Nel lessico della scienza, della tecnica e dell’industria moderna, pullulano parole che “suonano” greche: stroboscopio, zoetrope, cinematografo, kinetoscopio. Eppure, paradossalmente, molte di queste non sono nate né ad Atene né nel Peloponneso, e anzi spesso non hanno mai messo piede in Grecia.
È verso la metà dell’Ottocento che prende forma questa curiosa genealogia linguistica. Il belga Joseph Antoine Plateau, pioniere dell’ottica, costruisce un congegno capace per la prima volta di dare l’illusione del movimento: lo chiama fenachistiscopio. Pochi anni dopo, l’austriaco Simon von Stampfer modifica l’apparecchio e lo ribattezza con un altro nome dall’apparenza greca: stroboscopio.
Da lì in poi, una lunga serie di invenzioni simili — sviluppate soprattutto in America — adotta una terminologia altrettanto “grecheggiante”: zoetropio, kinetoscopio, fino al cinematografo dei fratelli Lumière.
Dalle parole ai luoghi: Cinecittà
Il percorso linguistico culmina simbolicamente in Italia con la fondazione di Cinecittà, presso Roma. Anche qui, una parola mista: “cine”, dal greco kinein (muovere), e “città”, dal latino civitas. Ma, come racconta il testo, non si tratta di un’elegante fusione etimologica studiata a tavolino. Cinecittà nasce prima come costruzione fisica, come spazio e progetto concreto, e solo dopo viene il nome, scelto dalla vita pratica, non dai classici.
Un nome, quindi, nato per esigenza più che per erudizione: una città del cinema, come si sarebbe potuto dire con qualunque altra combinazione, se non fosse che “cine” suonava già familiare.
Kinematographos: il ritorno in Grecia
Ironia finale: solo quando la pellicola arriva in Grecia, con la diffusione delle sale cinematografiche, il vocabolo kinematographos viene adottato, non come invenzione linguistica, ma come prestito culturale.
Una lingua che viaggia senza i suoi parlanti
Il greco senza i Greci ci racconta, con leggerezza e precisione, come le parole possano vivere, diffondersi, trasformarsi ben lontano dalle lingue e dalle terre che le hanno generate.
Un esempio lampante di come la modernità abbia fatto della lingua greca un serbatoio simbolico, utilizzandolo per dare forma a un futuro che — ironicamente — parla greco senza sapere il greco.