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Basi militari e geopolitica: l’espansione strategica americana

Dalla “stabilizzazione” al contenimento globale: basi, rotte strategiche e pretesti securitari.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

La grande ragnatela globalista in perenne espansione. Attualmente abbiamo appreso il vero scopo del “Board of peace” perché la stessa agenzia ANSA informa che oltre al business, uno degli scopi è quello di posizionare una base militare nel territorio palestinese di Gaza col paravento della Forza Internazionale di Stabilizzazione. L’amministrazione Trump rivela che nella base militare prenderanno posto 5000 unità posizionati nel sud di Gaza a ridosso dell’Egitto.

Gli USA sono ossessionati dal controllo del pianeta con le basi militari. Il Pentagono controlla una rete globale di 800 basi militari con presenze significative in Germania, Italia e Giappone. Ma anche in Corea del Sud, Guam, Australia, basi artiche in Groenlandia e in tutto il Medio Oriente. Complessivamente una lunga serie di basi denominata “la collana di perle” che attraversa il pianeta.

Pochi sono a conoscenza che Trump sta attualmente trattando coi Talebani utilizzando il bastone e la carota con l’intenzione di farsi concedere l’uso di una base militare nientemeno che in Afghanistan. Il presidente americano pretende infatti l’utilizzo della base di Bagram e ha minacciato Kabul di conseguenze se i Talebani non dovessero concedere la base. I 20 anni di guerra in Afghanistan sembra non abbiano avuto il fine di far acquisire maggiori diritti alle donne afghane; in realtà fu condotta perché quella base in Asia centrale è a solo un’ora di volo dalle località in cui la Cina sviluppa i siti nucleari, sarebbe preziosa anche per monitorare Pechino.

Attualmente uomini del Pentagono stanno discutendo sul suo utilizzo con le autorità di Kabul, portando avanti il movente della lotta al terrorismo. Infatti, esattamente come un tempo in Siria, l’ISIS compiva attentati contro il regime di Assad, in seguito la stessa organizzazione ha compiuto attentati contro i Talebani. Attualmente gli USA usano lo stesso metodo che avevano utilizzato con Assad, pretendono basi per combattere l’ISIS. Gli USA hanno contattato anche i governanti dello Sri Lanka, gestito da un PD locale, affermando di avere l’esigenza di combattere il terrorismo anche nella loro isola.

Infatti nello Sri Lanka sono avvenuti tragici attentati in alcune chiese causando molte vittime. Azioni stragiste di matrice Jihadista attribuiti alla National Thowheeth Jamā’at, un’organizzazione terroristica locale. In seguito alla richiesta americana di una base e all’atteggiamento passivo del governo, sono avvenute mobilitazioni di massa, grandi manifestazioni con l’appoggio determinante anche dei religiosi buddhisti e cristiani per salvaguardare la sovranità dell’isola; di conseguenza, gli americani hanno dovuto fare marcia indietro.

L’isola è ritenuta strategicamente importante dal Pentagono a causa del posizionamento. Quel punto dell’oceano è una via marittima vitale per la via della seta e rafforzerebbe la cintura di sicurezza intorno alla Cina. Gli USA dopo gli scontri sembrano aver cambiato strategia e ora si limitano ad avere una partnership più stretta col governo di Colombo, non potendo contare più direttamente sull’utilizzo delle basi. Anche l’India è preoccupata a causa dell’eventuale presenza americana nello Sri Lanka.

Le attenzioni del Pentagono riguardano anche il continente africano e in particolar modo la Nigeria, uno dei maggiori produttori di petrolio, metano e vari minerali. Anche in questa realtà troviamo il consueto terrorismo islamista con la sigla Boko Haram, un gruppo affiliato al solito ISIS. In seguito ad attentati islamisti contro comunità cristiane locali, le forze armate statunitensi trovano lo spunto per effettuare bombardamenti in alcune zone del Paese. Poi sono iniziate pressioni sul governo di Abuja col fine di intensificare la cooperazione militare con la Nigeria con aiuti militari, consiglieri e istruttori. Il generale John Brennan dell’US Africa Command (Africom) ha affermato che è aumentata la collaborazione anche coi servizi segreti. La conclusione sembra la solita; a causa del terrorismo islamista contro la Nigeria, Paese partner BRICS, aumenta la pressione di Washington.

L’ISIS ha compiuto attentati, oltre che in Afghanistan, Siria, Iraq, Libia, anche in Iran. Washington, non potendo installare basi nella Repubblica Islamica, ha dichiarato organizzazione terroristica i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, la potentissima forza militare economica e politica iraniana. Questo nonostante molti giuristi abbiano sostenuto che designare l’esercito ufficiale di un Paese come “terrorista” possa confondere i confini tra guerra e terrorismo. Però questa dichiarazione serve agli USA unicamente per avere un pretesto pseudo legale per attaccare uno Stato sovrano con la solita motivazione di combattere il terrorismo. Però, visto che la scusa della lotta al terrorismo, per l’opinione pubblica, non è troppo convincente, ambienti USA cercano di utilizzare la stessa arma propagandistica usata con Maduro. Per suscitare odio contro l’Iran, si parla di fantomatici collegamenti, tramite gli Hezbollah libanesi, tra gli Ayatollah e i cartelli della droga messicani che invadono gli USA con la sostanza tossica. Per Washington, rimuovere il governo iraniano è un’esigenza. Allora si sposta la natura della conflittualità e da un antagonismo politico si riduce lo scontro ad una banale azione di polizia internazionale contro la malavita organizzata.

Vogliamo ricordare ai distratti che insieme al Venezuela, l’Iran è un grande fornitore di energia per lo sviluppo dell’industria cinese oltre ad essere membro del BRICS come Venezuela e Nigeria. La motivazione del cartello della droga è stata usata anche per giustificare il rapimento di Maduro, riguardo al Venezuela si era parlato di bande di narcotrafficanti catalogate come organizzazioni terroristiche in tal modo il rapimento come la consueta lotta al terrorismo.

Nel Mali, come nel Burkina Faso e nel Niger, tutti Stati nella fascia del Sahel, sono avvenuti rivolgimenti politici e i nuovi regimi hanno voluto affrancarsi dalla soggezione occidentale rappresentata dalla Francia. Naturalmente sono comparsi immediatamente e in modo sinistro terroristi islamisti con organizzatori vicino ad al Qaeda e hanno compiuto attentati ai convogli di rifornimenti di carburante per mettere in crisi le centrali elettriche che alimentano il Paese. Ciò che i nuovi governi dello Sahel temono maggiormente, però, è l’eventuale intervento statunitense per combattere il terrorismo.

Anche questo tipo di esigenze alimenta la moltiplicazione delle basi in ogni parte del mondo per controllare mari, stretti, rotte, giacimenti e per contrastare il terrorismo e contenere l’espansionismo dei presunti nemici degli interessi americani. Volontariamente o involontariamente, gli islamisti si sono rivelati gli alleati i più preziosi di Washington, funzionali alla sua politica espansionista. Anche in Libia, tutto iniziò con terroristi islamisti insorti a Bengasi e finì col linciaggio di Gheddafi dopo l’intervento NATO.

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