Chi direbbe mai che dietro un semplice fiammifero possa nascondersi un mondo di storia, etimologia e immaginazione linguistica? Eppure, anche oggetti comuni come questo raccontano molto più di quanto sembri.
Prendiamo ad esempio la parola “candela”, così tipicamente latina. Che sia fatta di cera, stearina o addirittura elettrica, essa evoca nel suono e nel significato un’idea di candore, di luce pura. Non a caso, il latino usava candidus per descrivere un bianco splendente, ispirandosi al metallo incandescente che, surriscaldato, diventava bianco per il calore. Da qui anche candens, “ardente”, “che brucia con fiamma viva”. Ed è proprio questo il caso di una candela accesa.
La parola “incandescenza”, nata in epoca più recente, si è affermata con l’illuminazione a gas, ma affonda le sue radici nelle antiche immagini latine. Dimostra come la lingua, se ben nutrita, può rinnovarsi senza per forza ricorrere a termini greci oscuri e arzigogolati.
Ora, immaginiamo se il fiammifero fosse stato inventato un secolo più tardi. Quale nome avrebbe avuto? Forse un grecismo astratto, un tecnicismo freddo. Ma fortunatamente, il fiammifero ha mantenuto un nome semplice, poetico e quasi romantico: portatore di fiamma.
Eppure, riflettiamoci un attimo: anche una candela è un “portatore di fiamma”, anzi, con diritto forse maggiore, dato che la sua fiamma dura più a lungo. Anche il termine “cerino”, che designa un piccolo fiammifero, è solo un diminutivo di “cero”, altra parola che richiama luce e liturgia.
In tutto ciò, il pedante linguista potrebbe indignarsi per questa apparente confusione etimologica. Ma in realtà, la bellezza della lingua sta proprio lì: le parole non sono rigide formule, ma strumenti flessibili, capaci di evocare immagini e significati senza mai sbagliare bersaglio. Nessuno, infatti, ha mai frainteso un cerino con un cero da altare.
Se invece tutte le parole di uso quotidiano fossero nate con lo stesso rigore pseudo-scientifico con cui si costruiscono certi termini tecnici, oggi per chiedere un fiammifero potremmo trovarci a dire, con aria filosofica:
“Hai la filantropia di darmi un flogóforo?”
Fortunatamente non è così, nemmeno nelle lingue straniere. I Greci moderni, per esempio, usano termini strani e inusuali come spirto (dallo spirito) o kimbríti, derivato dall’arabo kibrít, che significa zolfo. Lo stesso vale per i Turchi, i Romeni (chibrit) e gli Albanesi, che usano anche forme come shkreps e shkrepës, letteralmente “pietra focaia”.
In Germania, il fiammifero è lo Streichholz, cioè “legnetto da strofinare”, come se fossimo ancora nell’età della pietra, a strusciare bastoncini per accendere il fuoco.
In Spagna, invece, chiedere un fiammifero diventa poesia: “¿Tiene usted la bondad de darme lumbre?”
(“Ha la gentilezza di darmi un po’ di luce?”)
Lumbre, infatti, deriva dal latino lumen, luce, e ancora oggi lumbrera non è una scatola di fiammiferi, ma un lampadario, da luminaria. Altro che tecnicismi: qui siamo nel regno della luce evocata.
E se in Spagna e Portogallo il fiammifero è semplicemente un fósforo o phosphoro, nessuno si confonde, anche se il termine designerebbe in origine un altro elemento chimico. La lingua, insomma, funziona benissimo anche nei suoi apparenti “errori”.
Ogni idioma si evolve in modo unico e creativo. E proprio questa bizzarria intelligente della lingua presuppone, per chi la usa, una sottile ma importante qualità: una certa dose di intelligenza.