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Il Vangelo dello Spread. Tornare a De Gasperi

Editoriale di Francesco Rizzo

Io ho trent’anni. E arrivare alla soglia dei trent’anni in questo preciso, spietato tornante storico significa, prima di ogni altra cosa, fare i conti con un altare sconsacrato e con una piazza ammutolita. Ci eravamo illusi, cullati dalle narrazioni pacificatrici della fine del Novecento, che il nuovo millennio potesse essere governato e redento da una sintesi perfetta, un’architettura politica che avremmo chiamato “L’Ulivo”. Quel compromesso alto e nobile in cui la carità inquieta, tormentata e personalista del mondo cattolico democratico e l’impeto di giustizia sociale, materiale e collettiva della tradizione comunista avrebbero dovuto fondersi, come due affluenti di un unico grande fiume, per addomesticare il capitale. Ma l’orizzonte non era l’alba di una nuova era; era il crepuscolo di ogni grande narrazione.

Oggi, guardando alle macerie spirituali ed economiche della nostra generazione, ci scopriamo figli di una mutazione genetica aberrante. Una mutazione che ha rinnegato entrambe le madri fondatrici per prostrarsi, in una genuflessione tanto vigliacca quanto convinta, davanti a un idolo algido, inumano e matematico. Abbiamo smesso di leggere e meditare l’Enciclica Rerum Novarum e abbiamo accantonato i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, sostituendoli con un nuovo, indiscutibile testo sacro, dettato non dai profeti, ma dalle agenzie di rating.

Figli e figliastri tra i “Padroni” della sintesi

Questo nuovo dogma è il Vangelo dello Spread. Una teologia economica feroce in cui le parole del nostro antico lessico politico sono state svuotate e riempite di un veleno paralizzante. La “responsabilità” è diventata il sinonimo pavido di austerità e di tagli alla spesa sociale; la “flessibilità”, un tempo rivendicata come liberazione dai vincoli del fordismo, si è rivelata il nome in codice per la nostra precarietà esistenziale, per la condanna a un eterno presente senza garanzie; e i “diritti umani”, che pure continuiamo a sbandierare nelle nostre sterili battaglie di retroguardia civile, si sono ridotti a una concessione borghese, rigorosamente subordinata alle incrollabili compatibilità di bilancio. I sacerdoti di questo culto non indossano più paramenti sacri o tessere sindacali, ma siedono nei consigli d’amministrazione e nei direttivi di un centrosinistra che ha tragicamente perso l’anima. Come scriveva profeticamente Pier Paolo Pasolini, denunciando il Nuovo Potere, “il fascismo del consumo ha compiuto una vera e propria mutazione antropologica”. E noi, la sinistra democratica e cattolica, ci siamo offerti volontari per fare da levatrici a questa mutazione. Abbiamo sussurrato melliflue parole di pace interclassista mentre, di fatto, tolleravamo l’ingiustizia strutturale di un sistema economico che sistematicamente scarta la mia generazione. Abbiamo benedetto le “riforme strutturali” convinti che il mercato, lasciato libero di autoregolarsi, avrebbe distribuito ricchezza. Invece, ha distribuito solo solitudine, ansia da prestazione e algoritmi che misurano la nostra vita in click e consegne a cottimo. Noi, i figli della sintesi, ci siamo ritrovati a essere i chierichetti del neoliberismo. E il paradosso più atroce è che lo abbiamo fatto convinti di essere dalla parte giusta della storia, ripetendoci, come un mantra sedativo, che “non c’erano alternative”, accettando il dogma thatcheriano del TINA (There Is No Alternative) e mascherandolo dietro il sorriso rassicurante del riformismo europeo.

Il tradimento della Provincia. Il cortocircuito tra sagrestia e casa del popolo

Ma l’amaro, quel sapore metallico di tradimento che mi stringe la gola, si fa intollerabile quando, allontanandoci dalle grandi narrazioni macroeconomiche e dalle luci delle ZTL metropolitane, guardiamo a ciò che questo Vangelo ha prodotto nei nostri piccoli centri. Lì, nella profonda provincia italiana, dove la sintesi doveva farsi carne, volto e comunità, abbiamo assistito alla nascita di un comitato d’affari spaventoso, un incrocio mostruoso che ha preso in ostaggio il nostro futuro.

Credevamo che nei municipi di paese, nelle piazze dove i campanili si affacciano sulle ex sedi della CGIL, si sarebbe celebrato il miracolo: la carità cristiana e l’ardore civile fusi insieme. Invece, le nostre sezioni di partito hanno fagocitato, con un’avidità clinica, il peggio assoluto di entrambe le tradizioni.

Dal vecchio, immenso corpaccione democristiano, questo nuovo apparato ha ereditato il trasformismo più cinico e il clientelismo di bassa lega. Ha fatto sua la massima andreottiana per cui “il potere logora chi non ce l’ha”, trasformandola nella giustificazione per ogni alleanza contro natura, per ogni spartizione di poltrone, per la gestione febbrile del piccolo cabotaggio: l’appalto locale in proroga, il favore sottobanco, il sussurro all’orecchio per la concessione edilizia. È la politica ridotta ad amministrazione condominiale. Dal vecchio, granitico apparato comunista, invece, ha mutuato l’arroganza settaria del funzionario, la rigidità burocratica, la liturgia asfissiante di correnti chiuse come fortini. Hanno mantenuto il “centralismo democratico”, ma lo hanno svuotato della spinta rivoluzionaria, utilizzandolo solo per soffocare il dissenso interno. In queste sezioni periferiche, il dissenso è lesa maestà e la fedeltà al capobastone di turno vale infinitamente più del talento o dell’ideale.

Hanno creato un notabilato di provincia vestito a festa, un ceto politico che distribuisce briciole in cambio di un silenzio complice, perfettamente integrato nel sistema neoliberista. Si commuovono per i diritti civili nei salotti, ma voltano la faccia dall’altra parte quando un operaio cade da un’impalcatura nel cantiere della tangenziale, o quando a un mio coetaneo viene offerto l’ennesimo stage non retribuito nella cooperativa amica del sindaco. Abbiamo sacrificato la profezia di don Milani e la militanza di Enrico Berlinguer per mantenere una rendita di posizione patetica e declinante.

Il tormento di una generazione a metà

È esattamente qui che si consuma la mia aporia, la paralisi di chi si ritrova a essere orfano pur avendo i padri ancora seduti, tronfi e inamovibili, nei Consigli Comunali. Il cuore mi esplode di una rabbia radicale, fiera, che vorrebbe ribaltare i tavoli. Vorrei che la mia generazione trovasse il coraggio di essere eversiva, di gridare, con le parole di Giorgio La Pira, che “non c’è vera pace senza giustizia sociale”, e che questo capitalismo della sorveglianza, che trasforma gli esseri umani in dati da estrarre e consumatori da profilare, è ontologicamente incompatibile con il Vangelo.

Vorrei un cristianesimo che torni a essere lo scandalo della croce, che abbia il coraggio di affermare, come faceva don Tonino Bello, che “la pace è convivialità delle differenze, ma non tollera le disuguaglianze”. Vorrei una sinistra che torni a fare paura ai padroni, che torni a rivendicare l’emancipazione dal bisogno materiale come precondizione per ogni libertà civile.

Eppure, il retaggio genetico della mia formazione mi frena, mi incatena alla soglia. Quella dannata cultura della mediazione, l’ossessione per la “governabilità” e per il mantenimento dell’ordine costituito, mi trattiene dal lanciare la pietra. Resto bloccato in una dialettica che non trova sintesi. Non potevamo abbracciare l’estremismo marxista perché la nostra concezione della persona umana ci impediva di sacrificare l’individuo sull’altare di un radioso avvenire collettivo; ma, avendo il terrore della piazza e del conflitto, abbiamo finito per accomodarci nelle retrovie, diventando i pallidi burocrati di un declino inesorabile. Siamo i moderati del niente, aggrappati al relitto di un partito che ha perso la direzione.

Tornare a De Gasperi. La persona contro l’algoritmo

In questo vuoto pneumatico, in questa solitudine disperata che ci attanaglia, l’invito a “tornare a De Gasperi” cessa improvvisamente di essere una vuota citazione accademica, buona solo per le celebrazioni ufficiali del PPE o per i convegni rassicuranti. Diventa, al contrario, un manifesto di un radicalismo inaspettato.

Non parlo del De Gasperi imbalsamato e neutralizzato dalla storiografia conservatrice, ridotto a mero scudo contro il pericolo rosso. Parlo dello statista puro, del costruttore visionario che comprese come le rovine dell’Europa potessero essere redente solo ancorando l’intera architettura politica alla solidità di una visione spirituale. Nel celebre discorso alla Conferenza Parlamentare Europea del 1954, intitolato La nostra patria Europa, De Gasperi scandì parole che oggi suonano come un atto d’accusa contro la nostra pavidità:

“È la persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia, che deve essere al centro di questa nostra Europa.”

De Gasperi capì che l’economia, persino le grandi intese commerciali del carbone e dell’acciaio su cui si fondò la CECA, dovevano essere rigorosamente considerate come strumenti. Strumenti piegati al servizio della pace, della dignità del lavoro e dell’elevazione morale e materiale delle masse, non divinità intoccabili a cui sacrificare i destini dei popoli. Tornare a De Gasperi, oggi, per un trentenne che rifiuta con tutto se stesso il Vangelo dello Spread, significa avere il coraggio di riappropriarsi di tre principi che oggi risultano autenticamente eversivi:

  1. Il primato assoluto della Politica sull’Economia: Il mercato non è un ecosistema naturale governato da leggi divine; è una costruzione umana e, come tale, non è neutro. Se produce scarti, se costringe una generazione alla precarietà, se distrugge il tessuto sociale in nome del rating finanziario, esso va dominato e corretto. Dobbiamo recuperare l’audacia di credere che la politica debba tornare a dare ordini all’economia, assumendosi il rischio di scelte impopolari agli occhi dei mercati, ma giuste agli occhi della storia.

  2. La fraternità come prassi strutturale, non come carità residua: La “fraternità evangelica” di cui parlava lo statista trentino non è la tolleranza passiva e pietistica dei salotti borghesi. È quel “fermento” vivo che spinge a sporcarsi le mani nell’organizzazione del lavoro, nel sindacato, nel mutuo soccorso. È la comprensione che la libertà individuale senza la solidarietà collettiva è solo la legge del più forte mascherata da civiltà.

  3. Il rifiuto dell’ideologia tecnocratica: De Gasperi ha attraversato e combattuto i grandi totalitarismi del Novecento, opponendo loro il realismo della democrazia. Noi, oggi, siamo chiamati a combattere il totalitarismo silenzioso e invisibile del XXI secolo: la tecnocrazia. Quell’illusione malata secondo cui ogni problema umano, sociale ed etico sia riducibile a un calcolo matematico, a un parametro di Maastricht, a un bilancio da far quadrare passando sistematicamente sulla pelle dei più deboli.

L’esodo verso la strada

Siamo giunti alla fine dell’illusione. La grande aporia della nostra generazione si scioglie solo con uno scatto di ribellione morale e fisica. Se la “moderazione” ci ha condotti a essere i notai silenti di un capitalismo della sorveglianza e dell’esclusione, allora l’ispirazione cristiana ed emancipatrice oggi deve farsi fiera, indomabile e splendidamente intollerante verso l’ingiustizia.

Come ammoniva Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.” E noi dobbiamo ricominciare a essere partigiani della persona umana. Tornare a De Gasperi non significa rifugiarsi con nostalgia in un passato irripetibile, ma recuperare quello “scellerato e santo coraggio” di mettere l’uomo—l’imperfetto, sofferente, disorientato e magnifico essere umano—al di sopra e al di fuori di ogni parametro finanziario, elettorale e di logiche elettorali del consenso futuro.

Dobbiamo trovare la forza di compiere il nostro esodo. Disertare le segreterie di partito svuotate di senso, smettere di elemosinare un posto subalterno alla tavola di chi ha venduto il nostro futuro in cambio della propria auto-conservazione. Dobbiamo ricominciare a camminare nelle strade, ad abitare i conflitti, a organizzare la speranza laddove il mercato produce solo disperazione. Perché la vera eredità che ci hanno lasciato i nostri padri migliori non è un sistema di potere da amministrare, ma una promessa di liberazione che spetta a noi, e soltanto a noi, portare a compimento.

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