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La notizia dell’attacco ucraino su Sebastopoli, in Crimea occupata dalla Russia, ha riportato ancora una volta l’attenzione sulla natura sempre più tecnologica del conflitto. Secondo quanto riferito dal governatore della città, le difese aeree avrebbero abbattuto oltre venti droni e Kiev avrebbe impiegato anche missili Storm Shadow, armi da crociera di produzione franco-britannica. sarebbero stati danneggiati alcuni edifici, senza vittime secondo le prime informazioni disponibili. L’Ucraina non ha commentato direttamente l’episodio, mentre Reuters ha precisato di non poter verificare in modo indipendente i resoconti militari.
Lo spazio tra i conflitti
Al di là della cronaca, episodi come questo interrogano la coscienza. La guerra contemporanea appare sempre più spesso come una guerra a distanza, combattuta attraverso schermi, coordinate, satelliti, droni, missili intelligenti, comandi remoti. Si colpisce un obiettivo senza vederlo e si decide la morte senza incontrare lo sguardo di chi muore. È la tragedia di un tempo in cui l’uomo può causare distruzione dall’altra parte del mondo senza uscire dalla propria stanza, senza sentire il rumore del pianto, senza vedere il sangue, né incrociare il volto del ferito. La distanza tecnica diventa così distanza morale: ciò che non vediamo rischia di pesarci meno.
Non si tratta, naturalmente, di idealizzare le guerre del passato. La guerra è sempre stata una ferita aperta nella storia umana, una sconfitta della ragione e della fraternità. Tuttavia, nelle forme antiche del combattimento vi era spesso, almeno tra pari, una dimensione diretta del confronto. Il nemico non era soltanto un punto su una mappa o un segnale su uno schermo, ma un uomo davanti a un altro uomo. Anche l’etica cavalleresca, pur dentro i limiti e le contraddizioni del suo tempo, cercava di porre un argine alla brutalità assoluta. Il duello aveva regole, la resa poteva essere accolta ed il combattimento tra uomini d’arme pretendeva un codice d’onore. Erano argini imperfetti, spesso violati, ma rivelavano una verità: anche nella guerra l’uomo sentiva il bisogno di ricordare che l’altro non era una cosa.
Guerra e anonimato
Oggi, invece, la tecnologia bellica rischia di cancellare persino quel residuo di riconoscimento. La macchina non trema. Il drone non conosce compassione. Il missile non distingue il volto di una madre, di un anziano, di un bambino, se non nei limiti dei dati che gli vengono forniti. E l’operatore, protetto dalla distanza, può essere tentato di percepire il conflitto come un’operazione tecnica, quasi amministrativa: individuare, confermare, colpire. Ma dietro ogni obiettivo vi sono vite, famiglie, corpi, paure, memorie.
Qui si apre una domanda profondamente cristiana. per la fede cristiana, infatti, la salvezza non avviene a distanza. Dio non redime l’uomo da lontano, non manda semplicemente un ordine dal cielo: si fa carne, entra nella storia, assume un volto, abita la prossimità. Cristo tocca il lebbroso, si lascia avvicinare dalla donna malata, guarda Zaccheo, parla con la Samaritana, piange davanti alla tomba di Lazzaro. Nel Vangelo, il contatto non è un dettaglio sentimentale, ma una catechesi in cui Dio insegna all’uomo che nessuno è riducibile a categoria, nemico, straniero, peccatore, numero.
La parabola del buon Samaritano dice esattamente questo. L’uomo ferito sul ciglio della strada non viene salvato da chi lo osserva da lontano, ma da chi si ferma, si avvicina, fascia le ferite, lo carica sulla propria cavalcatura. La carità nasce quando la distanza si accorcia. Il prossimo non è un concetto astratto: è colui al quale scelgo di farmi vicino. E questa logica evangelica vale anche per le relazioni internazionali. Quando i popoli diventano blocchi contrapposti e quando le vittime diventano statistiche, allora la politica smarrisce la sua vocazione più alta: quella di custodire la dignità della persona e cercare la pace.
Il segno dei tempi
Per questo la guerra a distanza è così pericolosa per l’anima del nostro tempo. Non solo perché può rendere più facile colpire, ma perché può rendere più facile dimenticare. Dimenticare che il nemico ha un volto. Dimenticare che la pace non nasce dall’umiliazione dell’altro, ma dal riconoscimento della sua umanità. Dimenticare che ogni popolo, anche quando è travolto dalla propaganda e dalla violenza, è fatto di madri, padri, figli, anziani, giovani che desiderano vivere.
La tecnica può accorciare gli spazi, ma solo la coscienza può accorciare le distanze morali. E la coscienza cristiana ha oggi il dovere di ripetere, con mitezza ma con fermezza, che nessuna sicurezza sarà davvero tale se costruita sulla disumanizzazione dell’altro. La pace comincia quando il nemico torna a essere un uomo. Perché finché lo vedremo soltanto da lontano, sarà sempre più facile colpirlo, ma quando ne scorgeremo il volto, forse ricorderemo che anche lui, come noi, è figlio di Dio.