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Jaffa, Chios e Gaza

Eugène Delacroix, Scènes des massacres de Scio, 1824, musée du Louvre

Gli annunci sul riconoscimento dello Stato di Palestina si svolgono oggi sulle rive dell’East River a New York, nel cosiddetto “edificio di vetro” delle Nazioni Unite. Che si tratti della tribuna dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, delle cancellerie diplomatiche o dei palcoscenici televisivi, dove talvolta si infiammano polemiche sulla conformità del diritto internazionale e della politica, siamo lontani dalle realtà di Gaza o della Cisgiordania a cui questi atteggiamenti fanno riferimento. L’umanità dovrebbe essere la nostra guida principale.

Jaffa, 60 km a nord di Gaza, è diventata un quartiere di Tel Aviv. Bonaparte, nel proseguimento della sua campagna d’Egitto, vi condusse una guerra atroce. La regione, che le truppe francesi scoprirono, era tuttavia ridente e talvolta ricordava loro quella di Béziers nella loro Linguadoca. Il quadro di Gros I pestiferi di Jaffa” è apologetico, per non dire che rientra in quella che oggi chiameremmo propaganda. Bonaparte fa visita ai pestiferi, mentre in realtà aveva voluto far sopprimere diverse migliaia dei suoi soldati colpiti dalla peste bubbonica.

Antoine-Jean Gros, Bonaparte visitant les Pestiférés de Jaffa, 1804, musée du Louvre

I massacri di Chios, un’isola del Mar Egeo vicino alla costa dell’Asia Minore, avvennero nel 1822 durante la guerra d’indipendenza greca. La repressione degli insorti fu terribile e decine di migliaia di persone furono sterminate o ridotte in schiavitù. Eppure, le minoranze erano generalmente protette nell’Impero Ottomano. In ogni caso, questi eventi sconvolsero la coscienza europea, che all’epoca fungeva da opinione pubblica internazionale. Il famoso dipinto di Eugène Delacroix (vedi “Scènes des massacres de Scio”, 1824, Museo del Louvre) raffigurava la tragedia e contribuì a lasciare un’impressione duratura nella mente delle persone, in particolare durante il genocidio armeno del 1915. In “Les Orientales”, i versi di Victor Hugo nella sua poesia “L’Enfant” (1828) sono struggenti; rivelano la sofferenza e sono come un invito alla resistenza (“Chios, l’isola dei vini, non è ora altro che un scoglio oscuro…”).

A queste scene potremmo aggiungere “La zattera della Medusa” di Géricault (1819, Museo del Louvre), un dipinto alto 5 metri e largo 7 che raffigura l’affondamento della fregata Medusa al largo delle coste della Mauritania. Anche quest’opera ricorda le tragedie che si consumano nel Mediterraneo, fino alle imbarcazioni di fortuna che ora si arenano sull’isola di Lampedusa, situata tra Malta e la Tunisia e la costa italiana.

Théodore Géricault, Le Radeau de la Méduse, 1819, musée du Louvre
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