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L’insicurezza e l’ansia: due sfide per l’uomo moderno

Un viaggio nella fragilità psicologica dell’uomo moderno, tra ansia, giudizio sociale e senso di inadeguatezza.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Sappiamo che molte persone soffrono di un’insana ansia al risveglio, a causa di una folla di pensieri negativi, preoccupazioni probabilmente dovute allo stress. Si può arrivare addirittura al timore di affrontare il nuovo giorno che si affaccia. È un fenomeno che tra gli esseri viventi interessa solo il sapiens e più frequentemente, gli abitanti delle società più avanzate.

Nessun animale, sappiamo, prova questo senso di angoscia nel vedere sorgere il sole. Al contrario, anche il gatto randagio è contento di aver trascorso la notte, di essere sopravvissuto e di godersi i primi raggi del tiepido sole mattutino. Vediamo che i felini dal piacere usano chiudere gli occhi per non essere offesi dalla luce e godersi pienamente il momento. Le allodole, addirittura, sembrano impazzire di gioia quando si destano a centinaia sui rami degli alberi al primo apparire delle luci dell’aurora, quando il cielo si tinge di rosa a Oriente. Le udiamo perché manifestano la contentezza con un festoso concerto che inonda ogni viale delle città, come il gallo sembra salutare il sole nelle campagne.

Ogni animale sa vivere solo il qui e ora, loro vivono istintivamente il “hic et Nunc” perché vivono il presente senza farsi distrarre da preoccupazioni passate o future. Ogni uomo, invece, grazie al notevole sviluppo della massa cerebrale, in special modo, quella del lobo anteriore, sa immaginare il futuro con meccanismi quasi automatici, rielaborando le probabilità, confrontando coi ricordi del passato, esattamente come farebbe un computer.

Da questa capacità progettuale possono nascere i propositi, le fantasie, ma anche le angosce, le paure, il senso di inadeguatezza. L’uomo è l’unico animale che può avere delle aspettative e può, di conseguenza, anche non sentirsi all’altezza di queste sue stesse aspettative. Infatti ogni insicurezza non deriva mai da una percezione oggettiva ma è sempre provocata da un giudizio soggettivo. Tali insicurezze possono creare un senso di fragilità, inettitudine, addirittura incapacità paralizzante. Sono sensazioni che agiscono come freni a causa del timore di sbagliare, di non essere all’altezza.

Soprattutto però, ciò che può bloccare una persona è la paura del giudizio altrui e questo è un moto atavico. Basti pensare al suicidio di Aiace, il più glorioso guerriero dopo Achille, il quale, ingannato, comprende di aver sbagliato davanti all’esercito degli Achei e comprende ciò che deve fare. Fissata la propria spada al suolo, vi si getta sopra uccidendosi. Infatti il mondo antico è stato definito la società della vergogna. Era la vergogna del “giudizio sociale” (aidos). Era un estremo sentimento di pudore e insofferenza al disonore in una società in cui la comunità aveva una grande importanza.

Anche il mondo cristiano ha meccanismi di controllo sociale o autocontrollo. Mentre i Greci subivano un controllo psicologico dall’esterno che poteva provocare vergogna per ogni azione sbagliata, la società cristiana è stata la società della colpa in cui ognuno veniva giudicato dall’interno e la vergogna viene sostituita dalla colpa e dal rimorso interiore perché è il soggetto stesso in questo contesto che si osserva e si giudica.

Nella contemporaneità, invece, oltre alla colpa sembra riemergere la vergogna, il timore del giudizio sociale. Questo perché la contemporaneità è basata sulla competitività, sull’invidia sociale, sul fattore imitativo, sull’obbligo di essere all’altezza perennemente del contesto. Negli USA è consuetudine dividere le persone in vincenti e perdenti. Una società che si dice inclusiva a parole ha creato nuove barriere divisorie, nuove categorie. Infatti oggi la paura maggiore sembra essere quella del giudizio altrui, un giudizio che angoscia masse di persone, le quali riempiono gli studi di analisi.

Come nei poemi omerici sembra che l’autostima di ogni uomo sia tornata a dipendere dal giudizio altrui, ma a questo si aggiunge anche il severo giudizio personale. Possiamo dire che è esistita la società della vergogna, seguita dalla società della colpa, per arrivare alla società dell’inadeguatezza, la nostra. L’insicurezza, infatti, può portare addirittura all’autosabotaggio, un inconscio comportamento che ostacola il raggiungimento degli obiettivi. Sarebbe un meccanismo psicologico perverso che ostacolerebbe il desiderio di cambiamento.

Da questo stato d’animo al senso di colpa, il passo è breve. Non si tratta di un senso di colpa per qualcosa che è stato commesso ma sarebbe causato dal senso di profonda inadeguatezza. Talvolta l’uomo moderno può arrivare a sentire come colpa il fatto stesso di esistere. Un senso di colpa per il proprio benessere, per i propri desideri e per giungere alla colpa per il semplice fatto di esistere. Talvolta, e sempre più frequentemente, può nascere una profonda convinzione di essere dannosi al mondo, agli animali, alla natura, colpevoli di essere nati.

Accade che una società sembra non desiderare più proseguire il suo percorso e non credere più sia nell’azione individuale che nell’azione collettiva. Socialmente è un momento che può essere pericoloso perché può portare a squilibri comportamentali di intere collettività. Infatti si rischia di trasportare nella realtà il mito greco di Sileno e di re Mida che però era solo una domanda filosofica di tipo esistenziale. Le agghiaccianti parole di Sileno rivelano:

Stirpe miserabile ed effimera, perché vuoi sapere quello che per te sarebbe meglio non sapere?
La cosa più desiderabile per l’uomo sarebbe non sapere, non essere nati, non essere niente
La cosa in secondo luogo migliore per te sarebbe morire presto.

Quella risposta del mito, come la filosofia di Schopenhauer, erano domande intellettuali. Oggi invece si rischia che si trasformino in reali stati d’animo e vera angoscia.

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