Cosa l’ha spinta a scrivere Déséquilibre de la Terreur proprio in questo momento storico?
Questo libro è il logico seguito di un’opera precedente, “Journal d’Ukraine et de Russie” (Diario dall’Ucraina e dalla Russia), pubblicato nell’estate del 2022, il cui sottotitolo era “Le crisi e l’evoluzione del sistema internazionale” . Si trattava allora di un’analisi dei cambiamenti intervenuti nel sistema internazionale, sotto l’effetto di grandi crisi internazionali con il ritiro dall’Afghanistan nell’estate del 2021, la crisi tra Stati Uniti e Francia per la sicurezza del Pacifico – a causa della brutale rottura da parte dell’Australia, sotto la pressione di Washington, del contratto di vendita dei sottomarini francesi che le erano destinati; ciò aveva introdotto un’ulteriore frattura nel sistema di sicurezza occidentale: oltre alla sfiducia manifestata nei confronti della Francia, la costituzione della nuova alleanza AUKUS tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito, inizio di un sistema di difesa anti-Pechino, era stata un segnale di ostilità rivolto alla Cina. E naturalmente non si poteva dimenticare la guerra in Ucraina.
Questo conflitto ad alta intensità è continuato da allora e lo squilibrio del terrore è stato il risultato dell’opposizione tra la Russia, potenza nucleare, e l’Ucraina, potenza convenzionale, sebbene sostenuta da un’ampia coalizione di Stati membri della NATO, tra cui tre potenze nucleari. All’equilibrio del terrore della guerra fredda, durante la quale le armi nucleari garantivano paradossalmente una certa stabilità del sistema, è seguita una situazione complessiva più instabile. Questo è stato il punto di partenza di questo nuovo libro, che non si limita affatto alle sole questioni di strategia militare.
Lei descrive il progressivo indebolimento della deterrenza nucleare come un fenomeno preoccupante. Quali elementi attuali le fanno temere una rimessa in discussione di questo equilibrio del terrore?
Durante la guerra in Ucraina, il nucleare è stato evocato più volte, in modo più che subliminale ma non ufficiale, in particolare da parte russa. Secondo gli esperti, il nucleare militare ha continuato ad essere gestito in modo molto “classico” e i contatti ad alto livello, in particolare tra militari di alto rango, non sono mai cessati tra le superpotenze nucleari che sono gli Stati Uniti e la Russia. Ma tali riferimenti sarebbero stati inimmaginabili durante la guerra fredda, ad eccezione del momento culminante della crisi dei missili di Cuba nel 1962.
Inoltre, va notato che l’evoluzione del mondo verso una maggiore multipolarità è stata accompagnata da tendenze verso una maggiore proliferazione nucleare, sia orizzontale (cfr. il numero di paesi coinvolti) che verticale (cfr. la sofisticazione dei mezzi). In che misura la Corea del Nord, di cui tanto si parla, è in questo campo sotto il “controllo” della Cina e della Russia? A che punto è l’Iran rispetto alla “soglia” nucleare, ovvero alla padronanza della fabbricazione dell’arma? Se si parla dell’Iran, quali sono i rischi di proliferazione a livello regionale in Medio Oriente (cfr. ad esempio le ambizioni a lungo termine attribuite all’Arabia Saudita)?

Lei analizza la crisi ucraina come una vera e propria svolta mondiale. Secondo lei, questo conflitto segna la fine di un’era nelle relazioni internazionali? È ancora possibile tornare al vecchio ordine o siamo entrati definitivamente in una nuova dinamica geopolitica?
È ancora prematuro affermare che la guerra in Ucraina abbia costituito una vera e propria svolta mondiale. In effetti, essa appare innanzitutto come un conflitto dell’ordine precedente, anacronistico persino rispetto alla guerra fredda: nel Donbas si è trattato di una guerra di trincea che ha fatto persino pensare agli scontri della Prima guerra mondiale del 1914-1918; il termine “ad alta intensità” è un riferimento ai carri armati e ai mezzi di artiglieria della Seconda guerra mondiale; è vero che questa guerra è stata anche percepita come un conflitto postmoderno, robotizzato, ad esempio con l’uso sempre più massiccio di droni aerei, senza dimenticare i droni navali impiegati nel Mar Nero.
Tutto dipenderà dalle modalità con cui si uscirà dalla crisi. Verrà formalizzato un accordo che vada oltre un cessate il fuoco de facto? Un ampio accordo a lungo termine su una nuova architettura di sicurezza europea potrebbe rivelarsi prematuro ed essere riservato a una fase successiva; ma in ogni caso ciò solleverebbe la questione dello status dell’Ucraina: sarà oggetto di una forma di “neutralizzazione” militare? Sarà preso in considerazione un vero e proprio status di neutralità che non escluderebbe la capacità di difesa ma sicuramente la partecipazione a qualsiasi tipo di alleanza militare? Questo punto è certamente, almeno nella visione russa, la vera posta in gioco della guerra in Ucraina, se non fosse stato l’obiettivo principale di Mosca all’origine dell’impresa bellica, non avendolo raggiunto con altri mezzi, in particolare diplomatici o facendo pressione sui governi ucraini. Una tale interpretazione significherebbe che, dal punto di vista della Russia, non si è trattato di un conflitto per il controllo dei territori, ad eccezione delle regioni occupate da comunità russofone orientate verso Mosca.
In un mondo multipolare in cui le alleanze diventano più “à la carte”, secondo la sua definizione, quali rischi comporta questo per gli attori più vulnerabili, come le piccole nazioni o le organizzazioni internazionali?
Multipolarità e multilateralismo non sono concetti identici, ma non si escludono necessariamente a vicenda. Secondo l’osservazione o l’interpretazione dell’esistenza di un mondo dominato da nuovi poli, la diffusione del potere avverrebbe a scapito di un sistema internazionale unico, dominato politicamente da un’organizzazione come l’ONU, nonostante i limiti di quest’ultima.
Ciò potrebbe corrispondere alla fase in cui siamo entrati. Da parte sua, il G7, originariamente un forum economico occidentale – che aveva permesso di aggiungere la Russia in un G8 che ha funzionato fino all’annessione della Crimea nel 2014 – si è trasformato in una sorta di direttorio politico, come ha dimostrato l’ultimo vertice di Hiroshima, dove sono stati affrontati i conflitti in corso.
I BRICS, ormai BRICS+ dal vertice di Kazan, sono una sorta di contro-G7; segno di ambizione politica, il Segretario generale dell’ONU è stato invitato; se quest’ultimo era presente, non vi è alcuna incompatibilità strutturale tra le organizzazioni regionali e le Nazioni Unite e tale cooperazione è peraltro prevista dalla Carta.
Quel che è certo è che, prima o poi, non si potrà fare a meno di una forma di centralizzazione dell’assetto politico del sistema internazionale, a meno di accettare una deregolamentazione senza freni, ovvero un mondo allo stato naturale come descritto nel Leviatano di Thomas Hobbes; non si tratta qui di parlare delle istituzioni specializzate dell’ONU o delle varie agenzie a vocazione economica in particolare, ma di evocare una forma di governance politica mondiale.
In questa prospettiva, non si potrà fare a meno di una riforma dell’ONU o, come minimo, in mancanza di una trasformazione dei meccanismi di funzionamento – e qui si pensi al famoso «diritto di veto» degli attuali membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione –, il Consiglio di sicurezza dovrà essere ampliato per riflettere meglio lo stato del mondo. È allora che la multipolarità e il multilateralismo potranno avvicinarsi, se non addirittura sovrapporsi.

Lei descrive l’indebolimento del diritto internazionale e il declino della diplomazia nella risoluzione dei conflitti. Quale sarebbe, secondo lei, un approccio per restituire alla diplomazia il suo ruolo di regolatore?
La risposta si trova in parte nella soluzione alla questione dell’ampliamento del Consiglio di sicurezza menzionata in precedenza. Una riforma di questo tipo, di cui si parla da oltre vent’anni, è stata rinviata troppo a lungo per ragioni numerose e complesse. Alla fine degli anni ’90, l’India, candidato naturale – sostenuto pubblicamente dalla Francia, dalla Germania, dal Giappone (NB: allora secondo Stato contributore all’ONU) e da «un grande Paese africano» – ha proceduto, proprio come il Pakistan, a esperimenti nucleari; era quindi possibile “premiare” una tendenza alla proliferazione nucleare? D’altra parte, ogni candidatura suscita inevitabilmente richieste di controparte: se si parla ad esempio della Germania (NB: a lungo definita «gigante economico» ma anche «nano politico»), l’Italia – che oggi ha una presenza più affermata sulla scena internazionale e conserva una grande tradizione diplomatica – non potrà non considerare la sua esclusione dal club chiuso come una diminutio capitis. Il fatto che il ministro degli Affari esteri francese abbia evocato il sostegno della Francia all’idea di «due Stati africani» nel Consiglio è una chiara indicazione della rinnovata attualità della questione dell’allargamento all’indomani della guerra in Ucraina.
Ma la risposta non può limitarsi alla questione dei meccanismi istituzionali. Occorre anche parlare del contesto internazionale. Oltre alla questione della fine della guerra nel continente europeo – che sembra influenzare il sistema più dei conflitti in Medio Oriente (NB: la Russia e a maggior ragione la Cina sono rimaste relativamente in disparte) – quale sarà la politica della nuova amministrazione americana? Cosa ne sarà nei prossimi anni delle relazioni sino-americane, che potrebbero avere l’effetto di “strutturare” da sole il sistema? D’altra parte, a volte basta un evento importante per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Alla fine degli anni ’80, quando la guerra fredda non era ancora finita e ne era in parte responsabile, le Nazioni Unite erano paralizzate, persino screditate, in modo del tutto ingiusto per l’allora Segretario Generale, il peruviano Javier Perez de Cuellar, un diplomatico molto abile; alla crisi finanziaria dell’Organizzazione si aggiungeva una crisi di fiducia in quest’ultima che era in definitiva ancora più grave. È bastata la risoluzione del conflitto Iran-Iraq, seguita dall’indipendenza della Namibia, dalla risoluzione in Cambogia o dalla fine dell’apartheid in Sudafrica, per cambiare completamente l’atmosfera e la situazione a New York; questa evoluzione è stata naturalmente facilitata dai cambiamenti avvenuti nell’Unione Sovietica sotto Gorbaciov, che hanno portato l’URSS a cooperare con il Consiglio di sicurezza. Oggi l’attenzione è rivolta principalmente all’Ucraina e all’Iran/Medio Oriente e, in misura minore, allo Stretto di Formosa e a Taiwan, che è una questione di più lungo respiro.

L’ascesa dei populismi è un altro tema centrale nel suo libro. In che modo questo fenomeno è legato alle grandi crisi internazionali attuali e quali conseguenze potrebbe avere per le democrazie?
Sebbene non sia centrale, l’argomento non può essere trascurato e spesso fa notizia, dal Brexit al MAGA di D. Trump, per limitarsi alla sfera occidentale. È meglio parlare dei populismi piuttosto che del populismo come fenomeno unico e unidimensionale. Tanto più che gli stessi populisti insistono generalmente sulla specificità nazionale.
La mia analisi è che il populismo è strettamente legato a una comune ricerca di identità, ma che si esprime in varie forme: non interventismo, protezionismo, sovranismo, persino nazionalismo; Si manifesta in diverse regioni del mondo: dal Midwest americano all’India indù del primo ministro Modi, dalla Russia tornata a un progetto imperiale che si basa sulla storia e sull’ortodossia, ad alcune componenti dell’Europa che contestano una deriva federalista della stessa, al di fuori del controllo delle nazioni e dei popoli. Si può ritenere che il populismo sia un pericolo per la democrazia, ma se ne constata l’esistenza in paesi con sistemi politici diversi, dalla «democrazia» indiana all’autocrazia russa, dall’Europa, dove i regimi politici sono molto diversi, agli Stati Uniti, con un regime presidenziale rigoroso. Al contrario, privare i movimenti populisti di ogni espressione può anche rivelarsi contrario alla democrazia e persino paradossalmente pericoloso per essa.
In qualità di diplomatico, avrà sicuramente osservato da vicino i giochi di potere mondiali. Quali momenti o esperienze della sua carriera l’hanno colpita di più e hanno forse influenzato il suo punto di vista in questo libro?
La tentazione è naturalmente forte di pensare a diversi momenti al termine di diversi decenni di vita diplomatica. Il mio primo incarico diplomatico a Berlino Est, dietro il muro e non davanti, in un’atmosfera degna del famoso film “La vita degli altri” (das Leben der Anderen), non poteva farmi sentire meglio la realtà della guerra fredda; al contrario, l’apparizione nel dicembre 1988 di Gorbaciov come una rock star davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – annunciando una riduzione unilaterale delle forze militari sovietiche di 500.000 uomini e il loro ritiro da alcuni paesi del blocco socialista, tra cui la Polonia e la RDT – ne ha preceduto la disgregazione. Nello stesso luogo, dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nell’agosto 1991, il Consiglio di sicurezza negoziò una serie di risoluzioni che sanzionavano l’Iraq e preparavano l’operazione militare contro questo paese, segnando così l’ingresso in un mondo più unipolare dominato dalla superpotenza americana. È da questo periodo che il mondo sta uscendo con quella che viene chiamata multipolarità.
Ma potrei anche parlare del Vicino Oriente, dove ho conosciuto l’apogeo dell’influenza francese in Siria e l’influenza che potevamo esercitare nella regione, non solo per noi stessi ma anche a favore della pace, che è anche uno dei nostri interessi primari come paese rivierasco del Mediterraneo; o ancora dell’Asia centrale, spesso misconosciuta, ma di notevole importanza strategica, dove si giocherà il nuovo «Grande Gioco» del XXI secolo.
Lei descrive minacce transnazionali, come la sorveglianza digitale e il terrorismo, che spesso sfuggono al tradizionale quadro diplomatico. Quali soluzioni prevede per affrontare questi problemi in modo più efficace?
Esistono organismi e organizzazioni specializzati nel trattare tali questioni, ma la cooperazione internazionale tradizionale a livello regionale (cfr. i Five Eyes dell’intelligence occidentale) o bilaterale rimane rilevante. Ad esempio, l’attentato in un teatro di Mosca nel marzo 2024 era stato oggetto di un preavviso da parte di fonti occidentali alle autorità russe. Ciò dimostra che la cooperazione in materia di sicurezza a volte sopravvive alle tensioni tra Stati e può persino essere un motivo importante per avvicinarli o tentare di farlo (cfr. la Francia ha cercato a un certo punto di ripristinare una cooperazione – che è stata molto efficace – con la Siria nella lotta al terrorismo; ma non ha saputo o voluto trarne le conseguenze politiche nelle relazioni con il regime di Bashar al-Assad).

Nella sua conclusione, lei fa appello alla cooperazione internazionale per gestire crisi globali come il cambiamento climatico. Ritiene che i governi e le istituzioni attuali siano pronti a una tale cooperazione, o dobbiamo aspettarci una profonda ristrutturazione dell’ordine internazionale?
Negli ultimi anni abbiamo senza dubbio assistito a una sorta di “eclissi” della diplomazia e la guerra in Ucraina ci viene subito in mente per spiegare il fenomeno. Questa situazione è molto dannosa di fronte alle sfide globali che tutti gli Stati devono affrontare; il cambiamento climatico è una di queste, ma si potrebbero citare anche la non proliferazione nucleare, la sfida persistente dello sviluppo o i problemi migratori, tutte questioni importanti che non possono essere risolte isolatamente.
La diplomazia tornerà ad avere il suo momento di gloria. È stata definita da P. Renouvin e J.B. Duroselle, maestri delle relazioni internazionali, come l’insieme delle «relazioni tra comunità politiche organizzate nell’ambito di un territorio». È quindi come un respiro naturale che risale a tempi immemorabili ed era conosciuto in Mesopotamia come tra le città-stato greche, prima di essere formalizzato nel Quattrocento italiano.
Le grandi tradizioni diplomatiche perdurano, anche in paesi che non occupano necessariamente il primo piano sulla scena internazionale; si possono citare ancora una volta l’Italia o la Turchia, erede dell’impero ottomano. È vero che i diplomatici hanno bisogno di un grande progetto per realizzarsi veramente; la sua concezione risponde a interessi fondamentali nazionali, regionali o globali e la sua attuazione spetta a loro, che attingono a tutte le risorse della loro esperienza e della loro cultura, secondo un processo che a volte rasenta l’artigianato artistico.
Oggi la diplomazia è diventata anche economica o culturale al servizio di quello che viene chiamato soft power. La diplomazia è eterna: senza fare umorismo fuori luogo, è anche uno dei “mestieri più antichi del mondo”; ma bisogna reinventarla continuamente.
► Intervista all’autore (16.11.2024) : Dallo squilibrio del terrore alla reinvenzione della diplomazia