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Esiste una parte di Africa che sta crescendo e che sta acquistando una coscienza di sé. È un fenomeno che sta interessando una vasta parte del mondo. Il Mali è uno Stato ai confini del deserto del Sahara e con una vasta pianura dominata dalla savana. Il Paese è attraversato dal fiume Niger e fa parte di un gruppo di Stati ubicati nella zona subsahariana. È uno Stato cosiddetto francofono come molti Stati del continente e infatti la lingua ufficiale è anche qui il francese. In questa realtà è avvenuto un colpo di Stato che ha portato una giunta militare a salire al potere nel 2021. I militari sono indubbiamente motivati dal desiderio di affrancarsi dalla stretta sorveglianza francese.
L’anno successivo la cosa si è ripetuta in Burkina Faso, un Paese confinante, con un’economia molto povera pur avendo un territorio ricco di materie prime. Si trovano in Burkina Faso importanti miniere di oro e uranio che però erano gestite e controllate da società francesi e ben sorvegliate da una base militare delle forze armate francesi. Il nuovo governo del Burkina Faso ha quasi immediatamente nazionalizzato le proprie miniere e ordinato lo sgombero dei militari francesi ed ha addirittura rimosso il francese come lingua ufficiale.
Sembra proprio che il giovane nuovo presidente, il militare Ibrahim Traoré, abbia intenzione di ispirarsi alla politica di Thomas Sankara che sfidò l’Occidente negli anni Ottanta. Era anche lui un militare, il quale dopo la presa del potere fece molte riforme radicali con importanti provvedimenti sociali. Fece campagne di vaccinazione di massa per limitare la mortalità infantile, costruì scuole, ambulatori, fu severo coi corrotti. Soprattutto ebbe scontri con le potenze neocolonialiste ed entrò in rotta di collisione col FMI rifiutando di indebitarsi ulteriormente con prestiti che stanno strangolando l’Africa. Fu assassinato durante un colpo di Stato in cui molti hanno sospettato che dietro ci fosse la Francia. Ancora oggi in gran parte dell’Africa il suo ricordo è vivo e percepito tra le masse come quello di un eroe.
Come il Burkina Faso, anche il Mali progressivamente si è affrancato dall’Occidente e di conseguenza, per maggior sicurezza, si è avvicinato alla Russia. Tre Stati hanno dato vita all’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), che comprende Burkina Faso, Niger e Mali, intesa creata nel 2023 per difendersi reciprocamente da eventuali aggressori. Il nuovo governo del Niger, come gli altri due Stati alleati, mira a preservare la sovranità da ingerenze occidentali, prevalentemente della Francia. La cooperazione fra i tre Stati non è unicamente militare ma interessa anche altri campi come quello economico, sanitario e infrastrutturale. L’accordo prevede anche l’assistenza reciproca nella lotta al terrorismo e in seguito vedremo meglio la ragione di questa precauzione. Dall’alleanza è nata poco dopo la Confederazione degli Stati del Sahel. Per la Francia è stato un duro colpo anche perché è evidente il progressivo avvicinamento alla Russia, entità che ha già una forte posizione e prosegue la penetrazione nel continente africano, senza contare la presenza economica della Cina.
Questo avvicinamento con Mosca si è reso necessario per fronteggiare meglio la lotta al terrorismo e anche per la sicurezza. Quando si parla di terrorismo si allude a quello jihadista. Il terrorismo islamista è legato ad al Qaeda, la medesima organizzazione che in Afghanistan ha compiuto attentati contro i talebani dopo che erano stati espulsi gli americani. Sarebbe la stessa organizzazione di al Jolani, l’attuale presidente della Siria salito al potere con un colpo di Stato organizzato da militari siriani appoggiati dalla CIA e dal Mossad. Jolani è un rappresentante di al Qaeda che è stato ricevuto dalle capitali europee, pur avendo una taglia sulla testa che Washington ha provveduto a levare perché troppo imbarazzante.
Ora questa stessa organizzazione di al Qaeda sta compiendo atti di terrorismo nel Mali, un Paese della Confederazione degli Stati del Sahel, sotto la protezione di Mosca. Recentemente i terroristi hanno preso d’assalto un convoglio di carburante non lontano dalla capitale per mettere in crisi il settore energetico e alimentare disordini. Queste bande si comportano come organizzazioni mafiose e accusano aziende di collaborare col governo come fossero loro lo Stato legittimo. È chiaro che sono presenti forze che manovrano dietro le quinte perché il Sahel torni allo status quo ante, un po’ come è accaduto in Siria.
L’AES diffida anche della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) perché questa è disturbata dalla novità. L’alleanza del Sahel cerca infatti di realizzare un diverso allineamento che prenda le distanze in modo più netto dall’Occidente perché, a differenza dell’ECOWAS, non vuole farsi manipolare nemmeno indirettamente da forze esterne o multinazionali e ritiene inefficace la strategia antiterrorismo dell’ECOWAS. Anche i tre Paesi del Sahel facevano parte della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale ma, dopo essersi consultati, hanno deciso di recidere ogni tipo di rapporto.
I tre piccoli Stati dell’AES sembrano avere un progetto ben chiaro di sviluppo, indipendenza economica e sovranismo. Hanno le stesse speranze che più di mezzo secolo fa avevano molti Stati arabi sull’onda del nasserismo. Esiste il timore in queste realtà che anche per l’alleanza del Sahel esista un piano di devastazione di quell’area utilizzando il terrorismo di al Qaeda. Visto che la realtà supera la fantasia, potremmo ipotizzare che in un fantomatico eventuale futuro premio Nobel per la pace sia assegnato a un oppositore del Burkina Faso, il quale potrebbe invitare apertamente gli occidentali a invadere il proprio Paese per privatizzare le miniere, come ha fatto realmente in Venezuela l’“oppositrice” Maria Corina Machado, premiata puntualmente col Nobel per la pace perché aveva invitato gli americani a invadere il Venezuela per privatizzare il più grande giacimento di petrolio del mondo, promettendo affari d’oro.
Non è una barzelletta, è la sfacciata tragica verità di un potere globale con la faccia di bronzo. Per di più, in questo momento, navi da guerra statunitensi si aggirano minacciose davanti alle acque venezuelane. La cosa è preoccupante perché recentemente il senatore statunitense Rick Scott, a proposito della crisi del Venezuela, ha detto: “L’America si prenderà cura dell’emisfero australe e faremo in modo che vi sia libertà e democrazia”. Sembra più una minaccia.