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Il Volto Oscuro dell’AI

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Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Dietro la crescente autonomia dell’intelligenza artificiale esiste un lavoro umano che rimane quasi sempre invisibile. Etichettatura dei dati, addestramento dei modelli e moderazione dei contenuti sono attività essenziali per il funzionamento dei sistemi di AI. Una parte consistente di questo lavoro viene affidata a società esterne e svolta nel Sud del mondo, dove il costo della manodopera è più basso.

Le grandi aziende tecnologiche ricorrono a società come Sama, Scale AI e Appen per selezionare e gestire una vasta platea di lavoratori distribuiti soprattutto tra Africa, Asia e alcuni Paesi dell’ America Latina. Kenya, Uganda e Nigeria sono alcuni dei principali hub africani. In Asia il fenomeno riguarda soprattutto India e Filippine, mentre in America Latina coinvolge anche Paesi segnati da profonde difficoltà economiche, come il Venezuela.

Si tratta spesso di giovani con un buon livello di istruzione, ma con poche alternative occupazionali. Il lavoro digitale consente in alcuni casi di ottenere un reddito in dollari o in altre valute forti, ma non significa necessariamente stabilità. Molte attività vengono infatti pagate a cottimo, sulla base del numero di operazioni completate e accettate dalla piattaforma.

Le remunerazioni possono essere molto basse. Diverse inchieste hanno documentato compensi nell’ordine di pochi dollari l’ora. Nel caso dei lavoratori kenyoti impiegati da Sama per attività legate ai sistemi di OpenAI, un’inchiesta del Time aveva indicato una paga base compresa tra 1,32 e 2 dollari lordi all’ora. In altri casi il guadagno effettivo può ridursi ulteriormente quando diminuiscono le attività disponibili o quando il lavoro viene rifiutato dai sistemi di controllo.

È il paradosso dell’AI: più la tecnologia appare autonoma, più diventa difficile vedere il lavoro umano che ne sostiene lo sviluppo.

Le mansioni sono molto diverse. Alcune sono relativamente semplici: identificare pedoni, semafori e segnali stradali nelle immagini destinate all’addestramento dei sistemi di guida autonoma, classificare fotografie, trascrivere informazioni o registrare attività per l’addestramento della robotica.

Altre sono molto più pesanti. I moderatori devono esaminare e classificare contenuti violenti, sessualmente espliciti o comunque traumatici per impedire che vengano utilizzati dai sistemi di AI o restituiti agli utenti. In alcuni casi i lavoratori sono esposti per ore a immagini e testi riguardanti omicidi, torture, suicidi, abusi sessuali e altri contenuti estremi.

È una parte del processo che l’utente finale non vede. Quando un chatbot rifiuta una richiesta pericolosa o evita un contenuto offensivo, dietro quel comportamento possono esserci migliaia di ore di lavoro umano.

Le conseguenze psicologiche sono diventate uno degli aspetti più controversi del fenomeno. Sono state documentate denunce di ansia, stress e sintomi compatibili con disturbi da stress post-traumatico tra alcuni moderatori esposti sistematicamente a contenuti estremi. Le organizzazioni dei lavoratori e diverse inchieste hanno inoltre contestato l’adeguatezza del sostegno psicologico fornito dagli appaltatori, oltre l’ inesistenza di salvaguardie mediche per la progressiva perdita della vista.

Il problema non riguarda soltanto il livello delle retribuzioni. È anche una questione di distribuzione del valore. Le aziende che controllano piattaforme, infrastrutture, algoritmi e proprietà intellettuale si trovano prevalentemente nel Nord globale. Una parte del lavoro necessario per alimentare quei sistemi viene invece trasferita verso economie periferiche, dove il costo del lavoro è inferiore e le tutele possono essere più deboli.

Da qui nasce la definizione di «neocolonialismo digitale», utilizzata da alcuni studiosi per descrivere una struttura nella quale il valore economico e tecnologico rimane concentrato nei Paesi più ricchi, mentre una parte delle attività più ripetitive, precarie e psicologicamente gravose viene esternalizzata nel Sud del mondo.

Non è però un sistema privo di reazioni. In Kenya sono nate organizzazioni sindacali che rappresentano i moderatori dei contenuti e sono state avviate controversie giudiziarie contro aziende tecnologiche e società di outsourcing, con contestazioni relative alle condizioni di lavoro, ai licenziamenti e alla tutela della salute mentale, ma il problema è lungi dall’ essere risolto. Spesso quei pochi dollari sono la differenza tra la fame e portare il cibo a tavola o poter comprare non una confezione, ma due pannolini al giorno per i neonati.

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come la tecnologia destinata a sostituire il lavoro umano. La realtà, almeno nella fase attuale, è più complessa. Prima di poter sostituire alcune attività, l’AI ha bisogno di una grande quantità di lavoro umano: persone che classificano, correggono, filtrano, verificano e insegnano alle macchine che cosa riconoscere e che cosa evitare.

Il volto più avanzato dell’intelligenza artificiale, dunque, convive ancora con un retrobottega fatto di lavoro manuale, precarietà e bassi salari. Un esercito fantasma che rimane fuori dall’inquadratura, senza diritti e sottopagato, mentre la macchina impara a sembrare autonoma.

Se davvero l’ Al vuole essere una tappa fondamentale del progresso umano, allora dobbiamo riconoscere la necessità di estendere l’etica dell’AI oltre la semplice correttezza degli algoritmi, includendo la tracciabilità della filiera del lavoro e la richiesta di standard di tutela, equità salariale e supporto sanitario per chi, lontano dai riflettori, rende l’AI sicura e funzionale per gli utenti di tutto il mondo.  È il concetto della supply chain due diligence, che già viene applicato in alcuni settori. É giusto avere politiche di contrasto all’ immigrazione, ma dovremmo avere anche politiche che tutelino la persona umana nei luoghi dei diseredati della terra, almeno quando sono le nostre aziende ad operare.

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