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Lo Stato, le religioni e la libertà: un equilibrio ancora incompiuto

Il rapporto tra Stato e religioni, in Italia, è una questione tanto delicata quanto affascinante, che affonda le sue radici nella storia e trova un equilibrio sottile nella nostra Costituzione. I padri costituenti, nel 1948, hanno cercato di tenere insieme due esigenze: da una parte, il riconoscimento del ruolo storico e culturale della Chiesa cattolica; dall’altra, la garanzia della libertà religiosa per tutti. Il risultato si riflette in due articoli fondamentali della Carta: il 7 e l’8.
L’articolo 7 riconosce alla Chiesa cattolica una posizione particolare, regolando i rapporti con lo Stato attraverso i Patti Lateranensi del 1929, i quali hanno valore costituzionale e possono essere modificati solo su accordo reciproco. L’articolo 8, invece, sancisce un principio universale: tutte le confessioni religiose sono uguali davanti alla legge e possono organizzarsi liberamente, a condizione che i loro rapporti con lo Stato siano stabiliti tramite intese.
Nasce così un sistema a “doppio binario”: un canale privilegiato per la Chiesa cattolica, e un percorso pattizio per le altre confessioni. Questo modello, pur volto a garantire autonomia e rispetto per le specificità di ogni comunità religiosa, è rimasto per lungo tempo inapplicato. Solo negli anni Ottanta si è dato il via a una stagione di intese, a partire da quella con la Tavola Valdese. Da allora, sono stati firmati accordi con varie realtà religiose – evangeliche, ebraiche, buddiste – e sono state introdotte norme che regolano aspetti concreti, come l’accesso all’otto per mille.
Eppure, nonostante i progressi, il sistema presenta ancora molte criticità. Le trattative per le intese sono complesse, lunghe e spesso bloccate da scelte politiche. Alcune comunità, pur radicate nel tessuto sociale italiano, restano escluse da ogni forma di riconoscimento ufficiale, mentre altre godono di benefici concreti e di uno status giuridico chiaro. La Corte costituzionale ha più volte richiamato l’attenzione su queste disuguaglianze, come nella sentenza n. 52 del 2016 sul caso dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), sottolineando come il Governo conservi un ampio margine di discrezionalità nell’avvio delle trattative.
Durante i lavori dell’Assemblea costituente, proprio su questo tema si confrontarono due visioni: una favorevole a una legge unica per tutte le religioni, e un’altra – che prevalse – orientata verso il modello delle intese bilaterali, per rispettare le peculiarità di ogni fede. Da questo compromesso è nato un pluralismo “integrato”: uno Stato che riconosce il ruolo sociale delle religioni, senza imporre un’uniformità laica ma nemmeno favorendo una confessione rispetto alle altre.
Le intese hanno svolto un ruolo chiave nel superare il sistema autoritario dei “culti ammessi” in vigore durante il fascismo, che tollerava le religioni non cattoliche ma le teneva sotto controllo. Con le intese, le confessioni ottengono un riconoscimento pubblico e istituzionale, che apre la strada a diritti concreti: l’insegnamento religioso, la validità civile dei matrimoni, il riconoscimento delle festività, l’accesso ai fondi pubblici. Ma non tutte riescono a entrarvi.
Molte comunità, soprattutto quelle più piccole, nuove o non strutturate secondo modelli tradizionali, faticano a ottenere un’intesa. Il sistema attuale, insomma, rischia di produrre una libertà religiosa “a due velocità”: piena per chi ha accesso all’accordo pattizio, parziale per chi ne resta fuori. Questo non solo crea una disuguaglianza di fatto, ma mette in discussione il principio stesso di parità davanti alla legge.
Sul piano europeo, l’Unione Europea, pur non avendo una politica religiosa unificata, esercita comunque un’influenza importante. Attraverso strumenti come la Carta dei Diritti Fondamentali e
il Trattato sul Funzionamento dell’Unione, viene promosso il rispetto della libertà religiosa, della non discriminazione e della diversità culturale. Anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’UE e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha contribuito a fissare standard comuni, sempre più attenti non solo alle religioni storiche ma anche alle nuove realtà nate con l’immigrazione e alla presenza crescente di chi non si riconosce in alcuna fede.
Oggi, le intese mantengono un grande valore simbolico e giuridico, ma non sono più sufficienti da sole. Il panorama religioso italiano è diventato più fluido, variegato e complesso. Serve quindi un salto di qualità: una legge organica sulla libertà religiosa, che definisca criteri chiari e trasparenti per accedere alle intese, ma soprattutto che garantisca diritti minimi uguali per tutti, a prescindere dal riconoscimento formale. Una legge che non sostituisca le intese, ma le completi, evitando che diventino strumento di esclusione invece che di inclusione.
Accanto a questo, sarebbe utile istituire una commissione consultiva interreligiosa permanente, capace di monitorare la situazione e proporre aggiornamenti normativi, e prevedere revisioni periodiche delle intese già esistenti. Ma, più in profondità, serve un investimento culturale. Educare al pluralismo, al rispetto delle differenze, alla convivenza pacifica tra fedi diverse e tra credenti e non credenti è una sfida che passa anche – e soprattutto – attraverso la scuola, l’informazione, la formazione della pubblica amministrazione.
Solo così lo Stato potrà davvero essere garante di una libertà religiosa piena, equa e moderna. E solo così il pluralismo potrà diventare non un privilegio negoziato, ma un diritto condiviso

Di: Simone Esposito

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