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L’Isola Tiberina a Roma, con la sua posizione strategica nel fiume Tevere, è un luogo che affascina e incanta. Un’isola che non è solo un punto di riferimento geografico, ma anche un crocevia di leggende e miti che risalgono a tempi antichissimi. Se, passeggiando lungo le rive del fiume e osservando il lento scorrere delle acque, vi trovate a immaginare storie di divinità, guaritori e figure misteriose, non siete soli. Le leggende dell’Isola Tiberina fanno parte di un patrimonio culturale che risale all’antichità, arricchito da racconti che fondono storia e mito in un affascinante arazzo.
L’ isola in realtà si è formata dai sedimenti accumulati nei secoli, ma sulla sua formazione il mito la ricollega a due leggende : Abitata fin dalle prime origini della città, leggenda vuole che sia sorta dal cumulo di covoni di grano gettati nel fiume dai Romani per protesta contro l’ultimo re, Tarquinio il Superbo. Anche il suo curioso profilo, a forma di nave, si deve alla tradizione più antica. Si racconta che nel 291 a.C. una nave abbia salpato dall’Urbe dirigendosi ad Epidauro, verso il tempio di Esculapio per chiedere soccorso, dato che a Roma era scoppiata una grave epidemia. Dopo aver svolto tutti i rituali necessari e consultati i libri sibillini si decise il viaggio. La nave tornò in città con un serpente, animale sacro al dio della medicina che, sceso nel fiume, nuotò fino all’isola Tiberina, indicando ai romani il punto esatto in cui costruire un tempio dedicato ad Esculapio. Ecco quindi che il tempio venne eretto, l’epidemia cessò e in ricordo del miracolo venne data all’isola proprio la forma di una nave, anche per garantire al Dio il ritorno. L’ obelisco posto al centro costituirebbe l’ albero maestro. L’ obelisco è noto a Roma con il nome di “colonna infame” perché lì venivano appesi i nomi di coloro che non praticavano i precetti pasquali. Nel corso della storia la vocazione al culto della medicina dell’ isola rimase intatta, dal lazzaretto medioevale all’ odierno Ospedale Fatebenefratelli. Oggi al posto del tempio sorge la Basilica di San Bartolomeo all’ Isola (eretta in occasione della visita dell’ Imperatore Ottone II recatosi a Roma per l’ avvento dell’ anno mille), all’interno della quale, si trova un pozzo medievale che, secondo la tradizione, coincide con la fonte sacra del tempio di Esculapio. Se scendiamo le scale dalla piazza antistante l’ospedale “Fatebenefratelli” e proseguiamo verso il lato sud dell’Isola, possiamo ammirare i resti dell’antico rivestimento in marmo dell’Isola Tiberina, curvo come la prua di una nave, e con il serpente attorcigliato al suo bastone, simbolo appunto del Dio Esculapio.
Un altro mito strettamente legato all’Isola Tiberina è quello della la lupa che allattò Romolo e Remo. La famosa storia dei due gemelli fondatori di Roma ha radici profonde legate all’isola. La loro leggenda è una delle più conosciute al mondo, e l’Isola Tiberina è considerata uno dei luoghi in cui i due bambini sono stati cresciuti. Secondo alcuni resoconti, dopo il loro salvataggio, i gemelli furono accuditi dalla lupa sull’isola, che divenne il loro rifugio sicuro, un luogo protetto dove poter crescere e infine diventare i fondatori della città di Roma. L’isola divenne un simbolo di protezione divina e il forza della natura, che ha permesso ai due bambini abbandonati di sopravvivere.
Un’ altra leggenda è la pulsella impietrita. La leggenda narra che l’affascinante volto scolpito ritraesse una giovane nobildonna vissuta nel 1350, rinchiusa nella torre per essersi rifiutata di sposare un aristocratico scelto dalla sua famiglia, nell’inutile attesa del ritorno dell’amato dalla guerra. La pulsella rimase in attesa con lo sguardo rivolto all’ esterno fino pietrificarsi. Il volto della damigella sarebbe oggi incastonato nel ponte Fabricio. La scultura è in realtà databile all’epoca romana, anche se, con lo sguardo “di pietra” rivolto al ponte, sembra sfidare chi passa a scoprire l’identità che si cela dietro l’enigmatico volto eroso dal tempo.
L’ isola è collegata da due ponti. Il ponte Fabricio e il ponte Celsio. Papa Sisto V ordinò che il Ponte Fabricio, che collega l’isola tiberina alla riva sinistra del Tevere, risalente al 62 a.C., venisse ristrutturato. A tale scopo incaricò quattro architetti tra i più valenti e famosi del suo tempo. Questi però non andavano per nulla d’accordo, e fu così che durante i lavori si scatenarono violenti litigi. Il restauro fu comunque eseguito egregiamente e il papa si congratulò con i quattro architetti, ma per le gravi voci che erano circolate su di loro, ordinò che fossero decapitati sul ponte stesso. Visto che comunque il lavoro era stato eseguito nel migliore dei modi (e forse a monito per i posteri), si dice che il pontefice decise di erigere per loro un monumento che rappresentava le quattro teste unite in un unico blocco di pietra. Si tratta delle stesse erme ammirabili oggi, i pilastrini inseriti nelle spallette del ponte, che in realtà rappresentano Giano, il dio che secondo i romani proteggeva i passaggi, le porte e quindi anche i ponti.
Una storia recente sull’ospedale che va raccontata e che non è solo luogo di cura, ma anche fu un vero e proprio nascondiglio per numerosi ebrei romani scampati alle persecuzioni nazifasciste durante la seconda guerra mondiale. Grazie all’invenzione di una malattia, il cosiddetto “Morbo di K”, da parte del dottor Giovanni Borromeo e Adriano Ossicini nel se1943, molte persone di religione ebraica ebbero salva la vita. Un gesto coraggioso e di grande solidarietà umana.
I miti intorno all’ isola non si esauriscono qui. L’ isola porta con sé il marchio sacro della protezione e di luogo di passaggio mistico. La sua prua immobile continua a navigare nelle sabbie del tempo e la sua rotta ci conduce in un luogo dove mito e storia si fondono in una realtà visibile, ma al contempo nascosta.
NB: Questo testo ha usufruito di molti contributi terzi. Non ha fine di lucro ed è solo un atto d’amore per la nostra Italia e la città di Roma.