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Ex Oriente Lux. Il volo dell’aquila e la memoria di Enea

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Molti credono che il mito di Enea sia stato inventato dai Romani per legittimare il loro dominio. In realtà la leggenda di Enea risale all’epoca arcaica greca e, in seguito, romana. La prima menzione è in Omero, nell’Iliade dell’VIII secolo a.C., dove compare il principe troiano figlio di Venere e Anchise. Nel canto XX Poseidone rivela un destino diverso: “Non è un troiano qualunque. È destinato a scampare. Non deve morire qui. Ha un destino più lungo della guerra di Troia”. Omero dice già che da Enea nascerà una dinastia che regnerà a lungo e che i Troiani non devono estinguersi con la caduta di Troia. Virgilio prenderà poi questa frase, “i figli dei figli regneranno”, e la trasformerà nel viaggio verso il Lazio e nella fondazione di Roma.
Nel VII-VI secolo a.C. i poeti greci cominciano a collegarlo all’Italia. C’erano già colonie greche in Italia e Sicilia e serviva un mito per legare Troia all’Occidente. Prima di Virgilio, nel III secolo a.C., lo storico Fabio Pittore scrive che Enea arrivò nel Lazio. Augusto userà Virgilio per legittimarsi: “io discendo da Venere tramite Enea”.
Occorre ricordare che molti bronzetti etruschi e italici del VI-V secolo a.C. raffiguranti Enea che porta Anchise sulle spalle e tiene per mano il figlioletto Ascanio sono stati trovati in Etruria, Lazio e Campania. Sono piccoli bronzi votivi alti 10-20 cm, con uno stile schematico e arcaico. Anchise è rappresentato come un vecchietto curvo sulle spalle, Ascanio è un bambino che cammina tenendo la mano al padre. Già nel VI secolo a.C. Etruschi e Latini conoscevano il mito. Lo troviamo anche su ceramiche e specchi etruschi. Già in età arcaica i popoli italici, soprattutto Etruschi e Latini, si riconoscevano in Enea.
La leggenda che Enea fosse arrivato in Italia e avesse fondato Lavinio circolava già nel VII-VI secolo a.C., ben prima di Virgilio. Catone e Fabio Pittore nel III secolo a.C. la danno per assodata. Cinquecento anni prima di Virgilio, in Italia c’erano già botteghe che fondevano e vendevano “Enea che salva padre e figlio”. Era l’icona della pietas romana: rispetto per gli dei, per il padre e per la stirpe. Virgilio ha messo le parole su un’immagine che esisteva già. Nel mito Troia, la cui caduta era da sempre cantata da aedi, era collegata ad un’ età eroica in cui gli uomini valevano e la loro eredità era ambita.
Fra i Greci, Ellanico di Lesbo nel V secolo a.C. è uno dei primi a scrivere che Enea arrivò nel Lazio. I Romani non si sono inventati niente, erano miti preesistenti.
Riguardo alle migrazioni, qualcosa di vero nel mito di Enea c’è certamente. Non sarà stato Enea con 20 navi, ma ci furono realmente delle migrazioni dall’Anatolia verso l’Italia. Tra il 1200 e il 900 a.C. crolla il mondo miceneo e ittita. È la crisi dell’Età del Bronzo. Proprio in quel periodo in Italia centrale compaiono novità come le tombe a pozzetto e riti simili a quelli egei. Troviamo ceramica di tipo tardo miceneo in Sardegna, Puglia, Lazio, Lavinio. Ci sono nomi greci e anatolici nel Lazio. Gli Etruschi, secondo Erodoto, sarebbero venuti dalla Lidia in Anatolia. Livio e Dionigi dicono di no, che erano italici. Oggi si pensa a un misto: una base italica più ondate dall’Egeo. Studi recenti sul DNA di scheletri del Lazio risalenti al 900-500 a.C. indicano per la popolazione del Lazio un 30-40% di DNA originario dall’Anatolia dell’Età del Bronzo. Non si trattava di un’invasione, ma di arrivi a ondate, piccoli gruppi.
I miti non nascono dal nulla. Spesso sono la memoria di migrazioni reali mitizzate dopo 500 anni. Troia cade nel 1180 a.C. I Romani fondano Roma nel 753 a.C. Fra i due periodi ci sono 400 anni. È il tempo giusto perché una migrazione reale diventi “Enea figlio di Venere che fugge coi Penati”. In realtà non era una parte di popolo troiano, ma piccoli gruppi di profughi anatolici scappati dopo il crollo di Troia e degli Ittiti. Sbarcano nell’Italia del Sud, in Sicilia e nel Lazio. Si mescolano con Latini, Sabini, Etruschi. Portano culto, tecniche, nomi. Dopo secoli i loro discendenti raccontano: “il nostro avo veniva da Troia”. I Romani non hanno inventato. Hanno messo una corona e una dea madre a una migrazione vera.
Gli Indoeuropei anatolici, che fossero Ittiti, Luvii, Palai, Lidi, erano già più “civilizzati” di mezza Europa. Avevano città e Stato già nel 1800 a.C., mentre in Europa c’erano villaggi e palafitte. Gli Ittiti avevano una capitale da 50.000 abitanti, con mura ciclopiche e un archivio per tasse, leggi e trattati. Il Codice Ittita prevedeva risarcimenti invece della pena di morte. Avevano tecnologia militare e metallurgia. Furono i primi a usare il ferro su larga scala nel 1400 a.C. Avevano una mentalità da impero, non da tribù. Se gruppi anatolici Luvii sono arrivati in Italia tra il 1200 e il 900 a.C., hanno portato tecniche di metallurgia, culto, organizzazione del tempio, nomi di dei. Più che barbari invasori erano profughi civilizzati che insegnavano. Quando i Greci arrivano in Italia trovano già gente che lavora bene il bronzo. Parte di quel sapere viene proprio da lì. Se un qualsiasi Enea è partito dall’Anatolia, non partiva da un villaggio, ma da una civiltà imperiale. A Roma restava memoria di questa ondata civilizzatrice, come tra gli Etruschi.
Anche i Veneti e i Trapanesi avevano un filo che li portava in Anatolia. Non è solo leggenda, è anche storia e archeologia. Gli antichi dicevano che i Veneti venivano dalla Paflagonia, in Anatolia. Erodoto e Livio scrivono: “I Veneti sono Eneti, fuggiti da Troia dopo la guerra”. Tucidide li mette tra i popoli “illirici” arrivati da est. Oggi l’archeologia dice che i Veneti del 900-800 a.C. avevano una cultura materiale simile a quella degli Illiri e degli Anatolici: stesse fibule, stessi riti funerari, stessa dea Madre. È probabile una migrazione a ondate dall’Egeo, attraverso i Balcani, verso il Nord Italia dopo il crollo degli imperi micenei. Portavano con sé il mito di Troia.
Tucidide e Dionigi riportano che gli Elimi di Erice, Segesta ed Entella erano profughi troiani, con “Elimo” figlio di Anchise. L’archeologia conferma: a Segesta ed Erice del 700 a.C. sono state trovate ceramiche e templi che non sono né greci né punici, ma unici. Dopo la guerra di Troia e il crollo del mondo miceneo ci fu un movimento di popoli. Molte genti migrarono verso i Balcani, in Sicilia, fino a Cartagine e in Libia. Tutti portavano con sé la tecnica del bronzo e il racconto: “Noi veniamo da Troia”.
Questi spostamenti furono provocati dal crollo di alcune civiltà avvenuto tra il 1200 e il 1150 a.C. Non fu un evento unico, ma un effetto domino. Gli storici lo chiamano “il collasso dell’Età del Bronzo”. In 50 anni sparirono Ittiti, Micenei, palazzi di Creta e città siriane.
Il volo dell’aquila da Est a Ovest è il mito che le civiltà si raccontano ogni volta che migrano. È memoria. Da 4000 anni l’aquila va da Est a Ovest. È sempre lo stesso movimento: l’Est è origine, l’Ovest incamera. Tutte le grandi ondate migratorie partono dalle steppe dell’Asia Centrale. Hittiti, Persiani, Turchi, Mongoli vanno sempre verso il mare a Ovest.
Uno dei miti più antichi dell’umanità indica la sacralità che viene da Oriente. “Ex Oriente Lux”: la luce viene da Oriente. L’Oriente è sacro in tutti i popoli perché il sole nasce in quella direzione e perché da lì arrivano gli avi. Enea viene da Troia a Est, Abramo da Ur a Est, Zoroastro da Bactria a Est, Buddha nasce a Est. Ogni popolo nobile si dà origini orientali. In sanscrito purva, l’Est è “ciò che è prima”. Il tempo scorre da Est a Ovest. Quindi l’Oriente è più vicino all’origine, al sacro, al non contaminato.
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