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Riusciremo a uscire dalla guerra in Iran e nel Golfo Persico, senza dimenticare il Libano, per quanto riguarda il solo Medio Oriente? L’assenza di scontri diretti non significherebbe necessariamente la pace, un processo vasto che richiede una lunga costruzione, ma sarebbe un primo passo assolutamente necessario per la regione e per il mondo.
L’impasse della guerra
La guerra è infatti un vicolo cieco. Si basa generalmente su illusioni. I soldati francesi della Prima guerra mondiale partirono per il fronte per una guerra che consideravano «fresca e gioiosa»; ne risultarono un milione di morti per il loro paese, innumerevoli feriti, spesso vittime di gas tossici, e conseguenze demografiche per generazioni. La prima guerra del Golfo del 1991, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU (cfr. Risoluzione 678) per liberare il Kuwait, fu presentata all’opinione pubblica come uno scontro in cui ci sarebbero state “zero vittime”; non è mai così e ne sono risultate centinaia di migliaia di vittime irachene. Infine, la guerra non è mai legittima quando non è un atto di legittima difesa (cfr. Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite) o autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (cfr. supra).
L’attuale guerra contro l’Iran non ha rispettato tali obblighi; si è svolta «al di fuori del quadro del diritto internazionale», come ha affermato il presidente francese sin dal suo inizio; è addirittura scoppiata mentre erano in corso negoziati con l’Iran; i suoi obiettivi non sono mai stati del tutto chiari (NB: un presidente americano ha parlato sia di una “gita di piacere” sia ha minacciato di riportare l’Iran “all’età della pietra”; ha colpito il mondo intero, diventato ostaggio di un conflitto di cui non faceva parte.
La sindrome di Suez
La nuova Guerra del Golfo, dopo quella del 1991, è stata infatti al centro del conflitto contro l’Iran. Il programma nucleare iraniano, le capacità balistiche di Teheran, l’uso da parte del regime dei mullah di una rete di alleati devoti, sono passati per un certo periodo in secondo piano. E che dire del futuro del popolo iraniano, che lo spettro di una chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz dissipa tra le volute di fiamme delle petroliere? Se lo Stretto di Ormuz nel 2026 non ha mancato di suscitare reminiscenze del Canale di Suez nel 1956, esistono tuttavia marcate differenze rispetto a quella crisi.
L’operazione franco-britannica del 1956 a fianco di Israele, in risposta alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del presidente egiziano Nasser, si rivelò ben presto un successo sul piano militare; non è invece chiaro cosa abbia determinato la coalizione israelo-americana del 2026, se non la volontà di porre fine alla Repubblica islamica. La reazione congiunta nel 1956 dell’Unione Sovietica di Krusciov, e poi degli Stati Uniti di Eisenhower, volta a porre fine a un’impresa neocoloniale franco-britannica, fu determinata dalla preoccupazione principale di ripristinare la libera circolazione commerciale nel canale; ma il Canale di Suez poteva sempre essere aggirato con una circumnavigazione attraverso il Capo di Buona Speranza, cosa impossibile con il blocco dello Stretto di Ormuz.
La ritirata di Londra e Parigi segnò la fine degli imperi francese e britannico. Il Regno Unito si sottomise a Washington, mentre la Francia, alcuni anni più tardi, dopo la fine della sua colonizzazione e sotto l’impulso del generale de Gaulle, perseguì una politica di indipendenza. Oggi, il mondo intero è colpito dalla quasi chiusura dello stretto di Ormuz. Una marcia indietro da parte dei promotori della guerra sembrava inevitabile a un certo punto. Quali saranno le conseguenze a lungo termine? Il primo bilancio a caldo è che Gulliver è evidentemente impantanato (cfr. L’impotenza dell’iperpotenza), Israele è più isolato che dopo i primi accordi di Abramo, i paesi del Golfo sono indeboliti, Cina e Russia sono in agguato nell’ombra, l’Europa ha faticato ad affermarsi ma le si presentano delle opportunità.
Le vittime collaterali
La politica del governo israeliano si è da tempo limitata a un’unica ossessione: colpire i propri nemici. Essa ha trovato il suo culmine nella vasta offensiva aerea sferrata contro l’Iran, che non ha risparmiato le infrastrutture – il che, quando queste sono prese di mira, costituisce un «crimine di guerra» secondo il diritto internazionale – e ha causato anche numerose vittime civili. Il Libano è stato martoriato ancora una volta, al di là degli obiettivi militari, e vi si è svolto un secondo conflitto di cui la regione non aveva evidentemente bisogno. Gaza e la questione palestinese sono tragicamente cadute nell’oblio della storia. Il primo ministro israeliano, ampiamente sostenuto dalla sua popolazione che ha ignorato le sue vicissitudini giudiziarie, è riuscito nell’impresa di piegare finalmente e completamente un presidente degli Stati Uniti a quelli che riteneva essere i propri interessi.
Quest’ultimo, che non ha nulla da invidiare alle menzogne sulle fiale di antrace presentate al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2003, ha inizialmente agitato lo spauracchio dei missili iraniani in grado di colpire il territorio del proprio paese. Chi ha potuto credergli? L’amministrazione americana ha allegramente confuso gli obiettivi di guerra: il nucleare, il programma balistico, il cambio di regime? Ancora una volta, Washington si è lanciata in una guerra su vasta scala senza alcuna legittimità internazionale. Il «cambio di regime» che George Bush Jr. non aveva nemmeno osato esprimere chiaramente contro l’Iraq di Saddam Hussein è stato talvolta sbandierato, anche a costo di abbandonare gli oppositori iraniani al loro triste destino. L’intera regione del Medio Oriente ne ha risentito. Anche la prosperità straordinaria della regione negli ultimi anni è minacciata, così come quella del mondo intero, per il quale il traffico nello stretto di Ormuz è essenziale. Il sistema internazionale, gravemente compromesso dalla guerra in Ucraina e dall’arroganza di D. Trump, è a brandelli.
Le conseguenze a breve e medio termine
Oggi è difficile delineare scenari affidabili, ma nessuna soluzione può essere considerata favorevole. Il regime dei mullah, fedele alla propria ideologia martirologica, non ha deposto le armi e non intende farlo. La sua distruzione potrebbe avvenire solo al termine di devastazioni considerevoli e al prezzo di un caos carico di violenze interne ed esterne. Ipotesi opposta: la stanchezza degli Stati Uniti, sotto la pressione eventualmente dell’opinione pubblica americana e dei paesi alleati, in particolare quelli regionali, potrà essere spacciata per una vittoria, ma ciò non ingannerà nessuno. La Russia, il cui presidente ha assicurato al nuovo Guida Suprema un “sostegno incondizionato”, e la Cina, potenze che non saranno rimaste del tutto inerti, vedranno il loro status rafforzato, in particolare all’interno di quello che viene chiamato il “Sud globale”. Invece di un nuovo ordine, nella regione potrebbe benissimo emergere un disordine crescente e il miraggio della “stabilità” in Medio Oriente, annunciato a gran voce da D. Trump, si rivelerà presto nient’altro che una breve illusione. L’effimero “Consiglio della Pace” sarà stato un organo nato morto, così come gli accordi di Abramo saranno probabilmente presto svuotati della loro sostanza e della loro estensione a nuovi firmatari, sotto l’effetto sia dell’umiliazione sia dei nuovi squilibri emersi tra le potenze regionali. Quanto alla società internazionale, rimarrà allo stato di natura, totalmente deregolamentata.
Un ritorno alla diplomazia?
Citiamo l’ambasciatore Gérard Araud (cfr. Histoires diplomatiques) a proposito della spedizione di Suez (cfr. “Les limites du recours aux armes”): “Diffidiamo della militarizzazione della politica estera… il ricorso alla forza è uno strumento primitivo che raramente permette di raggiungere obiettivi politici complessi”.
Un mondo basato sul primato della forza e che ignora il diritto e ogni forma di controllo non è sostenibile. La questione della non proliferazione delle armi ne è un esempio lampante: essa può essere affrontata solo in un quadro multilaterale; così è stato per il programma nucleare iraniano: dopo oltre dodici anni di negoziati è stato concluso l’accordo del 14 luglio 2015 tra l’Iran e il P5+1 (NB: membri permanenti del Consiglio di sicurezza + Germania); tale accordo ha permesso il controllo dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica). Ci orienteremo in questa direzione, al di là del protocollo d’intesa di cui si parla oggi? Ci sarebbe stata allora una guerra per nulla, ma così è per la stragrande maggioranza dei conflitti armati nel mondo.
Alessandro e la fortezza persiana
Non è mai inutile mettere in prospettiva i fenomeni storici. Interroghiamo quindi Alessandro sul suo approccio alla Persia:
D – Grande Re, come ha affrontato l’avvicinamento alla Persia, nota per essere una roccaforte inespugnabile? Si è trattato di una conquista come tante altre o la posta in gioco era più alta?
Alessandro – Il destino del mondo si è deciso in questa impresa particolarmente ardua. Lo avevo affermato nel 331: «Così come due soli non possono sorgere contemporaneamente, due re non possono reggere insieme lo scettro della terra». Le manovre hanno preparato le mie truppe. Abbiamo attraversato i deserti più terribili, fatti di sabbia nera vulcanica. Siamo persino passati per un luogo chiamato «le bocche dell’inferno», una sorta di cratere di crollo da cui si sprigionano fiamme notte e giorno da tempi, si dice, immemorabili. Al zolfo e alla fornace sono succeduti i venti delle terre gelide.
Ma la ricompensa è arrivata poi a Babilonia, Susa e Persepoli. In questi luoghi illustri, il protocollo semplice e senza lussi della monarchia macedone ha incontrato un cerimoniale fastoso e le regole della corte achemenide. Il saccheggio di Parsa, consegnata alle fiamme, fu una catarsi in ricordo delle infamie subite sul nostro stesso suolo fino ad Atene, nel cuore dell’Attica, e della profanazione miracolosamente contenuta a Delfi, e non l’esplosione di una rabbia di fronte alla munificenza di un Oriente che sarebbe apparso superiore al mondo greco.
Lo spirito bellicoso e l’avidità di ricchezze sono stati soppiantati dal fascino esercitato da un Oriente mitico e sconosciuto. L’Oriente ci ha così svelato realtà che vanno oltre le apparenze. A Babilonia – dove sono entrato nel 331 e che era grande cinque volte Atene –, i giardini pensili, alimentati da complessi meccanismi di noria, non miravano solo a ostentare lusso, ricchezza e voluttà. L’accesso ai livelli superiori era in realtà, come con quelle torri a spirale chiamate “ziggurat”, la rappresentazione del cammino verso il cielo. A Pasargadae, la città santa vicino a Persepoli, ho del resto onorato la tomba di Ciro rispetto al quale, secondo Erodoto, “nessun persiano si ritenne mai degno di essere paragonato”.
Il grande disegno della scoperta di un Oriente misterioso ne fu così rafforzato, ma questo è ancora un miraggio e rimane nascosto. Nel 327, in Battriana, ho sposato Roxane, il cui nome significa “raggio di luce” (…)
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