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L’Unione Europea è una comunità di Stati che rinuncia, oltre che a gran parte della propria sovranità, anche ad avere un’identità culturale, religiosa e alla sua stessa storia, basando la propria legittimità unicamente su alcuni trattati, una moneta, una banca. Tutto ciò ha un nome: “impero post-politico”. È un nuovo esperimento per creare uno pseudo-Stato senza anima come l’Unione nata nel 1992. L’UE è un’entità che unifica 27 popoli e che si basa sul mercato unico e sulla libera circolazione di merci, capitali e lavoro. Tutto ruota intorno a una moneta. Per realizzare il progetto è stato varato il diritto sovranazionale, in cui i regolamenti valgono più delle leggi nazionali.
Volendo rinunciare a ogni identità culturale e avendo dichiarato la fine delle ideologie, l’Unione Europea sceglie come ideologia egemone il multiculturalismo, ritenendo il fattore identitario solo un problema. Di conseguenza, si pensa che il valore risieda nella diversità. Alla radice esiste non solo il rifiuto della nazione, ma la diffidenza addirittura nei confronti dello Stato tradizionale, sostituito da una specie di neo-feudalesimo tecnocratico in cui la proprietà è più legittima della cosa pubblica. Di conseguenza, ogni azione è mirata al ridimensionamento dello Stato e ad alleggerire le normative, all’esaltazione del mercato che diventa la nuova dottrina indiscussa, denominata mercatismo: un neologismo reso popolare da Giulio Tremonti negli anni ’90 e che descrive la tendenza economica e politica a conformarsi totalmente alle logiche liberiste del mercato, senza contromisure protezionistiche. Il termine è usato col significato di “liberismo selvaggio”.
Il risultato di queste scelte sembra essere: “mercato sì, Stato no”. Infatti, in Europa la BCE comanda su 340 milioni di persone e questo senza che nessuno l’abbia votata. Abbiamo dei precedenti di un mercato privo di Stato ed è stata la Lega Anseatica nel 1400, ma fu schiacciata da Stati autentici. Una moneta priva di Stato, o meglio valida al di fuori dello Stato di riferimento, fu il fiorino d’oro, ma era accettata da tutti senza bisogno di trattati perché era in oro e valeva esattamente il suo peso.
Se uno Stato è basato sulla cultura comune, i confini sono ben delimitati, ma questi sono messi in discussione dall’ideologia egemone multiculturalista. La conseguenza è che, nel tentativo di sostituire il vuoto identitario, la centralità diventa quella del mercato e della burocrazia, dato che il sentimento della patria è sostituito dal regolamento. Senza cultura identitaria uno Stato può sopravvivere, ma alla prima seria crisi si trasforma in un castello di carte. Se la Res Publica è “cosa del popolo”, in mancanza della partecipazione del demos diventa una semplice amministrazione.
Arnold Joseph Toynbee, storico e filosofo del Novecento, ricorda: “Le civiltà muoiono non uccise, ma suicidate. Quando l’élite smette di credere in se stessa”. Uno Stato basato sul mercato è solo una “zona economica”; una nazione è altra cosa. Il rischio che corre l’Unione Europea è quello di diventare una banca con la bandiera.
Essendo calato vistosamente il tasso di fertilità in questa area geografica, effetto generalizzato nel mondo industrializzato, l’Europa ha capito che ha bisogno di forza lavoro e ha costruito un sistema che facilita l’ingresso rendendo permeabili le frontiere. Chiaramente la pressione demografica dei Paesi africani senza la domanda europea non avrebbe valvola di sfogo, ma all’Europa mancherebbero delle braccia a basso costo. L’immigrazione funziona come il mercato nero. L’Europa mette i salari, i Paesi islamici offrono il prodotto, dei giovani lavoratori con poche pretese, i trafficanti, scafisti e ONG fanno da intermediari. Se questo mercato nero si dovesse interrompere, in Europa non ci sarebbe chi raccoglie i pomodori a 4 euro all’ora e l’agricoltura del Sud Italia collasserebbe a causa del mercato globale.
Sempre Toynbee avverte: “Le civiltà muoiono quando l’élite importa stranieri per fare il lavoro che il proprio popolo non fa più. Non per conquista, per pigrizia”. L’Europa è destinata a diventare ciò che importa e, se importa braccia pensando che non abbiano un’anima, in futuro avrà delle braccia che inevitabilmente avranno un’anima, perché sono persone, ma sarà diversa da come il sistema la vorrebbe.
Questa Unione Europea non è uno Stato, né una nazione, e non ha nemmeno una Costituzione. Inoltre non sappiamo chi controlla i vertici, sappiamo però che esistono ambienti ben precisi che spingono per costituire un esercito sovranazionale. Se von Clausewitz diceva: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, significa che l’esercito è lo strumento dello Stato per attuare la volontà politica della nazione. Però, in mancanza di una volontà popolare e in assenza di uno Stato, il progetto si ridurrebbe a una forza armata privata, una specie di compagnia di ventura.
Uno Stato non si può basare unicamente su un regolamento, come fosse un condominio, sul PIL e su astratti principi dei diritti umani. Molti si domandano a chi risponderebbe questo importante esercito. Sarebbe l’esercito della Commissione? Però nessuno ha dato al Presidente della Commissione Europea il potere di fare un’eventuale guerra. Altrettanto assurdo sarebbe un esercito della BCE utile a controllare rotte commerciali e stretti, perché altrimenti si trasformerebbe in una Legione Straniera al servizio del mercato per controllare porti, gasdotti e moneta. Invece che la guerra come continuazione della politica con altri mezzi, diventerebbe la longa manus della Banca Centrale.
Abbiamo dei precedenti che si possono avvicinare a ciò che stiamo ipotizzando e sono le famose Compagnie delle Indie inglesi e olandesi. Erano veri e propri eserciti privati in difesa del lucroso commercio delle spezie. Questo perché è lapalissiano che, in assenza di Stato, l’unica utilità di eventuali forze armate sarebbe quella di proteggere asset finanziari a livello globale e non i confini della patria. Per invogliare i cittadini dei vari Paesi a rinunciare a parte del welfare state per finanziare un esercito occorreva creare lo spettro di un nemico, un’emergenza come una guerra ai confini, anche perché spesso l’identità, sappiamo, nasce in relazione e opposizione a un nemico. La nuova Europa, invece che una Res Publica, sarebbe una res mercatoria.
Qualcuno potrebbe malignare che potrebbero esistere ambienti che nonostante tutto desidererebbero ugualmente costituire una parvenza di Stato europeo, e sarebbe l’élite “funzionalista”, che altro non è che il gruppo di tecnocrati, burocrati ed esperti che detiene il potere decisionale grazie alle proprie competenze specifiche. Sono personaggi che gravitano intorno alla Commissione Europea, alla BCE, al Parlamento UE, alle lobby e alla burocrazia.
Ma qual è il progetto storico dell’élite finanziaria che ha un fine politico con la struttura dell’UE? L’ideologia autentica non dichiarata che è presente dietro al disegno dell’Unione sarebbe quella post-nazionale e la missione storica sembra che sia il superamento di Westfalia, su cui è basato l’assetto europeo e il moderno sistema di relazioni internazionali sulla sovranità nazionale. Con quella pace sono riconosciute appunto le sovranità statali. Venne stabilito il principio secondo cui ogni Stato ha giurisdizione esclusiva sul proprio territorio, con il divieto assoluto di interferenza negli affari interni di un altro Paese; trattato che è alla base del moderno modello dei rapporti tra Stati.
Il confronto con la Russia in Ucraina e l’aggravarsi della tensione internazionale potrebbero essere funzionali per fare i primi passi verso gli Stati Uniti d’Europa, creando un clima di emergenza. L’alternativa sarebbe lo stallo con un’Unione senza Stato, un impero amministrativo. La volontà di creare uno Stato sembra trovare spazio solo nei burocrati di Bruxelles e di Berlino, ma più che uno Stato sarebbe un condominio. L’UE vuole nascondere all’opinione pubblica che quello progettato sarebbe solamente uno Stato monetario e un impero amministrativo privo del demos, perché mancano il popolo, l’esercito, il fisco vero. L’Europa ha rinunciato anche alle eredità culturali e spirituali come la tradizione greca, romana e cristiana, e di conseguenza è senza fondamento. L’Unione Europea condivide solo dei regolamenti.
Per ora la vera strada sembra essere quella dell’oligarchia avvenuta senza colpo di Stato. La Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa perché i governi nominano i commissari, che non sono eletti direttamente. La vera democrazia resta negli Stati nazionali e Bruxelles sembra solo un amministratore. La direttiva di Bruxelles è quella di trasferire sempre più potere ai mercati. In pratica la sovranità economica è trasferita a livello sovranazionale, creando la perfetta tecnocrazia. I parlamenti nazionali perdono potere su spesa e moneta. Lo acquistano al loro posto la BCE e la Commissione, nonostante nessuno li abbia votati per questo compito. Lentamente molti poteri sono trasferiti dagli Stati a Bruxelles senza passare per referendum.
I commissari dell’UE sono 27, nominati, e non è possibile revocare l’incarico col voto. Il Consiglio della BCE decide il tasso per 340 milioni di persone. I giudici della Corte UE sono inamovibili e decidono al di sopra delle Costituzioni. Poi esiste l’alta burocrazia a Bruxelles, dove nessuno può essere allontanato da un voto popolare. Non è un complotto, è semplicemente un disegno di omologazione di tutti gli Stati all’ordine internazionale liberale con eventuale intervento umanitario, sanzioni e “regime change” che con l’ordine di Westfalia sarebbero impossibili. Uno degli strumenti di interferenza è costituito dalle ONG.
Un acerrimo nemico del superamento di Westfalia era Henry Kissinger. Il diplomatico americano sosteneva che il superamento dello storico trattato avrebbe costituito una vera rivoluzione globale e ne aveva paura. Diceva che un ordine mondiale in un mondo post-Westfalia sarebbe impossibile e asseriva: “Il sistema westfaliano è l’unico che ha funzionato su scala globale”. A Davos nel 2019 affermò: “Sovranità non si divide. Quando la sovranità diventa negoziabile, perdi la legittimità interna”. Attaccò il metodo dei neocon di esportare la democrazia, che avrebbe rotto l’equilibrio e generato il caos generalizzato. Kissinger avvertiva che smantellando traumaticamente uno Stato si sarebbe creato un vuoto di potere. Sempre Kissinger sosteneva: “Ogni cultura ha un ordine diverso. Imporre l’Occidente è ipocrisia”. Per Kissinger, superare Westfalia creerebbe il Leviatano mondiale, impossibile e indesiderabile. “Meglio 200 Stati cattivi che un solo Stato mondiale peggiore”.
Gli Stati emergenti temono questo tentativo perché sanno che per loro Westfalia è uno scudo. Coloro che lavorano per il superamento di Westfalia con lo strumento dell’intervento umanitario sono gli assertori del disegno liberale che vorrebbero una governance globale. Invece Cina, Russia e la componente realistica degli USA difendono Westfalia. Molti hanno compreso che col superamento di Westfalia si passerebbe dalla forza del diritto al diritto della forza, anche se in nome del libero mercato e dei diritti umani.
Prima di Westfalia il mondo aveva avuto un ordinamento superiore agli stessi Stati, impersonato dall’impero, dalla Chiesa. Gli ambienti del Premio Carlomagno vogliono solamente che sia ripristinato un superiore ordinamento internazionale. Se il nuovo ordinamento è rappresentato da un Fondo Monetario invece che da un imperatore o da un Pontefice non ha alcuna importanza. Nel premio di Aquisgrana non c’è voto popolare, è un premio d’élite che premia l’élite. Si scambiano i riconoscimenti.