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Ex magistrato di prima linea nella lotta alla mafia, avvocato e figura chiave della politica italiana recente, Antonio Ingroia rimane un osservatore acuto e controcorrente della realtà nazionale e internazionale. In occasione del recente ricevimento presso l’Ambasciata russa — dove si è distinto come una delle voci politiche più autorevoli e focalizzate sulla necessità di un’urgente iniziativa di pace — lo abbiamo incontrato per fare il punto sul presente e sul futuro del nostro Paese. In questa intervista esclusiva, Ingroia ripercorre le tappe fondamentali del suo passato, analizza le complesse dinamiche geopolitiche attuali e lancia un messaggio chiaro al popolo italiano.
Lei ha vissuto una grande e intensa esperienza sia nella magistratura che nella politica attiva, e oggi continua la sua battaglia come avvocato. Guardandosi indietro, come crede che quel bagaglio di esperienze influenzi il suo modo di vedere l’Italia di oggi? C’è qualcosa che farebbe diversamente?
Tutto quello che ho vissuto, gli anni a Palermo, l’impegno in politica e oggi la professione di avvocato, fa parte di un unico viaggio. Non riesco a separare queste tappe, perché ognuna mi ha dato gli occhi con cui guardo l’Italia di oggi.
Il lavoro in Sicilia, fianco a fianco con giganti come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, mi ha segnato per sempre. Mi ha insegnato il valore della legalità e della Costituzione. Poi, la politica e l’avvocatura mi hanno mostrato l’altra faccia della medaglia: come si muove il potere e quanto sia diventato difficile, per le persone normali, ottenere vera giustizia. Oggi vedo un Paese un po’ smarrito, dove la discussione pubblica si riduce spesso a uno scontro urlato, senza una vera idea di futuro.
Se farei qualcosa diversamente? Guardando indietro è facile vedere gli errori. Forse alcune decisioni politiche potevano essere gestite meglio, magari con più prudenza o prestando più attenzione alla comunicazione. Ma posso dirle che ogni singola scelta, anche la più difficile, l’ho fatta in assoluta buona fede e con un unico obiettivo: servire il mio Paese. Quindi non ho rimpianti. Rifarei tutto, perché ogni passo mi ha reso l’uomo che sono oggi: un osservatore libero, che continua a credere nella giustizia e nella pace tra i popoli.
Recentemente la sua presenza al ricevimento dell’Ambasciata russa ha fatto discutere, in un momento in cui il dialogo diplomatico sembra teso. Lei si è espresso chiaramente a favore di una forte iniziativa per la pace: quali dovrebbero essere, secondo lei, i primi passi concreti che l’Italia e l’Europa dovrebbero fare in questa direzione?
La ringrazio per la domanda, perché tocca un punto urgente. Quando ho accettato l’invito per la Festa Nazionale della Federazione Russa, non l’ho fatto per assecondare logiche di schieramento, ma per seguire una convinzione profonda: proprio oggi, mentre le relazioni internazionali sono così instabili, è fondamentale non interrompere i contatti umani e istituzionali. Il vero coraggio non sta nel costruire muri, ma nel tenere i canali aperti. La diplomazia serve proprio a questo: a parlarsi quando tutto il resto diventa difficile.
E’ importante superare l’idea di isolarsi a vicenda e riconoscere invece una reale apertura al dialogo, basata sul rispetto reciproco e sui bisogni di sicurezza di tutti. Troppo spesso si tende a semplificare le cose, attribuendo ogni responsabilità a Mosca. Ma se guardiamo alla storia recente con onestà, non possiamo ignorare l’allargamento della NATO verso l’Europa orientale a partire dagli anni Novanta. Questa evoluzione ha generato preoccupazioni concrete per la sicurezza nazionale russa, portando a decisioni volte a tutelare i propri confini. Se vogliamo davvero costruire una pace solida, dobbiamo partire da qui: dalla comprensione delle rispettive sensibilità strategiche.
Quando parliamo di relazioni internazionali, commettiamo l’errore di guardare solo ai governi e ai leader politici, dimenticando che esiste una diplomazia molto più profonda: quella dei popoli. Il popolo italiano e il popolo russo sono uniti da legami storici profondi, cementati attraverso la cultura. C’è una vera e propria fratellanza spirituale che unisce le nostre storie e che nessuna tensione geopolitica potrà mai cancellare.
Come si può pensare di recidere l’amore degli italiani per la letteratura di Dostoevskij, Tolstoj o Cechov? Questi giganti hanno saputo leggere l’anima umana come nessun altro, diventando parte del nostro bagaglio interiore. Come si può rinunciare all’emozione pura che proviamo per la musica di Tchaikovsky e Rachmaninov, o per il balletto russo?
E, guardando dall’altra parte, questa vicinanza si vede ovunque. Basta camminare per San Pietroburgo o Mosca per ritrovare l’impronta immortale degli architetti italiani, da Rastrelli a Quarenghi e Rossi, che hanno dato forma a quelle città. C’è una sintonia spontanea, un’attrazione che il popolo russo ha sempre ricambiato con un amore immenso per l’arte, il cinema e la musica italiana. Intere generazioni di russi sono cresciute con le nostre canzoni e i nostri film. Questo è un linguaggio del cuore che ci unisce da secoli e fa parte della nostra identità.
Oggi l’Italia e l’Europa corrono il rischio di allontanarsi dal loro ruolo storico, dimenticando che la cooperazione nasce proprio dalle macerie del passato per essere un progetto di pace. I passi concreti da fare viaggiano insieme. Sul piano istituzionale, serve l’apertura immediata di canali diplomatici stabili, che lavorino a una grande Conferenza Internazionale per la Sicurezza Comune sulla scia di quanto fatto a Helsinki negli anni ’70. L’Italia avrebbe tutte le carte in regola per favorire questo percorso.
Sul piano umano, invece, il ruolo dei nostri popoli è quello di non cedere alla retorica dell’odio e del nemico assoluto. L’arte dimostra che i cittadini custodiscono una memoria comune che la politica non ha il diritto di abbattere. Se i governanti smarriscono la via della ragione, tocca alla società civile, agli artisti e agli accademici mantenere accesa la fiammella del dialogo, partendo da ciò che ci rende vicini. La bellezza e la cultura sono sempre state le nostre prime difese contro ogni forma di divisione.
La scomparsa di Silvio Berlusconi è avvenuta proprio in concomitanza con la Giornata della Russia, un dettaglio simbolico considerando i complessi legami storici e geopolitici di quella stagione politica. Lei che ha incrociato la figura di Berlusconi da diverse prospettive nella sua carriera, come valuta oggi l’eredità che l’ex Cavaliere lascia all’Italia?
La coincidenza temporale che lei ha ricordato fa riflettere, perché unisce due mondi che hanno segnato la nostra storia recente. Nella mia vita precedente, in magistratura, ho incrociato la figura di Silvio Berlusconi da una prospettiva puramente istituzionale. E’ stata una stagione complessa e intensa, vissuta sempre con il massimo rispetto per la Costituzione e per i doveri del mio ruolo, in un momento in cui il dibattito nel Paese era davvero acceso.
Oggi però, guardando a quegli anni con la giusta distanza storica, bisogna saper andare oltre le dinamiche interne e riconoscere un dato di fatto: Berlusconi ha guidato un’Italia che cercava di avere una voce forte, autonoma e centrale all’estero. La sua visione dei rapporti con la Russia non era una scelta improvvisata, ma nasceva dalla convinzione che l’Europa non potesse avere vera stabilità senza un dialogo sincero e un partenariato solido con Mosca. Un momento importante come gli accordi di Pratica di Mare ha dimostrato proprio questo: il tentativo concreto di superare le vecchie logiche della Guerra Fredda per costruire ponti basati sulla cooperazione.
Oggi lo scenario è cambiato e si sente la mancanza di quella capacità di guardare lontano e di mediare con autorevolezza. Al di là delle diverse opinioni che ognuno può avere sulla politica interna di quegli anni, e ovviamente io sono sempre stato molto critico delle posizioni di Berlusconi specie in materia di politica interna e di giustizia, resta una verità evidente: sul piano estero, l’Italia sapeva essere una naturale facilitatrice di dialogo. Ed è un ruolo che avremmo un disperato bisogno di riscoprire.
Al ricevimento diplomatico a cui ha partecipato, molti osservatori hanno notato una certa debolezza o superficialità nella rappresentazione politica generale, descrivendola come l’unica figura ‘di peso’ presente. Come valuta lo stato di salute attuale della classe politica italiana? C’è ancora spazio per la serietà istituzionale?
La ringrazio, e se quella sera la mia presenza è stata percepita così, lo considero prima di tutto un generoso attestato di stima verso la mia storia personale. Ma le dico la verità: questa osservazione mi preoccupa, perché fotografa una realtà sotto gli occhi di tutti.
Il vero problema oggi non sono io o le singole presenze a un evento, ma lo stato di salute generale della nostra classe politica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una preoccupante perdita di memoria storica e di visione strategica. Il punto è che oggi la politica sembra avere fretta. Ha smesso di guardare lontano e preferisce concentrarsi su quello che succede oggi, anzi, sulla reazione che si può ottenere nell’arco di poche ore con una frase ad effetto. Ma quando ci si ferma alla superficie delle cose e si rinuncia a comprendere la complessità del mondo, si finisce inevitabilmente per perdere la propria libertà di scelta, sia nelle decisioni di ogni giorno che quando ci si muove sullo scacchiere internazionale.
La serietà istituzionale non è un vestito elegante da sfoggiare nelle occasioni formali, è un’esigenza vitale. Significa avere rispetto per la Costituzione, studiare i dossier, saper ascoltare e avere il coraggio di sostenere posizioni impopolari se queste servono al bene comune e alla pace. L’Italia ha una tradizione diplomatica straordinaria. Per ritrovare quella serietà dobbiamo smettere di assecondare logiche di pura contrapposizione faziosa e ricominciare a intendere l’impegno pubblico per quello che è: la forma più alta di responsabilità verso la collettività e verso le prossime generazioni.
Guardando al futuro, tra spinte geopolitiche globali e tensioni interne, quale direzione sta prendendo l’Italia? Quali sono i rischi più grandi che intravede per il domani del nostro Paese e quali, invece, le opportunità da cogliere?
Siamo davanti a un bivio importante, e la direzione che prenderemo dipenderà da quanta memoria e quanta fiducia sapremo ritrovare. Il rischio più grande che vedo per il domani dell’Italia è quello di diventare invisibili, di rassegnarci all’idea di non contare nulla. Se continuiamo a rincorrere le emergenze giorno per giorno, senza una strategia e accettando passivamente decisioni prese altrove, rischiamo di subire la storia anziché scriverla. E quando un Paese perde la propria autonomia e rinunciare ad un pezzo di sovranità, a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini, che vedono indebolirsi i propri diritti.
L’opportunità, però, è grande quanto il rischio, ed è scritta nella nostra stessa natura. Noi italiani dimentichiamo spesso la fortuna che abbiamo: siamo nel cuore del Mediterraneo, siamo cresciuti su un patrimonio di cultura e diplomazia unico al mondo. Questa non è solo nostalgia, è una risorsa concreta. Abbiamo l’occasione straordinaria di essere il luogo in cui mondi diversi tornano a parlarsi, di dimostrare che si può stare sul piano internazionale senza rinunciare a essere costruttori di pace.
Abbiamo tutte le risorse intellettuali e morali per fare la nostra parte e tornare a essere un punto di riferimento per la stabilità internazionale. Dobbiamo solo smettere di avere paura e ricominciare a camminare a testa alta.
Per concludere: in un momento di forte incertezza economica, sociale e internazionale, molti cittadini si sentono smarriti o distanti dalle istituzioni. Dall’alto della sua esperienza, qual è il messaggio più importante che si sente di rivolgere oggi agli italiani?
Se potessi parlare direttamente a ciascuno di loro, specialmente a chi oggi si sente più stanco e deluso, direi semplicemente una cosa: non isolatevi e non lasciate che la rabbia si trasformi in indifferenza. E’ normale sentirsi smarriti in un momento come questo, con le difficoltà economiche che pesano sulle famiglie e le notizie che arrivano dall’estero che fanno paura. Ma il pericolo vero è credere che non si possa fare più nulla, perché quando noi smettiamo di occuparci del nostro Paese, lasciamo che siano altri a decidere della nostra vita.
La nostra Costituzione dice che siamo noi i veri “proprietari” dell’Italia, ma questo non deve rimanere un concetto astratto. Significa che la nostra voce ha un peso reale. Abbiamo il diritto di pretendere risposte trasparenti da chi ci governa, di non accontentarci degli slogan e di rifiutare questo clima di scontro perenne.
Noi italiani abbiamo una grande propensione all’umanità e alla solidarietà. Fa parte della nostra storia. Dobbiamo solo ricordarci chi siamo, ritrovare un po’ di quell’orgoglio sano e capire che l’Italia è chiamata a un compito nobile: proporsi come una terra capace di riunire ciò che è separato, di parlare il linguaggio della diplomazia e di farsi rispettare nel mondo per la forza delle proprie idee, della sua accoglienza e della sua cultura. Torniamo a confrontarci e a guardare in avanti senza timore.
La politica va e viene, i governi cambiano e i rapporti tra gli Stati attraversano momenti difficili, ma l’affetto tra il popolo italiano e quello russo non si cancella con una decisione dall’alto. E’ un legame che vive da secoli nei libri che leggiamo, nella musica che ascoltiamo e nell’arte che amiamo. Finché continueremo a incontrarci attraverso la cultura, nessun muro potrà separarci davvero. Sarà proprio questa normalità, custodita dai cittadini, a rimettere insieme i pezzi e a ritrovare la strada della pace.