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La contrapposizione tra le due correnti di pensiero, che in realtà sono due concezioni del mondo molto diverse tra loro, nacque agli albori dell’età moderna, dalle due componenti della Rivoluzione.
Una delle due fazioni, la più ideologizzata, si distingue per gli ideali che si ispirano al pensiero del filosofo illuminista e preromantico Jean-Jacques Rousseau. Il rivoluzionario Robespierre, infatti, agiva come ispirato da una visione mistica. Era affascinato dal concetto della “volontà generale”, quella volontà del corpo sociale che, secondo Rousseau, sarebbe scaturita quando la società si fosse affrancata dagli egoismi individuali.
I giacobini nutrivano diffidenza anche nei confronti del parlamentarismo liberale; la componente giacobina propendeva infatti per una forma di democrazia diretta, arrivando a concepire quella che venne denominata democrazia totalitaria. Idealmente si ispiravano al modello della civiltà spartana e alle repubbliche del mondo antico. Sparta era stata presa ad esempio a causa delle sue virtù civiche, e di quel modello erano apprezzati l’uguaglianza, la disciplina, il disprezzo per il lusso e lo spirito di sacrificio.
Probabilmente un certo repubblicanesimo si era ispirato all’opera di Plutarco e all’immagine ideale di Sparta. Robespierre sognava un’ideale Repubblica delle virtù. Per la componente giacobina, la rivoluzione avrebbe dovuto plasmare l’uomo nuovo teorizzato da Rousseau, un homo novus che sapesse anteporre al proprio interesse egoistico quello della nazione, della comunità degli uguali. È con la modernità, infatti, che vide la luce il concetto di Stato nazionale.
Si contrapponevano ai giacobini, in una lotta senza esclusione di colpi, i girondini, che avevano altre idee sul futuro della Francia. Ciò che divideva le fazioni non era determinato da fattori come moderazione o radicalismo, ma da una contrapposizione dovuta a visioni del mondo e programmi opposti. Se gli uni mettevano l’accento sull’uguaglianza dei cittadini e sulla sovranità popolare, i girondini, generalmente rappresentanti della borghesia mercantile, erano interessati maggiormente al concetto di libertà di circolazione di merci e persone e arrivarono addirittura ad abolire anche le corporazioni in nome delle libertà individuali.
Ai girondini premevano maggiormente i concetti di libertà individuale e di proprietà. Non si limitarono a sciogliere le corporazioni: proibirono gli scioperi e le organizzazioni operaie, sempre in nome della libertà di impresa. La Gironda dava maggiore importanza al parlamentarismo e alle libertà, piuttosto che alla disciplina. Al contrario, la Montagna, fra cui sedevano i giacobini, più ideologizzati, voleva una democrazia più pura.
Loro alleati erano i sanculotti, la componente più popolare, costituita prevalentemente da artigiani e bottegai, che spingevano per dare alla rivoluzione un profilo sociale contro il parlamentarismo borghese. Come possiamo vedere, erano due visioni distinte e con idee diverse sull’organizzazione della Francia post-rivoluzionaria.
Da notare che chi volle trascinare il Paese nell’avventura bellica furono i cosiddetti “moderati”, mentre gli “estremisti” giacobini, in principio, erano contrari all’avventurismo bellico, che gettava il Paese in una guerra capace di mettere in pericolo la rivoluzione. Il periodo che è passato alla storia come il “Terrore” fu una violenta resa dei conti fra le due fazioni: in un primo momento dei giacobini contro i girondini, provocando in seguito la reazione dei girondini.
Il Comitato di salute pubblica, organo di emergenza, nacque come difesa dai nemici esterni della Rivoluzione e si radicalizzò a causa delle ribellioni controrivoluzionarie. In quel contesto Robespierre approfittò per liberare la rivoluzione da coloro che riteneva i veri avversari. Un periodo storico che ricorda, anche per l’efferatezza, le guerre civili di Roma, con il prevalere alterno di Mario o Silla.
In seguito, dopo la caduta di Napoleone, che mise termine alla breve avventura imperiale, per tutto l’Ottocento proseguirono le tensioni fra la componente democratica e quella liberale, anche se in altra forma. Dopo la Comune di Parigi, in Europa fanno la loro comparsa movimenti risorgimentali, nazionalisti, laburisti, sindacalisti, socialdemocratici e socialisti, fino al Novecento, in cui si verificano sia la rivoluzione comunista col bolscevismo sia quelle forme di socialismo che, come agli albori, tornano ad abbracciare il nazionalismo.
Sostanzialmente fu un tentativo fallito di circolazione delle élite, con il tentativo di rinnovare quelle liberali, che attraversavano un momento di crisi e sembravano giunte al collasso dopo la Grande Guerra e specialmente dopo il 1929. Dopo quasi mezzo secolo di equilibrio ideologico e geopolitico, formatosi a Yalta, con un mondo diviso fra due blocchi contrapposti, a causa dell’implosione di una delle due superpotenze, nel liberalismo, che sembrava aver trovato un certo equilibrio, osserviamo una repentina metamorfosi e il mondo può assistere alla nascita di una forma di neoliberismo esasperato o, come era stato chiamato negli anni Novanta, turbo-liberismo.
Inoltre si diffondono e prendono piede scuole economiche come l’anarco-capitalismo, filosofia economica fondata da Murray Rothbard, scuola di pensiero che arriva a proporre l’abolizione dello Stato sic et simpliciter a favore di un generalizzato libero mercato, con una proprietà privata assoluta e con il programma di privatizzazione anche della giustizia e dell’ordine pubblico. Tale teoria economica sembra affine alle idee libertarie che avevano fatto la loro comparsa negli anni Sessanta e che vedono nelle libertà individuali un valore supremo.
Questo movimento culturale, che prende piede nella società consumistica facendo leva sul narcisismo, arriva a teorizzare la riduzione della presenza dello Stato e a favorire il libero mercato. Molti libertari credono in una nuova dottrina denominata minarchismo, dove le funzioni del potere e dell’autorità sono ridotte al minimo. L’anarco-capitalismo è una scuola di pensiero che pone la libertà individuale come valore supremo, sostenendo una forte limitazione o l’abolizione dello Stato e di ogni forma di coercizione. Tale movimento culturale difende le libertà civili e promuove le libertà etiche.
Il pensiero liberale sembra aver sciolto ogni vincolo ideologico ed evolve continuamente con nuove proposte e teorie. In questo contesto vede la luce, in determinate élite, una nuova corrente politica e culturale nella famiglia del neoliberismo: la cosiddetta tecnodestra, la tech right. Una sintesi fra neoconservatori e tecnologia della Silicon Valley.
Di questa ideologia è rimasta famosa l’affermazione di Peter Thiel, fondatore di PayPal e investitore di Facebook: “La democrazia non è più compatibile con la libertà”. Il miliardario americano sostiene che il modello democratico, nato con la rivoluzione che mise fine all’Ancien Régime, abbia fatto il suo tempo e debba essere abbandonato, perché il nuovo modello del liberalismo che prende in esame prevalentemente le libertà individuali e l’innovazione confligge con la democrazia basata sul consenso di massa, che vuole rappresentare la volontà generale.
Come nel 1793, si scontrano democrazia e liberalismo, perché qualcuno è arrivato a teorizzare che la democrazia privilegia l’uguaglianza ma sacrifica la libertà, e funziona da freno al progresso. Infatti siamo arrivati al progressismo antidemocratico. Quello che abbiamo di fronte è un liberalismo che si dirige a grandi passi in direzione di un’oligarchia tecnologica, con la promessa di libertà e progresso, e con un atteggiamento faustiano che lo dichiara apertamente.
Sembra che la modernità si stia dirigendo verso un liberalismo senza democrazia, l’esatto contrario della democrazia totalitaria giacobina ispirata dalla volontà generale. Dall’originaria speranza riposta nel popolo, nella concezione völkisch che vedeva il popolo come un organismo spirituale, legato alla terra e all’anima comunitaria, sembra che il cerchio si stia chiudendo a causa del timore che oggi il demos ispira; forse perché da popolo composto da cittadini, con una coscienza di sé, si è trasformato in massa sradicata, priva di memoria e incontrollabile.
La democrazia diventa impossibile quando il popolo è solo numero ed è composto da apolidi.