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Sappiamo che l’uomo è costituito da energia, che si presenta, secondo la fisica dei quanti, scoperta da Max Planck più di un secolo fa, sotto forma di onde e particelle con cui è composto tutto l’universo. Infatti, abbiamo appreso che sia la luce che la materia possono presentarsi sia sotto forma di onde che di particelle in modo variabile e a fasi alterne e che non esiste una netta differenza fra energia e materia.
È stato ipotizzato da alcune filosofie, in passato, che l’uomo potrebbe aver sviluppato un’intelligenza di cui sarebbe già pervaso l’universo, analogamente alla forza misteriosa del desiderio di cui anche il cosmo sarebbe saturo. Quando Dante, nell’ultimo verso del Paradiso, quello che chiude la Divina Commedia, scrive: “l’amor che move il sole e le altre stelle…” vuole solo esprimere il concetto che l’amore, interpretato come desiderio, è la forza motrice dell’universo e di conseguenza anche dell’uomo, come di ogni altro essere vivente.
Se riflettiamo, ogni uomo, quando studia l’energia e la meccanica dell’universo, forse non è altro che parte dell’intelligenza cosmica che studia se stessa e non un’altra cosa a lui completamente estranea.
Un misterioso mito dei Greci narrava un aspetto di Dioniso, il dio che rappresentava l’energia vitale, il desiderio di essere e l’esperienza estatica, tramite l’uscita dal sé per la conoscenza e la comunione con l’Uno che altro non sarebbe che il tutto. Si narrava che quando il nume si guardava allo specchio, non vedeva il proprio volto ma, riflesso sulla superficie, appariva l’universo intero, vero volto del dio ancora privo di individuazione. Credo che questa immagine simbolica, alla luce di quanto detto, sia facilmente decifrabile e non sia più un enigma.
Ancora più inconcepibile appare il mito di Dioniso e Penteo, sfortunato re di Tebe, in cui Dioniso, per dimostrare la sua potenza ad un irriverente Penteo, induce la madre del re, la baccante Agave, in preda a rapimento orgiastico e fuori di sé, a uccidere e divorare il proprio figlio scambiato per un animale selvatico. In questo racconto con aspetti decisamente ripugnanti, forse trapelano memorie ancestrali di riti estatici che si perdono nella notte dei tempi.
Un noto orientalista italiano, Giulio Cogni, un esegeta e linguista, traduttore dal sanscrito del poema indiano Bhagavad gita, e studioso delle Upanishad, ha scritto un interessante saggio sull’antropofagia divina. Per l’originale studioso, anima, spirito e alimenti sono concetti congiunti. Per Cogni, ogni creatura è cibo spirituale e materiale in quello che lui pensa sia stato interpretato come un rito di sacrificio universale. Per la logica cosmica, ogni forma di vita sarebbe solo apparenza e proiezione del sé universale, cioè dell’Uno. Cogni paragona in senso figurato il bisogno di amare al senso di nutrimento.
Citando il canto della Taittiriya Upanishad riporta “Io sono il cibo…e colui che mangia il cibo…è nel cuore dell’immortalità”, il senso figurato indicherebbe la connessione fra cibo e vita. “Colui che mangia cibo, mangia me e io mangio lui, e insieme viviamo e siamo nell’immortalità”.
Nel “Canto dell’amore” sia l’amore spirituale coniugale, sia l’amore divino sembrano basarsi sullo stesso principio, la fame di unità spingerebbe gli uni verso gli altri perché in amore ognuno si dona alla fame dell’altro e si fa dono dell’altro. “Annullano in tal modo l’io e l’altro nell’Uno”.
Questa sublimazione d’amore sembra riecheggiare in senso puramente spirituale nella frase di Cristo “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue sta in me e io in lui”.
Cogni inoltre ha scritto anche un altro testo intitolato “Io sono te stesso. Sesso e oblazione “ uno studio sulla metafisica del sesso e dell’amore totale. Sempre Cogni, nel 1933 aveva già accennato al medesimo argomento con un’altra opera “Saggio su l’Amore come nuovo principio di immortalità “, opera che dati i tempi sollevò qualche perplessità ma che fu ben accolta da Giovanni Gentile, a cui il saggio era stato dedicato.