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Il Giappone e il bacio sconosciuto: quando le parole seguono i gesti

Le parole non nascono da sole. Non vivono di vita propria, non spuntano come funghi nel silenzio del dizionario. Ogni vocabolo è figlio di un’epoca, di un gesto, di un oggetto, di una necessità concreta. È quanto emerge con ironia e profondità da un singolare brano intitolato La scarpa della mano, un esempio di filologia viva, capace di oltrepassare l’asettica autopsia delle etimologie per restituire al linguaggio il suo movimento, il suo respiro culturale.

L’autore mette in guardia contro l’approccio “entomologico” alle lingue: il filologo puro, l’anatomista del vocabolario, chiuso nella sua stanza, rischia di ridurre ogni parola a un cadavere, dissociato dal corpo vivo della storia. Per comprendere davvero un termine, bisogna interrogare il suo viaggio, chiederle da dove viene e cosa l’ha portata fin lì — come farebbe un poliziotto di frontiera.

È in questa prospettiva che si scopre, ad esempio, come il Giappone tradizionale non conoscesse il bacio. Il contatto affettuoso tra due paia di labbra non faceva parte dei costumi locali, e di conseguenza mancava nella lingua una parola che lo esprimesse. Il gesto e il termine arrivarono insieme dall’Europa, e furono adottati solo in epoca moderna: kisu, adattamento fonetico dell’inglese kiss. Si trattò di un trapianto culturale e linguistico, forse trasmesso da un insegnante di lingue — o, con arguta ironia, da una professoressa, ma “non nella sua funzione professorale”.

Il legame tra azione e parola è dunque profondo. I popoli che vanno scalzi non hanno bisogno di una parola che indichi le scarpe. Allo stesso modo, i Tedeschi antichi conobbero le calzature prima dei guanti: e così in tedesco il guanto si dice Handschuh, ovvero “scarpa della mano”. Un capovolgimento storico avrebbe forse cambiato anche il lessico: se il guanto fosse nato prima della scarpa, oggi diremmo Fußhandschuh, “guanto del piede”.

Il vocabolario non si sviluppa per astrazione, ma per bisogno concreto. E il suo sviluppo rivela i percorsi della cultura materiale. Il guanto italiano, per esempio, non deriva dal tedesco, ma dal basso-latino vantus, attestato già nei testi del venerabile Beda (673–753). Da vantus provengono anche gant in francese, guante in spagnolo e vante in svedese. Gli inglesi invece scelsero glove, da una radice teutonica lóf, “mano”, la stessa che ha dato luva in portoghese.

È possibile, insomma, tracciare con le parole le rotte dei commerci, i ponti culturali, le migrazioni degli oggetti e dei significati. Le parole viaggiano insieme alle merci, diventano etichette che raccontano i passaggi di civiltà, le abitudini che si trasmettono, si imitano, si traducono. In questa prospettiva, ogni parola è un testimone storico.

Ecco allora che dietro un semplice bacio — o un guanto — si nasconde una storia più ampia, fatta di silenzi, imitazioni, scambi e scoperte. Studiare le parole non significa solo smontarle, ma ascoltare le voci che le hanno pronunciate per la prima volta. E, magari, domandarsi con sguardo attento: da dove viene questa parola? Chi l’ha raccomandata? E cosa ci racconta del mondo da cui proviene?

 

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