Vi sono date, nel calendario laico e spirituale di una nazione, che smettono di essere semplici coordinate temporali per trasformarsi in voragini. Spazi fisici e metafisici in cui la storia decide di addensarsi, di coagularsi con una violenza tale da piegare il destino di intere generazioni. Il 9 maggio è, per l’Italia, l’emblema assoluto di questa densità tragica e, al contempo, della sua più faticosa redenzione. È il giorno in cui il Paese si è guardato allo specchio, scoprendosi prima cadavere e poi, a distanza di quindici anni, improvvisamente vivo, scosso dal brivido di un ruggito che ha squarciato l’omertà.
Oggi, 9 maggio 2026, a quarantotto anni da quel 1978 di piombo e tritolo, e a trentatré anni da quel 1993 di incenso e collera, abbiamo il dovere civile, prima ancora che giornalistico o storiografico, di ricucire i lembi di questa ferita. Dobbiamo farlo mettendo in asse tre luoghi che compongono la mappa genetica della nostra Repubblica: una strada stretta nel cuore di Roma, una massicciata ferroviaria nella provincia palermitana, e il pendio dorato della Valle dei Templi ad Agrigento. Tre luoghi, tre uomini, tre destini che il caso, o forse una sceneggiatura ben più imperscrutabile, ha voluto incatenare alla medesima data.
Il centro e la periferia. La sincronicità macabra del 1978
Roma, 9 maggio 1978. Il cielo è di un azzurro quasi offensivo per chi da cinquantacinque giorni vive sprofondato nell’angoscia. In Via Michelangelo Caetani, a metà strada esatta tra la sede della Democrazia Cristiana di Piazza del Gesù e quella del Partito Comunista di Via delle Botteghe Oscure – una geometria topografica che è il più feroce dei testamenti politici – viene ritrovata una Renault 4 rossa. Nel bagagliaio, rannicchiato in una posizione fetale che sa di abbandono assoluto, giace il corpo di Aldo Moro. Crivellato da undici colpi, coperto da un plaid, il Presidente della Democrazia Cristiana, l’architetto del compromesso storico, è stato giustiziato dalle Brigate Rosse.

La sua morte non è solo la fine di un uomo politico; è il collasso di un’idea di Stato. In quell’abitacolo si consuma il fallimento della Repubblica nata dalla Resistenza, incapace di salvare il suo figlio più illustre, paralizzata tra la ragion di Stato, la fermezza e le oscure trame di poteri collaterali che, in quei cinquantacinque giorni, hanno operato nell’ombra per garantire che Moro non tornasse mai più libero. Il silenzio che avvolge Roma in quelle ore è assordante. È il silenzio delle istituzioni, il mutismo attonito di una popolazione che si scopre vulnerabile, nuda di fronte alla ferocia dell’eversione. L’immagine di quel corpo raggomitolato diventa il sudario di un’intera nazione. L’Italia, in quel preciso istante, si ferma. Le rotative dei giornali stampano edizioni straordinarie, la televisione trasmette a reti unificate il dolore e lo smarrimento. Il “caso Moro” satura ogni spazio visivo, uditivo e cognitivo del Paese.
Ma l’Italia è lunga, e mentre Roma piange il suo leader, a quasi mille chilometri di distanza, nel buio della notte siciliana, lo Stato perde un’altra battaglia, permettendoche si consumi un altro martirio, destinato a rimanere sepolto sotto il peso mediatico della tragedia romana.

Cinisi, 9 maggio 1978. Non ci sono brigatisti qui, ma c’è un potere altrettanto eversivo, altrettanto radicato, se non di più: la mafia. Sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, un boato squarcia la notte. È un’esplosione violentissima, ma non è un attentato contro un treno. È l’omicidio, mascherato con grottesca brutalità da suicidio terroristico, di Giuseppe “Peppino” Impastato. Trent’anni, militante di Democrazia Proletaria, fondatore di Radio Aut, Peppino è una mosca bianca in una terra dominata dalla cosca di Gaetano Badalamenti, il boss che abita a “cento passi” da casa sua.
Peppino aveva osato l’inosabile. Aveva utilizzato l’arma più letale contro il potere mafioso: l’ironia. Dai microfoni della sua radio libera, sbeffeggiava i mafiosi, chiamava Badalamenti “Tano Seduto”, denunciava gli scempi edilizi, il traffico di droga, la collusione tra criminalità, politica locale e forze dell’ordine. Aveva infranto il muro dell’omertà non solo con il coraggio civile, ma con lo sberleffo, de-sacralizzando la figura del “padrino”. Per Cosa Nostra, un simile affronto era intollerabile. Peppino andava eliminato, e non solo fisicamente: la sua memoria doveva essere infangata.
Lo legano ai binari, gli pongono una carica di tritolo sotto il corpo e lo fanno saltare in aria. Le indagini, viziate da depistaggi clamorosi e inaccettabili complicità istituzionali, parleranno per anni di un attentato terroristico finito male, in cui l’attentatore (Impastato stesso) sarebbe rimasto vittima del suo stesso ordigno.
Ecco la vertigine del 9 maggio 1978. Da una parte lo Statista, ucciso da chi voleva abbattere lo Stato; dall’altra il Ribelle, ucciso dall’Antistato con la complicità di pezzi deviati dello Stato stesso. Entrambi soli. Moro abbandonato dai suoi “amici” di partito, costretto a scrivere lettere disperate dal covo in cui era rinchiuso; Impastato abbandonato da una società locale assuefatta alla sottomissione mafiosa, tradito persino da chi avrebbe dovuto difenderlo.
La morte di Aldo Moro cannibalizza l’informazione. Del giovane di Cinisi non parla quasi nessuno. La notizia del “presunto terrorista” saltato in aria in Sicilia scivola in brevi trafiletti nelle pagine interne dei quotidiani. Il sangue periferico non ha lo stesso peso specifico del sangue romano. Ci vorranno anni di lotte estenuanti, condotte dalla madre Felicia e dal fratello Giovanni, oltre che dai compagni di militanza, per smascherare il depistaggio, far riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio e condannare Gaetano Badalamenti.
Eppure, in quel sincronismo apparentemente casuale, c’è una lezione storica monumentale. Il 9 maggio 1978 ci insegna che il potere occulto, sia esso eversivo o mafioso, colpisce chiunque si metta di traverso al suo mantenimento: che tu stia ai vertici delle istituzioni cercando di allargarne le basi democratiche, o che tu stia nelle strade polverose della provincia siciliana cercando di svegliare le coscienze, il prezzo per la rottura dello status quo è la vita.
Quindici anni di sangue e attesa (1978-1993)
L’Italia uscita da quel 9 maggio 1978 è un Paese ferito e incattivito. Gli “anni di piombo” lasciano lentamente il passo agli anni dell’edonismo reaganiano, degli anni Ottanta da bere, del finto benessere costruito sul debito pubblico. Ma sotto la superficie scintillante, il cancro mafioso prospera, si espande, assume dimensioni finanziarie e militari inimmaginabili. Sono gli anni dell’ascesa dei Corleonesi di Totò Riina, della Seconda Guerra di Mafia che lascia centinaia di cadaveri per le strade di Palermo. Sono gli anni in cui Cosa Nostra decide di fare il salto di qualità, attaccando direttamente lo Stato.

La mafia uccide giudici, poliziotti, politici, giornalisti. Cade Boris Giuliano, cade Pio La Torre, cade Carlo Alberto Dalla Chiesa, cade Rocco Chinnici. Lo Stato reagisce a intermittenza, fino al miracolo laico del Pool Antimafia e del Maxiprocesso, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la prima volta, la mafia viene portata alla sbarra, giudicata e condannata come un’organizzazione unitaria.
Ma la vendetta non tarda. Il 1992 è l’anno dell’Apocalisse. Capaci e Via D’Amelio. Il tritolo sventra le autostrade e i quartieri residenziali. Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Borsellino e gli agenti delle loro scorte vengono polverizzati. L’Italia precipita in un abisso di disperazione che ricorda da vicino, per intensità emotiva e smarrimento istituzionale, proprio i giorni del rapimento Moro. Lo Stato sembra in ginocchio, imploso su se stesso, travolto anche dallo scandalo di Tangentopoli che azzera la classe politica della Prima Repubblica.
È in questo clima spettrale, di rovine morali e macerie fisiche, che matura il secondo atto della nostra storia. E ancora una volta, il calendario si ferma sulla data del 9 maggio.
Il ruggito nella Valle. L’Anatema di Wojtyla (1993)
Agrigento, 9 maggio 1993. Esattamente quindici anni dopo l’omicidio di Aldo Moro e di Peppino Impastato. La coincidenza temporale è assoluta, e la potenza dell’evento che sta per consumarsi riscatterà, in un certo senso, il silenzio di quindici anni prima.
Papa Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, è in visita pastorale in Sicilia. È il Papa polacco, l’uomo che ha contribuito ad abbattere il muro di Berlino, un pontefice energico, carismatico, abituato a confrontarsi con i totalitarismi. Ma la mafia è un nemico diverso, subdolo. Per decenni, gran parte della Chiesa istituzionale, specialmente in Sicilia, aveva tenuto un atteggiamento prudente, talvolta di tacita convivenza, spesso derubricando la mafia a fenomeno di criminalità comune o rifiutandosi di riconoscerne la specificità strutturale. Vi erano stati sacerdoti coraggiosi, certo, figure luminose, ma mancava una condanna corale, alta, inequivocabile dai vertici di San Pietro.
Quel pomeriggio, la messa viene celebrata all’aperto, nella spianata sotto il Tempio della Concordia, nella Valle dei Templi. Il sole sta calando, tingendo le colonne doriche di rosso, un rosso che ricorda il sangue versato appena un anno prima a Palermo. Wojtyla ha incontrato in mattinata i genitori del giudice Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato dalla Stidda nel 1990. Quelle parole, le lacrime di quei genitori, hanno scavato dentro l’animo del Pontefice.
La liturgia si svolge secondo i canoni. Il discorso ufficiale, scritto, è stato letto. La celebrazione sta per concludersi. Ma qualcosa accade. Wojtyla, il cui volto si è indurito, la cui postura si è fatta d’improvviso tesa, stringe il pastorale di legno. Il vento di scirocco gli muove le vesti. Non è più solo il Papa; in quel momento è un profeta biblico, è un patriarca che vede il suo gregge dilaniato dai lupi.
Rompe il protocollo. Alza la voce, il suo timbro si fa stentoreo, la cadenza slava taglia l’aria di Agrigento come una frusta.
“Che cosa è, che cosa è la mafia? È una cultura di morte!” esordisce. La folla trattiene il fiato. Non si era mai sentito un Papa pronunciare la parola “mafia” con quella ferocia accusatoria.
Wojtyla continua, il braccio destro ora è alzato, l’indice puntato contro un nemico invisibile ma presentissimo: “Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte!”
Poi, l’apice. L’anatema che cambierà per sempre la storia della Chiesa e dell’Italia. “Nel nome di Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”
L’eco di quel “Convertitevi!” rimbalza sulle pietre millenarie dei templi, attraversa la valle e sembra propagarsi per tutta l’isola, per tutta la penisola. È un boato morale che fa tremare le fondamenta di Cosa Nostra. Totò Riina, dal carcere, capisce immediatamente la gravità di quella scomunica. La mafia, che si era sempre ammantata di una finta religiosità, partecipando alle processioni, tenendo i santini nelle tasche, riceve uno schiaffo teologico devastante. Non si può essere mafiosi e cristiani. L’equivoco è spazzato via per sempre.
Due mesi dopo, per ritorsione, la mafia metterà due bombe a Roma: una a San Giovanni in Laterano e una a San Giorgio al Velabro. Un attacco diretto al cuore della Cristianità, la risposta sanguinaria di un potere ferito a morte dalla parola. A settembre, a Brancaccio, i sicari dei fratelli Graviano uccideranno Don Pino Puglisi, il prete col sorriso che toglieva i bambini dalla strada. Era la conferma che l’anatema di Agrigento aveva colto nel segno.
Il filo rosso della memoria
Che senso ha, oggi, coniugare questi tre eventi sotto l’unica cifra del 9 maggio? Non è un puro esercizio retorico, ma un imperativo etico.
Il grido di Karol Wojtyla nella Valle dei Templi non è nato dal nulla. Era gravido del silenzio degli anni precedenti. Quando il Papa ha gridato “Convertitevi!”, in quell’eco c’era la voce spezzata di Aldo Moro, la voce inascoltata di un uomo di Stato che aveva implorato i suoi pari di trovare una via per salvarlo. E c’era, soprattutto, la voce irriverente, sguaiata, coraggiosa di Peppino Impastato dai microfoni di Radio Aut.
Il 9 maggio 1993, Wojtyla ha restituito dignità al 9 maggio 1978. Se il ’78 era stato l’anno in cui lo Stato democratico aveva abbassato la testa di fronte all’eversione e l’aveva girata dall’altra parte di fronte al martirio mafioso, il ’93 è stato l’anno in cui un potere superiore, quello morale e spirituale, ha tracciato una linea insuperabile.
Moro, l’uomo delle istituzioni, ucciso per aver cercato una coesione politica; Impastato, l’outsider, ucciso per aver rotto l’omertà civile; Wojtyla, il pastore, che scende in campo con l’unica arma che possiede, la Parola, per dire che il sacrificio dei primi due non è stato vano.
La geometria è perfetta e terribile. Roma, la Capitale, il centro del potere. Cinisi, la provincia, la periferia dimenticata. Agrigento, la culla della classicità, il palcoscenico della storia millenaria.
Oggi, 9 maggio 2026, commemorare significa superare la mera liturgia del ricordo. Significa riconoscere che la “civiltà della morte” di cui parlava Wojtyla non è solo quella che mette le bombe sotto le auto o rapisce i leader politici. È anche quella dell’indifferenza, della corruzione endemica, della rassegnazione fatalista. Peppino Impastato ci ha insegnato che la ribellione nasce dall’impegno quotidiano e dal non accettare la normalità del male. Aldo Moro, nel suo dramma finale, ci ha lasciato in eredità il dovere di interrogare sempre il potere e le sue ombre. Il Papa ci ha ricordato che non c’è neutralità possibile: chi tace, acconsente; chi si volta dall’altra parte, è complice.
Il corpo freddo nella Renault rossa, i brandelli di carne sparsi sui binari, il dito puntato verso il cielo siciliano. Tre fermo-immagine scolpiti nella retina della nazione. Il 9 maggio non è solo un anniversario. È un tribunale della coscienza italiana, un monito perpetuo che ci guarda severo, chiedendoci, ogni singolo anno: da che parte state? La risposta, oggi come ieri, non ammette compromessi. E su questa linea invisibile e tagliente che unisce Roma, Cinisi e Agrigento, si misura, ancora una volta, lo spessore della nostra democrazia e della nostra dignità di uomini liberi.