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L’Italia tra le tre missioni diplomatiche

“Grazie a Dio è stata la sinistra a essere confusa sulla politica estera”.

 

Questa frase è da tempo un pilastro del discorso politico italiano, quasi un dato di fatto. Ma ciò che sta accadendo oggi ribalta questa narrazione, ponendo la destra – e in particolare l’attuale governo – nella posizione di principale sospettato di confusione, se non di vera e propria disgregazione.

 

In un momento internazionale instabile, dove le alleanze si tracciano come linee di battaglia, nessun governo può permettersi il lusso della contraddizione. La politica estera non è un’opinione personale; è l’identità di una nazione nel mondo. E senza di essa, non c’è governo – come recita la stessa frase spesso usata contro gli avversari.

 

Ma cosa succede quando un governo adotta tre politiche estere parallele?

 

Per anni, Giorgia Meloni sembrava aver costruito solidi ponti con Washington e Tel Aviv, apparendo persino come portavoce non ufficiale di Donald Trump e Benjamin Netanyahu in Europa. Ma i recenti cambiamenti hanno rivelato la fragilità di questa posizione: quando gli equilibri di potere sono mutati, si è trovata costretta a ritirarsi, in una mossa più simile a una ritirata tattica che a un riposizionamento calcolato.

 

Al contrario, Matteo Salvini si schiera dall’altra parte, non come alleato all’interno del governo, ma come voce dissenziente. Non ha difeso la sua premier quando è stata attaccata da Trump; al contrario, ha sfruttato l’attacco per affermare la sua incrollabile lealtà alle politiche di quest’ultimo. Si è spinto persino oltre, mantenendo una posizione filo-russa e auspicando una ripresa delle relazioni con Vladimir Putin, nonostante l’Italia rimanga ufficialmente schierata a sostegno dell’Ucraina.

 

Nel frattempo, Antonio Tajani tenta di svolgere il ruolo di moderatore istituzionale, facendo leva sulla sua affiliazione europea all’interno del Partito Popolare Europeo, dove l’adesione alla linea europea non è una scelta ma un obbligo. Tuttavia, si trova stretto tra due partner che non sono allineati con lui – né tra loro – sulla stessa lunghezza d’onda.

 

Il risultato? Un governo che parla tre linguaggi diplomatici diversi:

 

Un linguaggio atlantista esitante (Melloni)

 

Un linguaggio sovrano tendente a est (Salvini)

 

Un linguaggio europeo tradizionale (Tajani)

 

E sullo sfondo, le contraddizioni si acuiscono ulteriormente. Dalla posizione sulla Russia al rapporto con gli Stati Uniti, fino alle regole di bilancio europee, i rivali concordano solo quando si tratta di infrangere le stesse regole che loro stessi hanno ratificato.

 

L’ironia più dolorosa è che la divisione non si ferma al livello di governo; si estende alle stesse famiglie politiche europee. Mentre Tajani opera all’interno del blocco più ampio a sostegno della Commissione europea, Salvini si posiziona nel campo più ostile e Meloni rimane in una zona grigia, cercando di conciliare l’inconciliabile.

 

Non si tratta di una “divergenza di opinioni” – come alcuni vorrebbero definirla – ma di una falla strutturale nella definizione di interesse nazionale.

 

La politica estera non è un terreno di gioco per accumulare punti all’interno della coalizione, né una piattaforma per accrescere la popolarità personale. Nella sua definizione più semplice, si tratta di un accordo tacito su un’unica questione: qual è la nostra posizione?

 

E la risposta, nel caso italiano odierno, non è solo poco chiara, ma addirittura contraddittoria.

 

Qui, il vecchio argomento crolla. La questione non è più se la sinistra sia confusa in materia di politica estera. La vera domanda ora è: come può un governo governare quando non ha ancora definito il proprio ruolo nel mondo?

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Francesca Albanese wrote on the X platform