si uscirà da questa burocrazia opprimente, soprattutto quella dell’Unione Europea – ma anche negli Stati Uniti esiste una situazione simile – e si andrà verso un livello più locale.

Ed è già quello che sta accadendo, sia in Europa che negli Stati Uniti.

Non posso parlare con certezza per altri paesi, perché non li conosco abbastanza, ma immagino che questa direzione – quella del ritorno al locale, alla comunità – continuerà. E non si può fermare. No, non si può più fermare.

L’Europa spesso comprime il diritto dei popoli di dissentire, con leggi liberticide che limitano la libertà di opinione. Questo è accaduto anche negli Stati Uniti con il politicamente corretto e la cancel culture. Tuttavia, gli organi giudiziari americani hanno bocciato queste derive. In Romania, invece, è stato impedito a un candidato di presentarsi alle elezioni, e addirittura è stata annullata una votazione. In America, al contrario, la Corte Suprema non ha permesso di escludere Trump dalle elezioni. Crede che il sistema americano abbia anticorpi migliori per tutelare la democrazia?

Sì, in un certo senso sì. Esistono sicuramente delle forze che hanno cercato – e cercano tuttora – di manipolare l’opinione pubblica, arrivando in alcuni casi a compiere atti anche illegali. Come dicevi tu, è successo in Romania, ma anche in altri paesi. Adesso, ad esempio, stanno cercando di emarginare Orban in Ungheria.

In Francia sono state diffuse informazioni false su Marine Le Pen, e purtroppo la Corte francese l’ha ritenuta colpevole. Quindi sì, è in atto una battaglia – potremmo dire una vera e propria guerra – all’interno delle grandi democrazie, sia europee che americane, e anche in altri Paesi, come sicuramente in Brasile.

È una battaglia tra due visioni del mondo: da una parte, forze liberali, liberiste, democratiche; dall’altra, forze che puntano a imporre una forma di dittatura, o per essere più precisi, un’oligarchia.

Questa battaglia si sta combattendo in ogni nazione, con vittorie e sconfitte da entrambe le parti. Anche Trump, nel 2020, è stato sconfitto.

Ma ora vediamo segnali importanti: proprio due giorni fa, la direttrice del National Intelligence, Tulsi Gabbard – che, tra l’altro, era democratica, ma è passata dalla nostra parte – ha consegnato alla Casa Bianca un dossier di parecchie centinaia di pagine su Barack Obama.

Dopo averlo analizzato, la Casa Bianca lo ha inoltrato al Dipartimento della Giustizia con la richiesta che Obama venga interrogato per possibili – e molto probabili – atti di tradimento della patria, legati al cosiddetto “Russiagate”.

Ci sono quindi segnali evidenti che, anche grazie a Trump, la giustizia americana stia cambiando. Ed è qualcosa che dovrebbe accadere anche in Italia.

Abbiamo vissuto situazioni molto simili anche qui, e alla Corte dell’Aia… non ne parliamo.
Anche nell’Unione Europea c’è molto lavoro da fare.

Ma sono fiducioso: le popolazioni si stanno svegliando, e anche alcuni politici hanno iniziato a dire: “No. Adesso basta.”

Pensa sinceramente che il metodo dell’Europa, che prescinde spesso dal mandato popolare e dalla volontà dei cittadini, preferendo un approccio fatto di regolamenti burocratici di secondo livello, abbia un futuro?

Assolutamente no. Dobbiamo assolutamente restituire voce alle popolazioni di tutte le nazioni, affinché i cittadini possano dire “no” a regole, regolamenti o addirittura leggi imposte dai burocrati di Bruxelles.

Perché poi, di fatto, è la Commissione Europea che decide queste cose. Il Parlamento le approva, sì, ma se esiste una maggioranza che viene convinta a votare certe leggi predisposte dalla Commissione, quelle norme vengono imposte a tutti i Paesi membri.

Ed è una cosa ridicola, perché quella maggioranza potrebbe non tenere minimamente conto del fatto che una determinata legge può danneggiare completamente un Paese – magari anche al 100% – e solo marginalmente un altro.

Quindi ci sono regolamenti dell’Unione Europea che devono essere assolutamente smantellati.

Mi auguro – e credo – che i popoli europei riusciranno a far sentire la propria voce, anche attraverso i loro rappresentanti all’assemblea di Bruxelles, per mettere finalmente fine a questa sorta di dittatura burocratica che viene imposta dall’alto.

L’Europa e l’Occidente hanno spesso mostrato grande sostegno a figure come Zelensky o Maia Sandu, che però, nei loro rispettivi Paesi, si sono distinti anche per azioni fortemente repressive nei confronti dell’opposizione. Al contrario, gli Stati Uniti sembrano oggi molto più freddi nei loro confronti. Cosa pensa di questo nuovo approccio dell’amministrazione americana?

Beh, all’inizio Trump è stato piuttosto diretto, soprattutto nei confronti di Zelensky. Già durante la campagna elettorale, ma anche nel corso del suo primo mandato, ha sempre espresso un certo scetticismo verso questa impostazione politica.

In particolare, ha criticato il fatto che Zelensky non abbia approvato o accettato nuove elezioni, usando come scusa la guerra. Ha detto: “No, no, non facciamo le elezioni, rimandiamo, rimandiamo…”.
E questa non è una scelta corretta, soprattutto nei confronti del popolo ucraino.

Se il popolo ucraino ama davvero Zelensky al punto da rieleggerlo, benissimo. Ma questo non giustifica il continuo rinvio delle elezioni.

Lo stesso discorso vale per la Romania e anche per altri Paesi.

Dal punto di vista americano, la posizione è sempre stata chiara: elezioni aperte, libere e senza imposizioni da parte del governo in carica. E questa linea resta valida ancora oggi.

Ti ringraziamo molto, Guido, per essere stato così gentile da concederci questa intervista di confronto su temi tanto delicati e importanti dell’economia e della politica internazionale. Speriamo di rivederti presto.

Con grande piacere. Grazie a te.

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