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Il puer eterno e l’ordine cosmico: contro il nichilismo dell’informe

Bellezza, Kairós e armonia come antidoto alla società liquida e al nichilismo moderno.

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La società liquida, secondo l’interpretazione che il sociologo Zygmunt Bauman dà a questa definizione, ha come conseguenza la progressiva perdita di contatto con le emozioni. Questa condizione è sempre più frequente e causa di una sensazione di separazione. Anche quella che era la percezione della bellezza e che sapeva rapire con un coinvolgimento profondo, comunicando con noi attraverso la forma e l’arte, non risveglia, sempre più frequentemente, quel piacere che avrebbe dovuto alimentare un’esperienza emozionale. Quando si smarrisce un equilibrio interiore e si arrivano a concepire correnti artistiche come l’Arte concettuale, significa che siamo arrivati ad una forma di analfabetismo emotivo.

A causa di questo che è, come vedremo, un sintomo di decadenza, possono fare la loro comparsa anche veri malesseri come l’anedonia. Si tratta di un sintomo che denuncia un generico disturbo che si può manifestare con demotivazione e che rende il soggetto apatico anche riguardo a tutto ciò che lo avrebbe dovuto entusiasmare; è uno stato psicologico che denuncia incapacità di recuperare l’equilibrio e il benessere perduto.

Nell’arte concettuale esiste la totale rinuncia al piacere del bello, in quanto la teoria è ritenuta più importante dello stesso risultato estetico e della ricerca della forma. Tale movimento artistico del tutto sui generis è di importazione dagli Stati Uniti e risale agli anni Sessanta. L’arte concettuale appare come una nuova corrente di arte che contesta l’estetica in nome del discorso sociologico o politico e che nasce negli anni in cui in un altro campo nasceva il movimento denominato “controcultura” che si opponeva ad ogni valore tradizionale.

Più di due secoli prima, il filosofo Immanuel Kant aveva messo in guardia da questo genere di concezione intellettualistica dell’arte, avvertendo che “dove c’è arte, cioè la bellezza, non c’è un concetto definito perché il giudizio estetico sul bello è universalmente senza concetto, cioè non si basa su regole razionali specifiche o scopi pratici, ma sul piacere disinteressato e puro che suscita un’armonia…”. Nell’interpretazione dell’arte concettuale, invece, l’opera non ha più valore ma acquista interesse solo il concetto rappresentato e viene proclamata la supremazia del proposito, sullo stesso concetto di bellezza. Naturalmente tutta la storia dell’arte sembra contraddire questo atteggiamento saccente. Da sempre, l’uomo ha utilizzato la bellezza per la propria elevazione spirituale.

In Europa uno degli ultimi rappresentanti del movimento culturale e spirituale dell’estetismo è stato il poeta Gabriele D’Annunzio, il quale, della bellezza, ha celebrato il culto. Quella del poeta esteta era una reazione al declino della società di tipo capitalista, materialista e utilitarista. Il rapporto tra il poeta di Pescara e gli elementi della natura è concepito come un’unione mistica e lo esprime nella poesia “La pioggia nel pineto”. Quella dannunziana è una ricerca della bellezza tramite la fusione panica con ogni forma della natura.

Molto significativa è la visione dannunziana dell’estasi, la volontà di vivere l’attimo, ovvero vivere molto, vivere intensamente per giungere al momento di “enthousiasmos”, che viene descritto come esperienza Kairologica. Il concetto di Kairos era fondamentale per gli antichi greci dato che per loro aveva il significato di tempo qualitativo, momento magico, il tempo folgorante. I Greci avevano concetti diversi riguardo al tempo e quello indicato col termine Kairos non corrispondeva a Chronos, il tempo che scorre. Kairos era invece un attimo che sembrava collegato all’eterno presente, il tempo che si ferma e che sembra uscire al di fuori della dimensione in cui siamo immersi.

Questo non è un concetto solo dei Greci perché lo ritroviamo anche tra i nativi americani. Charles A. Eastman, è un medico appartenente ai Sioux Dakota che ha abbracciato la causa del proprio popolo, il quale nel suo libro “L’anima dell’indiano” parla di questo momento in cui due dimensioni vengono a contatto. Descrive l’incontro col “Grande Spirito” attraverso una vera comunione che i nativi chiamano hambeday in cui in un momento imprevisto, magari se si apre un nuovo orizzonte, l’invisibile rapisce l’anima inaspettatamente. Questi sarebbero momenti di uscita dal mondo o dal tempo.

Nel mondo greco la bellezza è sempre stata ritenuta un mezzo che contribuiva a instillare concetti come bontà, ordine, armonia, e proporzione. Da questa comunione nasce l’idea di bello e buono che avrebbe riflettuto l’ordine cosmico. Tale ordine era visto come una legge che univa l’uomo al cosmo e alla divinità. In questa concezione ritroviamo il concetto di Kairós come “momento propizio” in cui si manifesta la bellezza come una epifania del divino. La bellezza più che un fattore esteriore era considerata dalla spiritualità greca come la manifestazione di un equilibrio interiore.

Eraclito ci dona un’immagine che rimane impressa come accade col sogno significante. L’immagine è quella di un bambino che gioca con una scacchiera. Il filosofo si esprime con poche parole. È un frammento che ci è pervenuto come un messaggio nella bottiglia: “L’eternità è un bambino che gioca, che muove le pedine: di un bambino è il regno”. Abbiamo il concetto del destino come gioco, come fato. Un concetto quello del gioco ripreso anche da Marsilio Ficino col concetto di “Iocare serio”, un modo di giocare seriamente dove venivano trattati temi divini ma con spirito leggero, perché il mutamento e la trasformazione sono prerogative dell’infanzia. Le forze che si muovono apparentemente in modo casuale, in realtà nascondono un disegno preciso. Innocenza e regalità come nell’antico mito del senex puer, il bambino vecchio, apparso ad un contadino dal solco di una zolla, figlio della terra, e che sarebbe alla radice della sapienza e della tradizione etrusca.

A proposito della fanciullezza dell’umanità, un grande scrittore giapponese, Yukio Mishima, in “Sole e acciaio”, con un certo rimpianto per l’alba dell’umanità descrive idealmente quella che immagina fosse la sensibilità degli antichi che guardando il loro cielo sereno e inusuale, vedevano semplicemente l’immensità e la purezza del cielo stesso, simbolo di una purezza di una autenticità perduta. L’immagine vuole significare che l’antica umanità non vedeva i concetti e le riflessioni dell’uomo moderno ma forse percepiva con immediatezza la totalità. Poi lo scrittore sembra cercare quella purezza perduta degli antichi anche nella propria infanzia e descrive ricordi di sensazioni di lui bambino con poche parole: “… L’inverno, le nuvole bianche, l’azzurro vacuo del cielo, la sfumatura malinconica che si insinua nello scintillio del sole: ero inebriato da una felicità che sentivo in armonia con tutto questo. Esistevo veramente!”.

Queste parole sembrano rimandare al miracolo dello stupore infantile del Pascoli. Poi Mishima paragona certe forti emozioni causate dalla vitalità, con la modernità malata e incapace di “sentire” alcunché. Un’emozione ed un “entusiasmo” per la natura che lo circonda lo troviamo in San Francesco. Quello del santo di Assisi è un vero entusiasmo nel senso che ammirando la natura e il creato, Francesco sembra veramente entrare in contatto con Dio ed esprimere questo sentimento di misticismo quasi panico nel Cantico delle creature. La sua è una lode al Signore a causa di ogni elemento del creato con cui si sente parte integrante in una perfetta comunione.

Si comprende, la sensazione di comunanza col tutto del santo, quando indica come fratelli gli elementi con cui sembra avere un intimo dialogo. Quando la lode si estende alla sorella acqua, al fratello fuoco, al sole, alla luna ed anche alla sorella morte, si comprende che quello di Francesco è un rapimento verso Dio attraverso il creato, un amore che diventa vertigine. Il santo, come in un mistico risveglio, sembra aver percepito quella musica dell’Eden che si dice sia capace di ridare l’armonia perduta. Francesco ritiene essere suo compito, come degli uomini, quello di custodire il giardino, che sarebbe la terra.

Il sublime è desiderato affannosamente anche da Nietzsche che lo cerca attraverso il dionisiaco e con disperazione sembra tentare di vincere la sterilità del nichilismo dell’ultimo uomo, abbeverandosi alla vita quasi con avidità. Alla ricerca dell’equilibrio perfetto, vorrebbe unire lo spirito apollineo col dionisiaco per giungere all’estasi. Per il filosofo la grandezza non passa attraverso il razionale ma si raggiunge nella lotta dell’anima contro il nichilismo per stimolare la creatività e raggiungere la vera gioia. Il suo ideale era trovare l’equilibrio tra la forma e l’estasi.

Mentre il mondo moderno sembra subire e accogliere l’idea di un relativismo assoluto, visione che ben si lega all’atomizzazione individualista, la ricerca del concetto di bellezza oggettiva coinvolge anche il mondo scientifico come ad esempio possiamo osservare col fisico nucleare Antonino Zichichi. Con lo studio delle leggi dell’universo, lo scopritore dell’antimateria nucleare è giunto alla conclusione che la bellezza non può essere soggettiva e legata ad un estro individuale ma è legata a leggi matematiche e logiche, le stesse che governano l’universo. Lo scienziato sembra convinto che la visione greca di un ordine cosmico di origine divina, basato su un canone perfetto, trovi conferma nella perfezione delle leggi che regolano l’universo.

Da questa osservazione origina l’opinione dello scienziato che la bellezza sia un concetto oggettivo che rispecchia una logica organizzatrice di armonia. Zichichi crede che la perfezione universale sia accessibile all’uomo perché l’intelligenza dell’universo è palese, tanto che per lo scienziato quest’ordine perfetto è di origine divina. Un’interpretazione che concettualmente non si discosta molto dal pensiero di Bernardino Telesio, il filosofo rinascimentale che era convinto che con l’esplorazione della natura e della matematica sia possibile avvicinarsi alla logica della completezza divina.

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