Il ritiro dello scranno 14 a Montecitorio non è solo un tributo al martirio, ma il riconoscimento di un metodo politico. Con buona pace di chi usa la memoria per fare sterile contabilità delle presenze.
Editoriale di Francesco Rizzo
Roma, 27 maggio 2026 – Il paragone non scandalizzi, ma ha la forza della comprensione immediata: sarà un po’ come quando le società sportive ritirano la maglia di un grande campione del passato. È successo alla numero 10 di Maradona a Napoli, o alle maglie 8 e 24 di Kobe Bryant per i Lakers nel basket NBA. Da quel momento, nessun atleta di quel club potrà più indossare quel numero. Da oggi, lo stesso accadrà nell’Aula della Camera dei Deputati con lo scranno parlamentare appartenuto a Giacomo Matteotti, assassinato da una squadraccia fascista nel 1924. Lo scranno numero 14, da cui il deputato polesano pronunciò il celeberrimo discorso a difesa della democrazia che gli costò la condanna a morte, resterà per sempre suo. Nessun altro deputato vi si siederà in futuro. Un tributo potente, un “ritiro della maglia” istituzionale che il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha commentato ricordando come alla tenacia e all’intransigenza morale di uomini valorosi come Matteotti si debba la rinascita dell’Italia dopo il ventennio dittatoriale. Eppure, fermarsi alla pur doverosa celebrazione del martirio significa commettere un errore storico e intellettuale. Significa non aver capito l’essenza dell’uomo. Perché l’eredità più autentica e rivoluzionaria di Giacomo Matteotti non risiede solo nella tragica fine che lo ha consegnato al mito, ma nel suo instancabile, rigoroso e metodico lavoro di politico riformista.

Il riformismo dei fatti contro l’estremismo dei palcoscenici
Matteotti è stato l’eroe di un riformismo coraggioso e, soprattutto, pragmatico. La sua totale intransigenza verso il fascismo incipiente non nasceva da una generica avversione ideologica o da una retorica astratta, ma dal suo viscerale attaccamento ai fatti concreti. Era il politico che passava le notti a studiare i bilanci dello Stato, a spulciare le cifre, a documentare con precisione chirurgica le malversazioni, le speculazioni (come il caso delle concessioni petrolifere alla Sinclair Oil) e i brogli elettorali. Il suo era un metodo spietato per il regime perché basato sulla verità dei dati. Matteotti voleva migliorare la società attraverso lo strumento della legge, rifuggendo le scorciatoie estremiste e le vuote declamazioni massimaliste che, all’epoca come oggi, infiammavano le piazze senza produrre un solo grammo di progresso sociale. Il suo riformismo faceva paura perché era fattibile, misurabile, e per questo alternativo sia alla violenza fascista sia all’inerzia della sinistra più radicale. Oggi, quella figura riesce ancora a dividere. Ma a ben guardare, Matteotti divide solo chi non l’ha capito. Chi vorrebbe arruolarlo postumamente sotto le bandiere di un antifascismo di maniera, dimenticando che egli fu un fiero socialdemocratico e riformista, avversato in vita anche da ampi settori del suo stesso mondo politico per la sua concretezza “borghese” e il suo rifiuto delle illusioni rivoluzionarie.
La sterile contabilità delle assenze
Ed è proprio in questo contesto di incomprensione che si inserisce la deriva contemporanea del dibattito. In occasione di momenti dall’alto valore simbolico come questo, assistiamo puntualmente al teatrino della caccia all’assente. Cronache giornalistiche e post sui social network si trasformano in registri di classe, dove si contano i presenti e si stigmatizzano i banchi vuoti di questa o quella forza politica, cercando la polemica a tutti i costi per lucrare un briciolo di consenso quotidiano.
Bisogna avere il coraggio di criticare anche chi critica gli assenti. Questa ansia da prestazione commemorativa, questo moralismo della presenza a favore di telecamera, è l’esatto opposto del metodo Matteotti. Chi passa il tempo a fare la contabilità delle poltrone occupate durante una cerimonia dimostra la stessa superficialità di chi in quell’Aula non ci è venuto. Si preferisce la forma alla sostanza, il posizionamento politico immediato allo studio della lezione storica.Il ricordo dell’On. Faraone va in questa direzione:
“Ritirato” lo scranno 14 di Giacomo Matteotti. Nessuno siederà mai più al suo posto alla Camera. Lo scranno da cui pronunciò il celebre discorso in difesa della democrazia, che gli costò la condanna a morte per mano del fascismo, resterà per sempre suo e non sarà occupato da altri deputati. Oggi sono intervenuto alla Camera per ricordare un uomo straordinario, in un’occasione dal valore simbolico profondo.

L’onore a Giacomo Matteotti non si rende con la presenza fisica forzata o con l’indignazione prêt-à-porter contro chi ha disertato la commemorazione. L’onore a Matteotti si rende recuperando la serietà della politica, il rispetto delle istituzioni, lo studio matto e disperatissimo dei dossier prima di aprire bocca in Aula.
Lo scranno 14 resterà vuoto, ed è un bene. Ma quell’assenza fisica deve diventare una presenza morale ingombrante per chiunque, da oggi in poi, siederà alla Camera. Perché per essere davvero “matteottiani” non serve un distintivo o un selfie davanti alla targa: serve l’onestà intellettuale di un riformismo che non urla, ma cambia le cose.