Il regista e produttore Jordan River è una figura attiva nel panorama del cinema indipendente italiano, impegnato in progetti che uniscono ricerca storica, spiritualità e linguaggio cinematografico.
Nel film “Il Monaco che vinse l’Apocalisse”, dedicato alla figura del grande pensatore medievale Gioacchino da Fiore, il regista propone un racconto che cerca di tradurre in immagini la profondità teologica e simbolica del suo pensiero. In questa intervista, Jordan River racconta la genesi del progetto e il significato che l’eredità gioachimita può avere ancora oggi per il pubblico contemporaneo
Nel film Il Monaco che vinse l’Apocalisse emerge la figura di Gioacchino da Fiore come un pensatore capace di leggere il tempo in modo nuovo. In che modo la sua interpretazione della storia e della Trinità può ancora parlare all’uomo contemporaneo?
Realizzare questo film, a 822 anni dalla scomparsa di Gioacchino da Fiore, è stato un viaggio straordinario: professionale, umano e, in molti momenti, autenticamente mistico. Sin dall’inizio mi ha colpito la sua visione del tempo. Joachim, Gioacchino da Fiore – nel film luoghi e nomi sono stati lasciati in latino – non è stato soltanto un pensatore, un esegeta o un mistico, ma un vero cartografo dell’invisibile. Ha tracciato mappe, diagrammi e architetture concettuali capaci di raccontare i misteri dello Spirito e della storia con una lucidità che sorprende ancora oggi.
Nel film ho dato grande attenzione a questa dimensione. La pellicola custodisce una sua temporalità interna, quasi una “quarta dimensione”, che si percepisce soprattutto alla fine, quando lo spettatore avverte che il tempo non è solo ciò che scorre, ma ciò che rivela.
Per Gioacchino la storia non è un ciclo che si ripete né una lenta decadenza: è un cammino di crescita. L’umanità, secondo lui, avanza verso un’epoca di maggiore libertà e consapevolezza, che chiama Età dello Spirito Santo. È una visione audace, ma profondamente umana: non chiude gli occhi davanti al male o alle crisi, ma le interpreta come “doglie del parto”, come il travaglio necessario per far nascere un mondo più spirituale, meno materiale, più capace di amore universale.
Ed è qui che Gioacchino parla ancora all’uomo contemporaneo. In un tempo segnato da incertezze e fratture, il suo pensiero offre una speranza concreta: la storia ha un senso, e quel senso è orientato alla libertà, alla consapevolezza e alla dignità dell’essere umano. Non è un’utopia, ma un invito a guardare più in profondità, a leggere il presente come un passaggio e non come una fine.
Gioacchino da Fiore è noto per la sua visione della storia divisa in tre età legate alla Trinità. Come si inserisce questa prospettiva nella tradizione teologica della Chiesa e quali aspetti risultano più attuali oggi?
Il mio compito, in qualità di regista, è stato quello di portare all’attenzione, attraverso il linguaggio del cinema, questa grande figura ancora tutta da (ri)scoprire e di restituire il giusto valore al suo messaggio. Il film ha proprio questo intento: rendere visibile l’invisibile, dare forma a un pensiero che per secoli è rimasto in parte frainteso o relegato agli specialisti.
Per quanto riguarda più nello specifico la visione trinitaria, intendo riportare alcune riflessioni preziose che il Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, Mons. Antonio Staglianò, ha condiviso con me e con i numerosi spettatori presenti in occasione della proiezione speciale del 25 giugno 2025 a Roma de Il Monaco che vinse l’Apocalisse.
Mons. Staglianò ha anzitutto chiarito un punto fondamentale: la presunta condanna di Gioacchino da Fiore al Concilio Lateranense IV del 1215 è una leggenda che ha circolato per secoli. Come ha spiegato:
«Lì non è stato condannato il pensiero trinitario di Gioacchino da Fiore… ma è stata rigettata l’accusa che Gioacchino aveva rivolto a Pietro Lombardo, che all’epoca era il grande maestro delle Sentenze, quasi un san Tommaso ante litteram.»
Il nodo teologico, come ha ricordato Mons. Staglianò, riguarda l’accusa di “quaternismo” rivolta da Gioacchino a Pietro Lombardo:
«Secondo Gioacchino, la teologia trinitaria di Pietro Lombardo rischiava di non riuscire a dire pienamente l’unità delle Tre Persone, perché distingueva Padre, Figlio, Spirito Santo e poi la Natura Divina come un quarto elemento. Invece la posizione di Gioacchino integra la tradizione occidentale agostiniana – basti pensare al De Trinitate – con quella orientale, più personalista e certamente non triteista.»
Mons. Staglianò ha poi aggiunto parole molto chiare:
«Possiamo dire che Gioacchino da Fiore è assolutamente ortodosso, perché è formalmente ortodosso.»
E ha sottolineato come il suo pensiero, nella sua scrittura iconica, immaginifica ed evocativa, anticipi modalità espressive che oggi la teologia stessa intende recuperare:
«Gioacchino da Fiore anticipa ciò che adesso noi continuiamo a dire, e vorremmo poter dire, scrivendo…»
Queste riflessioni, ascoltate insieme al pubblico, hanno confermato quanto fosse necessario un film che restituisse a Gioacchino la sua profondità spirituale, liberandolo da semplificazioni e fraintendimenti. Il cinema, in questo senso, diventa un ponte: permette di avvicinare una figura complessa, ma luminosa, e di far risuonare ancora oggi la sua intuizione sulla Trinità come dinamismo d’amore che guida la storia.

Cerchi Trinitari di Gioacchino da Fiore (XII sec.), Liber Figurarum, Oxford
Il film cerca di tradurre in immagini un pensiero teologico complesso e profondamente simbolico. Quali elementi della spiritualità gioachimita ritiene più importanti da riscoprire oggi?
Il film ha il compito di rendere visibile l’invisibile. È una visione che sento profondamente, anche perché Gioacchino stesso ricorreva alle immagini per esprimere la sua visione teologica.
Basti pensare al Liber Figurarum – uno degli esemplari più antichi è conservato a Oxford – dove la sua intuizione trinitaria prende forma attraverso simboli, diagrammi e rappresentazioni che parlano al cuore prima ancora che alla mente.
L’esegetica di Gioacchino è infatti iconica, immaginifica ed evocativa. Non si limita a spiegare: mostra, suggerisce, apre spazi interiori.
In questo senso il cinema è il mezzo perfetto per riscoprirlo, soprattutto oggi. Come lui, il cinema comunica attraverso simboli e visioni, e permette allo spettatore di entrare in un’esperienza che non è solo intellettuale, ma anche spirituale.
Tra gli elementi della spiritualità gioachimita che ritengo più importanti da riscoprire oggi, metterei al centro proprio questa capacità di leggere la storia con gli occhi dello Spirito, di cogliere nei segni dei tempi non solo crisi e fratture, ma anche germogli, promesse, passaggi.
Gioacchino ci invita a guardare oltre l’immediato, a riconoscere che la storia è abitata anche, e soprattutto, da Dio e che il suo dinamismo trinitario continua a operare nel mondo.
Il cinema, con il suo linguaggio universale, può aiutare a riaprire questa sensibilità: può restituire la profondità simbolica del pensiero gioachimita e far riscoprire una spiritualità che non teme le immagini, ma le assume come vie per contemplare il Mistero.
A oltre otto secoli dalla sua morte, Gioacchino da Fiore continua a suscitare interesse tra teologi, storici e studiosi. Qual è, secondo lei, l’eredità più significativa che il suo pensiero lascia alla cultura e alla spiritualità europea?
Gioacchino da Fiore non è stato soltanto un “monaco”, ma una delle figure interessanti e più studiate al mondo: un pensatore visionario la cui influenza ha raggiunto Dante Alighieri, Cristoforo Colombo e non solo.
La sua eredità ha plasmato il pensiero occidentale per secoli, ispirando filosofi come Hegel e Montaigne, poeti come W. B. Yeats e romanzieri come George Sand e James Joyce.
Per la sua capacità di leggere nelle profondità dell’animo umano, Gioacchino venne riconosciuto dalle menti più eccelse del suo tempo: Papa Lucio III gli concesse la licentia scribendi, e fu ascoltato come consigliere da diversi Pontefici – Urbano III, Gregorio VIII, Clemente III, Celestino III e Innocenzo III.
Esortato dal mondo ecclesiastico, Gioacchino scrisse e interpretò l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, offrendo una lettura che unisce rigore esegetico e profondità mistica.
Il suo messaggio profetico di speranza è stato recentemente ricordato anche da Papa Francesco nei mesi precedenti la sua scomparsa:
«Mi piace ricordare quel grande visionario credente che fu Gioacchino da Fiore… “di spirito profetico dotato”», affermava il 1° settembre 2024 (Giornata Mondiale del Creato), sottolineando come, in un tempo di lotte sanguinose, conflitti tra Papato e Impero, Crociate, eresie e mondanizzazione della Chiesa, Gioacchino «seppe indicare l’ideale di una convivenza improntata alla fraternità universale e alla pace cristiana».
L’apprezzamento per la sua figura continua oggi anche attraverso l’attenzione del nuovo Pontefice, Papa Leone XIV, che ho avuto modo di incontrare in udienza in Vaticano, parlando con lui del film e dell’eredità spirituale di Gioacchino.
Gioacchino da Fiore è stato decisivo nelle grandi fasi di transizione: dal silenzio monastico del Medioevo al risveglio umanistico del Rinascimento.
Non è un caso che anche la Cappella Sistina di Michelangelo – uno dei vertici assoluti del Rinascimento – porti tracce profonde del suo influsso. Studi autorevoli, come quelli del britannico Malcolm Bull e dello storico dell’arte tedesco Heinrich W. Pfeiffer, hanno mostrato che la vera fonte d’ispirazione per la volta della Sistina furono proprio le opere di Gioacchino da Fiore.
Questa intuizione è stata poi confermata anche da Antonio Paolucci, già Direttore dei Musei Vaticani.
Il legame tra la Cappella Sistina – in particolare il Giudizio Universale – e l’Apocalisse non è solo tematico, ma strutturale.
Michelangelo non rappresenta semplicemente la “fine dei tempi”, ma mette in scena una visione spirituale della storia che giunge al suo compimento universale.
E non dimentichiamo che la Cappella Sistina è il luogo in cui, per intercessione dello Spirito Santo, viene scelto il Pontefice: in questo senso possiamo dire che in ogni pontificato Gioacchino da Fiore è un testimone invisibile.
Ma l’Abate di Fiore, nelle sue visioni profetiche, non parla solo alla Chiesa, ma all’intera umanità.
Interpretando le Sacre Scritture Gioacchino intravede la venuta dell’Anticristo: non una sua invenzione, ma un tema radicato nella tradizione biblica.
Nel suo compito di esegeta, Gioacchino diede forma e immagine a queste intuizioni mistiche con un unico intento: offrire un monito a difesa della Chiesa e dell’umanità.
Nel film sono presenti molti dialoghi esegetici originali: le parole sono di Gioacchino stesso, tratte dai testi latini e tradotte in italiano.
Questa è, forse, l’eredità più significativa di Gioacchino da Fiore per la cultura e la spiritualità mondiale: una visione della storia come luogo umano, attraversato dallo Spirito, dove il male non ha l’ultima parola e dove l’umanità è chiamata a un cammino di purificazione, di discernimento e di speranza.

Drago dell’Apocalisse (Draco Magnus), Gioacchino da Fiore, XII sec. – Liber Figurarum, Oxford.
Questa proiezione speciale a Roma, in occasione dell’824° anniversario della sua scomparsa, riunisce personalità del mondo ecclesiale e culturale. Che messaggio desidera lasciare al pubblico che oggi si avvicina alla figura di Gioacchino attraverso il cinema?
Per me questo film non è soltanto un’opera di divulgazione o di coinvolgimento emotivo: è un vero atto di giustizia storica.
Il prossimo 30 marzo 2026, in occasione dell’824° anniversario della sua scomparsa, celebreremo Gioacchino da Fiore proprio a Roma, presso lo storico Cinema Azzurro Scipioni, a pochi passi dal Vaticano.
Sarà una proiezione speciale che si inserisce in un cammino straordinario: oltre 630 tappe percorse in tutta Italia dal debutto del film nel dicembre 2024.
Accanto a me saranno presenti numerose personalità, invitate a dialogare su come questo monaco abbia cambiato per sempre il modo di leggere il tempo e la Trinità.
Durante le proiezioni e gli incontri con il pubblico, invito spesso gli spettatori a non guardare al passato come a un museo, ma a cercare nel film emozioni e risposte capaci di plasmare il presente e far fiorire il proprio futuro.
L’Apocalisse, nella lettura gioachimita, non è un annuncio di distruzione, ma una rivelazione; non è un punto finale, ma un passaggio verso una maggiore trasparenza dello Spirito nella storia.
Con l’occasione, segnalo ai vostri lettori che, in vista della Pasqua, la distribuzione ha deciso di rendere il film disponibile gratuitamente su Prime Video da Venerdì Santo 3 aprile e che sarà un film evento per il weekend di Pasqua.
È un gesto che vuole permettere a tutti di avvicinarsi alla figura di Gioacchino da Fiore e al suo messaggio di speranza, proprio nei giorni in cui si celebra il mistero della morte e della risurrezione.
