Nell’agosto del 410 d.C., le armate visigote guidate da Alarico sfondarono la Porta Salaria e penetrarono a Roma. Per tre giorni, la capitale morale del mondo antico fu sottoposta a un saccheggio sistematico. Da un punto di vista strettamente militare, il sacco di Roma non fu l’evento più letale di quegli anni — la capitale amministrativa era già stata spostata a Ravenna —, ma da un punto di vista psicologico e geopolitico fu un terremoto di magnitudo incalcolabile. I Visigoti saccheggiarono Roma nel 410, e ciò che apparve ai contemporanei come la fine del mondo non era, in realtà, che la fine di un mondo e di una conquista. L’aura di inviolabilità che per otto secoli aveva protetto l’Urbe si infranse, trascinando con sé l’intera impalcatura ideologica su cui si reggeva il patto tra la Chiesa e l’Impero.
Fino a quel momento, la teologia politica elaborata da pensatori come Eusebio di Cesarea e Lattanzio aveva fatto coincidere il trionfo del Vangelo con le fortune delle legioni romane. Ma cosa succede quando lo Stato, che si supponeva protetto dal vero Dio, collassa sotto i colpi di milizie barbariche?
Lo shock globale e il trauma di Girolamo
La notizia del sacco viaggiò a una velocità impressionante lungo le arterie del Mediterraneo, provocando un vero e proprio trauma collettivo nell’intellighenzia dell’epoca. L’onda d’urto raggiunse finanche il Medio Oriente, dove risedeva una delle menti più brillanti della latinità. Girolamo, alla caduta di Roma, bloccò la stesura del suo commentario su Ezechiele, confessando che la sua voce era divenuta fioca e che i singhiozzi gli soffocavano le parole, distrutto dal pensiero che fosse stata conquistata la città che a sua volta aveva conquistato l’universo.
Girolamo rappresentava alla perfezione l’incapacità dell’élite romana cristianizzata di concepire un futuro al di fuori del perimetro imperiale. Per lui, la tragedia andava ben oltre l’aspetto militare: la sventura non consisteva nel semplice crollo del mondo romano, ma nell’insopportabile vittoria dei barbari, i quali da quel momento in poi avrebbero comandato. Per un filologo abituato a tradurre dal greco e dall’ebraico, la fine della sovranità romana equivaleva all’eclissi della civiltà stessa.
L’accusa pagana e lo smarrimento cristiano
Nelle piazze e nei fori, il disastro innescò un immediato cortocircuito ideologico. Cristiani e pagani iniziarono febbrilmente a interrogarsi e ad accusarsi a vicenda per il tracollo. La fazione pagana tradizionalista, decapitata politicamente ma ancora influente nei circoli senatori, trovò nel disastro un formidabile argomento di propaganda: l’abbandono degli antichi dèi, che per secoli avevano garantito l’espansione e la protezione di Roma, aveva condannato l’Impero alla rovina.
La risposta di Agostino e lo sganciamento strategico
Fu proprio questo evento epocale e drammatico a regalarci una delle opere più prestigiose scritte da Agostino, un testo che la posterità avrebbe continuato a copiare con ardore e a commentare, specialmente durante le ore più tragiche della storia: il De Civitate Dei (La Città di Dio). Con quest’opera, il vescovo di Ippona realizzò il più audace e vitale “sganciamento” strategico della storia del pensiero politico.
Agostino comprese che per salvare il cristianesimo occorreva separare irrimediabilmente i suoi destini da quelli di Roma. Egli decostruì il mito di Roma eterna, riducendo l’Impero a una semplice organizzazione umana, temporanea e storicamente contingente. Formulata la teoria delle “due città”, Agostino sostenne che la Città di Dio (la comunità dei predestinati alla salvezza) e la Città Terrena (gli imperi e i regni fondati sull’amore di sé) sono intrecciate nella storia, ma non coincideranno mai. Roma poteva bruciare, l’Impero poteva crollare, ma la Chiesa sarebbe sopravvissuta perché la sua cittadinanza non era legata ad alcuna patria terrena. Questa mossa metapolitica fu di un cinismo e di una lungimiranza assoluti: tagliando il cordone ombelicale che legava l’altare al trono imperiale romano, Agostino vaccinò la Chiesa cattolica contro il collasso dell’Occidente.
Oltre l’impero. I barbari come nuova frontiera
Questa rivoluzione concettuale non fu digerita facilmente dai vertici della società del tempo. Gran parte degli scrittori cristiani operanti in Occidente continuò ostinatamente a credere nella perennità della Città Eterna e a celebrare il mito della Romania. Per molti di loro rimaneva psicologicamente troppo difficile dissociare l’unione dei destini che legava la Chiesa all’Impero.
Il poeta Prudenzio, ad esempio, si spinse a rincarare la dose polemizzando contro il pessimismo dilagante; egli cantava l’epopea di un mondo ricondotto all’unità grazie alla pace romana, rimanendo tragicamente cieco e sordo davanti ai clamori degli invasori che ormai premevano sui confini. Il suo disprezzo culturale per le nuove forze in campo era totale: egli arrivò ad affermare che tra i barbari e i romani correva una differenza maggiore di quella che separa un quadrupede da un essere umano bipede. Un secolo più tardi, questo snobismo elitario non si era ancora estinto: Sidonio Apollinare continuava ostinatamente a cantare le lodi della Roma eterna, confessando la sua aperta allergia verso i Burgundi e lamentandosi del fatto che questi ultimi puzzassero di aglio.
Ma mentre i nostalgici si tappavano il naso di fronte alla realtà, una minoranza di visionari aveva già capito che le orde barbariche non rappresentavano solo una catastrofe, ma anche un inesplorato vuoto di potere da riempire. Virulento e straordinariamente lucido nelle sue analisi, Salviano di Marsiglia scelse di prendere le distanze dalle sorti dell’Impero, arrivando a considerare le devastazioni barbariche come delle purificazioni storiche del tutto necessarie. Egli sviluppò la straordinaria coscienza geopolitica che Roma non deteneva alcun monopolio sulla sollecitudine di Dio, e che l’avanzata dei popoli barbari poteva essere interpretata come un atto provvidenziale all’interno della storia della salvezza.
Iniziò così, nel corso del V secolo, una nuova svolta storica e strategica: l’evoluzione brutale degli avvenimenti costrinse gradualmente la Chiesa a separare il proprio destino da quello della Romania, a troncare la sterile solidarietà con un Impero ormai alla deriva e ad abbracciare i nuovi orizzonti territoriali che le invasioni stavano involontariamente aprendo per la sua inarrestabile missione evangelizzatrice.
Il 410 d.C. chiuse un’era. La Chiesa si rese conto di essere l’unica organizzazione continentale ancora funzionante. Mentre le legioni svanivano e i senatori fuggivano, i vescovi rimasero nelle città a trattare direttamente con i nuovi re goti, vandali e franchi. Il sacco di Roma non aveva seppellito la rete cristiana; l’aveva appena liberata dalla sua gabbia d’oro, permettendole di iniziare la conquista diplomatica, culturale e religiosa dei popoli che avrebbero fondato l’Europa moderna.