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Camaleontismo politico a fini strategici in Medio Oriente

Spostamenti d’alleanze tra USA, monarchie del Golfo, Israele e Iran: dal 1953 alle Primavere arabe e agli equilibri odierni.

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Con il colpo di Stato avvenuto in Iran, ordito dai servizi segreti britannici in collaborazione con la CIA nel 1953, gli americani non solo assicurarono lo sfruttamento degli idrocarburi del sottosuolo iraniano a un consorzio petrolifero anglo-americano, ma ottennero anche il pieno controllo, grazie alla dittatura dello Scià di Persia Reza Pahlavi, su una potenza regionale di tutto rispetto, contigua al Medio Oriente e affacciata sul Golfo Persico.

L’Iran si era trasformato, di conseguenza, in una “longa manus” statunitense che, dal 1967, dopo la guerra dei sei giorni, poteva affiancarsi allo Stato di Israele per la sorveglianza di un irrequieto mondo arabo.

Infatti quella era un’area importante, un crocevia strategico che, dalla caduta dell’Impero Ottomano, non aveva più trovato un equilibrio. Tutta l’area, oltretutto, era potenzialmente ricchissima, ma irrimediabilmente ostile ed estranea all’ecumene occidentale. Teheran era diventata il cane da guardia atto al controllo di quell’area per conto di Washington.

La rivoluzione popolare iraniana del 1979 si risolse in modo vittorioso grazie all’apporto e alla mobilitazione delle moschee, in quanto il clero permise di affiancare ai moti rivoluzionari di Teheran la numerosa popolazione delle campagne, rimasta arretrata e non toccata dalla parziale crescita dell’Iran.

I goffi tentativi di riprendere le redini del Paese, da parte degli USA, naufragarono con la questione degli ostaggi dell’ambasciata statunitense e l’umiliazione della presidenza Carter. Gli USA attraversarono un momento di smarrimento e pensarono bene di puntare le loro attenzioni sulle monarchie del Golfo.

Infatti, già dal 1974 gli Stati Uniti avevano firmato un importante accordo segreto. Il governo di Riyad, in seguito alla crisi petrolifera provocata dalla reazione alla guerra del Kippur, si impegnava a vendere il petrolio in dollari e a reinvestire i proventi per comprare il debito pubblico americano. Questa operazione finanziaria causò un avvicinamento e un forte legame tra monarchie del Golfo e finanza statunitense. Inoltre, l’operazione contribuì a tracciare un solco più profondo fra gli Stati arabi laici modernizzatori, che avevano adottato una forma di socialismo nazionale, e la penisola arabica. Questo allontanamento minò la solidarietà già fragile della Lega Araba.

Gli Stati arabi laici erano in buoni rapporti con l’URSS, anche se non erano comunisti, unicamente per avere una sponda, una protezione a livello internazionale; infatti alcuni mantennero buoni rapporti anche con la Russia post comunista.

Tornando agli emiri del Golfo, il Qatar, ad esempio, come arma di pressione, usava finanziare gruppi integralisti islamici come la Fratellanza Musulmana, strumentale per cercare di minare alla base Paesi come l’Egitto di tradizione laico-nasseriana. Occorre ricordare che gli Stati arabi progressisti avevano scalzato delle monarchie perché ritenute funzionali agli interessi inglesi. Alcuni Fratelli Musulmani arrivarono a compiere un attentato mortale contro Sadat. La Fratellanza, successivamente, riuscì a impadronirsi addirittura del potere al Cairo col Presidente Morsi.

Americani e sauditi, dopo la rivoluzione di Khomeini, pensarono di giocare la carta irachena. I sauditi, come gli americani, temevano un’esondazione della rivoluzione. Con la tacita promessa del premio del Kuwait, la diplomazia americana spinse Saddam Hussein contro l’Iran, pensando che la giovane repubblica fosse ancora preda del caos post-rivoluzionario. Però il nuovo Iran, inaspettatamente, resistette a quella che era denominata la Prussia del Medio Oriente e, anzi, Teheran rischiava di impossessarsi dell’importante porto iracheno di Bassora.

Dovettero intervenire gli americani con l’abbattimento di un aereo di linea iraniano per mettere fine al conflitto da loro provocato e alimentato per otto lunghi anni con un grande business di armamenti.

Quando Saddam passò all’incasso, gli USA fecero credere al dittatore che aveva il semaforo verde per impossessarsi della 18ª provincia, come lui chiamava il Kuwait. Invece, appena le truppe di Baghdad entrarono nell’emirato, una coalizione guidata dagli USA attaccò il Paese e, dopo due conflitti, l’Iraq fu semi-smembrato e Saddam impiccato.

Con le successive primavere arabe, che si sospetta avessero ricevuto ispirazione da alcune ONG occidentali, che favorirono, col caos generato dalle manifestazioni, l’apparire dell’ISIS e al-Qaeda col nome di al-Nusra per dar vita al Califfato. Fu in tal modo consumato un altro attentato contro gli Stati arabi laici. Probabilmente fu una mossa concordata fra ambienti occidentali e alcune monarchie del Golfo, come era già avvenuto nell’Afghanistan al tempo in cui era controllato dai sovietici, dove ci fu una triangolazione fra USA, sauditi e Israele.

Sfruttando le primavere arabe, mobilitate in modo molto simile alle cosiddette Rivoluzioni colorate, furono rovesciati i governi della Tunisia, della Libia, dell’Egitto, e fu inoltre attaccata violentemente la Siria, il cui governo resistette grazie all’intervento di russi, Hezbollah e dell’Iran.

Nonostante ciò, recentemente Assad è stato rimosso a causa di un golpe interno, approfittando delle difficoltà di Mosca in Ucraina.

All’epoca, grazie alle cosiddette Primavere, fu ucciso Gheddafi, fu smembrato lo Stato libico, furono messi in fuga Ben Alì, ex amico di Arafat e di Craxi e Mubarak fu scalzato dalla Fratellanza Musulmana.

Dall’operazione contro Saddam, il Medio Oriente è ancora oggi costellato di basi statunitensi. La più grande è nel minuscolo Qatar, che ospita la base americana e la direzione politica di Hamas.

Queste basi rassicurano gli emiri che oggi temono soprattutto gli sciiti. Infatti l’Arabia Saudita bombarda lo Yemen perché gli yemeniti e gli Houthi sono di una confessione vicina agli sciiti.

Sembra addirittura che si sentano quasi rassicurati dalle atomiche israeliane utili a contenere il mondo sciita. Anzi, i Palestinesi per i Sauditi sono diventati un disturbo e sperano che Israele risolva il problema a modo suo. A Riyad preme firmare gli Accordi di Abramo con Israele.

Qualcuno ha malignato che, se a Gaza si dovesse realizzare la costa turistica di lusso illustrata da Trump, i Sauditi parteciperebbero volentieri al progetto con investimenti, magari con hotel super lusso. Per il nuovo Medio Oriente, oggi sono le monarchie arabe che, insieme a Israele, fanno il cane da guardia degli USA.

Però c’è da tenere conto che l’Iran è protetto dalla Russia, che non può scoprire la sua parte meridionale. Inoltre la sua sopravvivenza è preziosa anche per Cina, Pakistan ed anche per l’India, che ricevono la quasi totalità degli idrocarburi dal Paese degli Ayatollah.

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