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Nel 2007 venne prodotto il film Nella valle di Elah, di Paul Haggis. Il titolo si riferisce a un luogo di Israele dove, secondo la Bibbia, si sarebbe svolta la battaglia tra Davide e Golia.
Haggis ha così spiegato il titolo:
Il Re Saul mandò il figlio David nella Valle di Elah a combattere contro Golia, armato solo di cinque pietre. Mi sono chiesto: ma chi farebbe una cosa del genere? Chi spedirebbe un ragazzo a combattere contro un gigante? Il film parla della nostra responsabilità per aver mandato tanti giovani uomini e donne in guerra.
Il protagonista è Hank Deerfield, ex appartenente alla polizia militare e fiero patriota che ha combattuto nella guerra del Vietnam. La vicenda si svolge intorno alla misteriosa morte del figlio Mike, ucciso dopo aver concluso il turno in Iraq.
Le indagini portano alla scoperta del corpo di Mike, che è stato barbaramente assassinato con 42 coltellate, fatto a pezzi, parzialmente bruciato e lasciato in pasto agli animali selvatici. Solo dopo la visione di alcuni frammenti di filmati amatoriali girati in Iraq dal figlio stesso che con il cellulare, iniziano a emergere verità alle quali il padre non era preparato: Mike, come altri del suo reparto, pur non essendo uno spacciatore, faceva uso abituale di droga e, soprattutto, le esperienze passate in Iraq a combattere una guerra cruenta avevano talmente scavato nella sua psiche da trasformarlo in un sadico che arrivava a torturare i prigionieri feriti per puro svago, tra le risate dei commilitoni, tanto da ricevere il soprannome di Doc per la sua abitudine di infilare le dita dentro le loro ferite aperte. Il padre scopre che il figlio e i commilitoni erano diventati completamente desensibilizzati alla violenza.
Alla fine si scopre che non è stato ucciso da un nemico o da un malavitoso, ma dagli stessi commilitoni, dopo una lite stupida per un pollo, una sciocchezza. Perché avevano perso ogni freno.
Il film chiude con la scena del padre che issa la bandiera americana al rovescio, che è il segnale internazionale di richiesta di soccorso, di Paese in pericolo. È una drammatica riflessione sui danni che può provocare un conflitto nella psiche umana. Nelle guerre accade qualcosa anche alle persone che si credono perbene e ragionevoli.
Il mondo ne ha avuto un esempio documentato da un video di WikiLeaks del 2007 a Baghdad. Si vede un equipaggio di un elicottero Apache che spara su civili e giornalisti Reuters mentre ride. Non è sadismo individuale, è distanza tecnologica. Lo ha studiato bene il colonnello e psicologo Dave Grossman in Anatomia dell’uccidere. Secondo Grossman, più la tecnologia allontana dalla vittima e più è facile uccidere. Sembra che il cervello non registri il fatto che sta uccidendo.
Un altro esempio famoso è quello della soldatessa Lynndie England nella prigione irachena di Abu Ghraib, nel 2004. Le foto la ritraggono mentre ride con i prigionieri nudi e al guinzaglio. Questo è il polo opposto: non distanza ma vicinanza totale. Lo ha studiato Philip Zimbardo con l’esperimento di Stanford del 1971. Se vengono messe persone normali in un ruolo di potere assoluto su altre persone, senza controllo, con l’autorizzazione implicita dei superiori, queste in 48 ore diventano aguzzini. Non perché sono malvagie, ma perché il ruolo le trasforma. Zimbardo stesso è stato chiamato come perito proprio per il processo di Abu Ghraib e ha scritto L’effetto Lucifero.
Prima di lui, l’esperimento di Stanley Milgram nel 1961, dove persone normali torturano un altro uomo solo perché glielo ordina un’autorità in camice bianco che significa fede nella scienza. Il 65 per cento arrivava fino alla scossa che sapeva sarebbe stata mortale o che almeno credeva essere tale.
Riguardo a ciò che accade a Gaza, dove cecchini israeliani mirano su bambini, in quel caso è il terzo meccanismo studiato da Hannah Arendt nel 1963 ne La banalità del male. Quando una propaganda lunga anni convince che l’altro non è un bambino ma un futuro nemico, un animale, un rischio demografico, scatta la deumanizzazione. Il soggetto non si sente più colpevole. Lo fa perché crede di difendersi. Lo storico Christopher Browning in Uomini comuni ha raccontato la stessa cosa per il battaglione di polizia tedesco 101 in Polonia: padri di famiglia, non fanatici nazisti, che alla fine sparavano a donne e bambini magari controvoglia per non deludere i compagni.
Jonathan Glover spiega perché persone perbene fanno cose mostruose in guerra. Parla di cecità morale, frammentazione della responsabilità. Chris Hedges, ex corrispondente di guerra del New York Times, dice che la guerra è una droga, dà senso, eccitazione, e per non perdere quel senso si arriva a giustificare qualsiasi cosa.
Il filosofo J. Glenn Gray nel testo I guerrieri: riflessioni sull’uomo in battaglia, ha combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. Dice che l’uomo scopre in guerra un piacere segreto per la distruzione che in pace si vergogna di ammettere. Corrisponde a quello che intuiva anche Leopardi, il quale scriveva che non siamo buoni per natura e cattivi per eccezione. Siamo animali capaci di costruire morali altissime e di sospenderle in un secondo quando il gruppo, la paura e il potere ce lo chiedono.
Per questa ragione la scena finale con la bandiera rovesciata di Nella valle di Elah è così potente. Sembra non voglia dire mio figlio era un mostro. Dice che abbiamo creato le condizioni perché mio figlio diventasse un mostro.
Nietzsche, in Al di là del bene e del male, sembra volerci mettere in guardia quando ci avverte con queste parole: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.” È proprio quello che racconta il film Nella valle di Elah.