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Il potere dei simboli: una chiave per comprendere l’arte e la letteratura

Dall’etimologia antica a Baudelaire e ai Preraffaelliti: come il simbolo unisce visibile e invisibile nella crisi della modernità.

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Per comprendere il simbolismo occorre analizzare l’etimologia della parola “simbolo” derivata dal latino symbolum e dal greco sýmbolon (“segno”), da syn “insieme” + bállō “gettare” (verbo symbállō), che significa “mettere insieme”, unire due parti. Nell’antica Grecia poteva essere un mezzo di riconoscimento che si otteneva spezzando due parti che potevano combaciare al momento del loro ricongiungimento.

A Firenze, il brunelleschiano edificio che accoglie l’Istituto o Spedale degli Innocenti, fatto edificare dalla corporazione della seta, dal 1445, accoglie bambini abbandonati, i cosiddetti innocenti e, quasi sempre, al momento in cui veniva abbandonato un bambino nella ruota girevole degli esposti, questo frequentemente veniva trovato fornito di un simbolo che poteva consistere in una medaglia spezzata, un solo calzino spaiato, la metà di un oggetto che rappresentava la speranza di un ricongiungimento futuro delle due parti che troppo spesso rimaneva solo una speranza.

Ancora oggi l’istituto conserva un grande archivio catalogato con cura di un’infinità di simboli risalenti a molti secoli fa e ogni oggetto rappresenta la storia di una vita. Ogni simbolo rimanda sempre a qualcos’altro e non ha un senso in se stesso ma lo acquista in relazione a ciò a cui rimanda, non ad un’altra metà di una moneta ma al volto di una madre.

I simbolisti hanno seguito la stessa logica, percepiscono, nella realtà che li circonda, solo dei simboli che rimandano e ricollegano sempre a concetti superiori. Attraverso il simbolo l’artista cerca significati nascosti ma esistenti per collegare le due realtà, quella sensibile con quella impercettibile. Un famoso precursore dei simbolisti fu il poeta francese Charles Baudelaire.

Il poeta, nella sua opera “I fiori del male”, illustra uno stato delle cose in cui il dualismo tra il bene e il male non è affatto netto come fu concepito da un certo manicheismo ma ha delle componenti interconnesse. L’ambiguità del poeta è questa ma non è lui ad essere ambiguo, bensì il mondo che descrive in cui è certo che esista sempre una interazione tra opposti. L’angoscia, il famoso spleen che attraverso la noia denuncia il vuoto esistenziale che Baudelaire, da uomo di cultura moderno percepisce, sembra si tramuti in forza creativa, una disillusione che si trasforma in consapevolezza della complessità. La sensibilità del poeta lo porta addirittura a intravedere anche nella morte, nella sofferenza e nel degrado, una tragicità ed una autenticità che illumina con intuizioni, quello che lui denomina il simbolismo delle corrispondenze.

Il poeta, immagina che esistano legami invisibili fra questa realtà mortificata e immancabilmente destinata a degradare e una realtà superiore in una dimensione sottile. Per Baudelaire spirito e materia non sono separati ma interconnessi, quasi comunicanti. Il poeta è lucidamente cosciente della decadenza ma nonostante ciò non desiste nel cercare per poter intravedere la bellezza e il sublime anche nelle realtà apparentemente più degradate e spesso vede il sublime anche in un anonimo eroismo o nel sacrificio.

Baudelaire, nota che anche nella decadenza persiste il desiderio nascosto di una bellezza superiore. Similmente a Pasolini e Céline, il poeta maledetto, sa vedere nel degrado dell’ambiente artificiale delle città, un’umanità dispersa, composta spesso da individui soli ed emarginati e percepisce la diffidenza che talvolta involontariamente provoca negli altri. Diffidenza, risentimento, solitudine sembrano le corazze di questa umanità ai margini. L’arte, la ricerca del sublime e la trasgressione diventano la sfera difensiva dell’autore de “Les Fleurs du Mal”. Il poeta sembra essere collocato, oltre che temporalmente, anche spiritualmente, fra Romanticismo e decadentismo.

Si racconta che i Preraffaelliti che hanno subito molte influenze dai simbolisti, per dipingere usavano ispirarsi alle sue poesie. Nella confraternita, accadeva talvolta che qualcuno fosse incaricato di leggere le poesie del poeta francese mentre gli altri, ispirati dalle liriche, trasferivano sulla tela i sentimenti e le suggestioni provate. I Preraffaelliti legati maggiormente al simbolismo erano Dante Gabriel Rossetti, William Holman Hunt e John Millais. I maggiori pittori simbolisti furono Gustave Moreau, Arnold Böcklin e Fernand Khnopff.

Anche se appartenenti a realtà culturali diverse, alcuni aspetti di Baudelaire sembrano avere dei punti di contatti col filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Comune è la sensibilità di avvertire la crisi della modernità e dei valori tradizionali messi in discussione e sull’alienazione dell’uomo moderno. I due personaggi accusano dei guasti la società borghese. Indubbiamente anche se con atteggiamenti diversi, ambedue sono molto critici nei confronti di un realismo riduttivo e del positivismo che aveva entusiasmato troppe persone nel secolo in cui vivevano ma che loro osservavano con occhi da estranei. Qualcuno nelle corrispondenze ha voluto vedere un’assonanza con certo neoplatonismo. Delle affinità possono apparire, ma sono solo dettagli.

I poeti maledetti e i simbolisti sono stati il frutto della loro epoca, di un mondo a un crocevia che stava affacciandosi alla modernità senza chiedersi dove questa li avrebbe condotti. Un mondo che sembrava popolato dalle “mosche del mercato”, metafora usata da Nietzsche per descrivere una società dove si diffonde la superficialità, la mediocrità. Questi poeti e artisti non avevano ancora compreso che la modernità consisteva proprio nella rinuncia ad ogni scopo, ogni fine ultimo e soprattutto ad ogni domanda. Non si erano accorti che la modernità era molto semplice da capire, infatti consisteva solo nell’andare avanti insieme al tempo che scorre, affidandosi e sperando in ciò che segue il presente che è il domani, un eterno domani che è come l’orizzonte, non si raggiunge mai.

La critica più frequente che nel XIX secolo veniva rivolta a certa modernità era quella riguardante l’alienazione a causa della diffusione del fenomeno della impersonalità delle relazioni umane, si temeva il disorientamento e la solitudine degli individui, specialmente di quelli che abitavano le affollate metropoli. C’era il timore che il mondo moderno avrebbe accentuato tale alienazione che Jung in seguito illustrerà essere la totale perdita del Sé, del centro unificatore della personalità. Erano tutti solamente dei pregiudizi di uomini d’altri tempi?

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