Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).
I media sono in fermento per le voci sulle difficoltà che il presidente russo starebbe attualmente affrontando, sia nella conduzione della sua guerra in Ucraina – una “operazione speciale” prevista per pochi giorni, diventata una guerra su vasta scala che dura da oltre quattro anni sul continente europeo – sia, di riflesso, sul piano interno, con le crescenti insoddisfazioni della popolazione e persino una sorda contestazione all’interno delle prime cerchie del potere del Cremlino. Di fronte a questa attualità, è sembrato opportuno ripubblicare un testo scritto il 25 febbraio 2022, ovvero il giorno dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Lo “Spettro della sconfitta di Putin” è infatti un’analisi sul fallimento che appariva fin dall’inizio in filigrana.
🔺Testo pubblicato il 25 febbraio 2022 🔺
Uno spettro si aggira sull’Europa
Karl Marx scriveva ne *Il Capitale* che uno spettro si aggirava per l’Europa: quello del comunismo. Parafrasandolo e attingendo alle sue parole, si potrebbe dire che oggi uno spettro si agita al Cremlino: quello della sconfitta di Putin. La tesi è audace, visto che Kiev è sotto assedio, ma la sua plausibilità risulta alla fine proporzionale all’irrazionalità degli scenari militari iniziali, mentre al momento non si intravedono chiaramente le vie per uscire dalla crisi. La spirale innescata sembra ancora fuori controllo.
Il principale protagonista della crisi aveva senza dubbio rimuginato ossessivamente sulla sua impresa per anni. L’operazione doveva essere stata preparata minuziosamente e gli osservatori e gli esperti militari hanno notato fin dall’inizio dell’attacco al di fuori del Donbass che gli obiettivi erano i sistemi antiaerei, gli aeroporti e, in generale, bersagli accuratamente selezionati.
Ma Vladimir Putin non sta forse vivendo la sua “Baia dei Porci”, nonostante abbia schierato quasi 200.000 uomini? Con ogni probabilità non si tratterà di un fiasco militare, dato lo squilibrio delle forze e nonostante la coraggiosa, se non addirittura eroica, resistenza del popolo ucraino e dei suoi leader. Ma la campagna si sta già rivelando difficile per le sue truppe e la presunta onnipotenza del suo esercito non si sta affermando.
È stata proprio la visione d’insieme a mancare, alla fine, a quel mediocre agente del KGB. La manipolazione e la disinformazione di un’altra epoca hanno offuscato le menti degli ideatori e dei pianificatori. Si può parlare fino alla nausea di «genocidio» e di «denazificazione», dopo aver negato l’esistenza stessa dello Stato ucraino, ma bisognava comprendere l’antico nazionalismo degli ucraini e rendersi conto che l’indipendenza contemporanea ha la stessa età, cioè dai trenta ai quarant’anni (NB: se si prende in considerazione sia il Maidan sia la Crimea), della fine dell’Unione Sovietica. Si sarebbe dovuto anche rendersi conto che il paese si era modernizzato negli ultimi anni, anche sul piano militare, dall’annessione della Crimea nel 2014. Sarebbe stato necessario disprezzare meno i paesi europei e, più in generale, la civiltà europea per una presunta debolezza congenita.
Il software di un agente dei servizi

Putin ha gettato la maschera. Da noi, alcuni intellettuali continuano a flagellarsi ritenendo che l’Occidente, con la sua mancanza di apertura nei confronti della Russia negli ultimi anni, abbia «plasmato» il leader russo. In altre parole, saremmo noi i colpevoli. Altri, con una visione da manuale delle relazioni internazionali, ritengono che non si debba “insultare il futuro” e che prima o poi bisognerà riprendere i contatti, dialogare e negoziare. Ma a volte le guerre finiscono anche davanti al tribunale di Norimberga o alla Corte penale internazionale.
In realtà, il dittatore conquistatore dell’Europa non è mai cambiato. Ci si dovrebbe chiedere in quali circostanze e perché un oscuro apparatchik sia stato scelto alla fine degli anni ’90 dalla famiglia Eltsin per la carica di primo ministro, il che gli ha permesso in seguito di accedere alla presidenza della Russia? Il seguito non ha nulla a che vedere con la politica occidentale: gli attentati di Mosca, ancora irrisolti, che hanno causato centinaia di vittime e hanno dato origine alla seconda e terribile guerra in Cecenia; l’intervento dell’esercito russo in Georgia (Ossezia del Sud) nel 2008, prima operazione fuori dai confini della Russia dall’Afghanistan del 1979; fino all’annessione della Crimea e all’invasione dell’Ucraina che ricorda l’invasione della Polonia nel 1940.
Il tempo che viviamo è infatti quello degli anacronismi. Il Blitz iniziale alla maniera di Patton nelle Ardenne o di Guderian – quest’ultimo fallì del resto nella battaglia di Mosca della seconda guerra mondiale – ha ricordato un 22 giugno 1941 al contrario. La guerra di Putin viene talvolta paragonata anche a un’avventura simile alla campagna di Russia napoleonica, con l’esito che ben conosciamo.
In Occidente, il leader russo è riuscito nell’impresa di «resuscitare» la NATO, che fino a poco tempo fa si diceva fosse in «morte cerebrale», il che non è necessariamente una buona notizia per chi cerca una maggiore «autonomia strategica» all’interno o all’esterno dell’Alleanza. La scossa data da Putin e la valorosa resistenza ucraina hanno galvanizzato l’Europa, che ha reagito con rapidità per venire in aiuto a Kiev e ha dato prova di grande solidarietà e generosità. La Polonia e la Romania, in primo luogo, in modo ammirevole, hanno aperto le braccia ai rifugiati ucraini. In una Francia tormentata da correnti contrarie all’immigrazione e persino xenofobe, una stragrande maggioranza della popolazione si è detta pronta ad accogliere i rifugiati dall’Ucraina.
Nell’Europa orientale, vale a dire oltre la Polonia, l’Ucraina e forse domani la Bielorussia, l’antica «nuova Roma» – che oggi si è trasferita a Santa Sofia di Kiev – ha mostrato che la sua facciata era tarlata e si stava sgretolando.
Il dramma della reclusione

Putin ha perso fin dall’inizio la battaglia della comunicazione, in netto contrasto con l’affermarsi, a livello planetario, del coraggioso e affascinante presidente ucraino Zelenski. Dopo le interminabili e confuse giustificazioni storiche di un leader in realtà incolto, si è svolta la famosa seduta del Consiglio di sicurezza – trasmessa in televisione per la prima volta e senza dubbio l’ultima – che rimarrà negli annali. È persino difficile immaginare che si sarebbe svolta in questo modo in un’Unione Sovietica che era più collegiale.
Si è visto un presidente fisicamente separato dagli altri membri del Consiglio, che li costringeva a «confessioni» forzate dal podio, facendoli tremare come l’ex presidente Dimitri Medvedev, costringendoli a prendere posizioni contro natura come Sergueï Lavrov o il distinto Sergueï Naryshkin, attualmente direttore dei servizi segreti esteri, o umiliandoli come Nikolaj Patrushev, lo stesso segretario del Consiglio di sicurezza. Per un capo di guerra che si prepara a un intervento di grande portata, ci si sarebbe potuta immaginare una messa in scena diversa.
La logorrea sul “genocidio” in Ucraina, i “neonazisti” al potere a Kiev, o addirittura le dichiarazioni aggressive dei responsabili della NATO per giustificare la messa in allerta della forza di deterrenza hanno fatto nascere incubi che non avevamo nemmeno provato in Europa al culmine della guerra fredda. Persino il Patriarca Kirill ha ritenuto che coloro che si opponevano alla Russia in Ucraina facessero parte delle forze del male, confermando che l’ortodossia russa non si limita a elevare e convertire le anime.
Nel complesso, l’immagine della Russia nel mondo si è deteriorata come mai prima d’ora, senza contare le conseguenze concrete di cui il Paese dovrà pagare il prezzo a lungo termine a causa delle sanzioni e di un isolamento quasi totale. Non c’è nemmeno la Cina – che non ha votato con lei al Consiglio di sicurezza, ma si è astenuta – di cui Putin possa essere certo che privilegerebbe un’ideologia confusa a scapito dei propri interessi economici indispensabili al suo sviluppo e all’affermazione del proprio potere.
I soldati di Valmy

In un’epoca di anacronismi, Putin ha confuso l’Ucraina – culla dell’esistenza della Russia e nazione slava, russofona e persino filorussa in alcune delle sue componenti – con la NATO e un Occidente giudicato decadente. Ha creduto di poter vantare un potere di tipo sovietico. Ha mostrato solo menzogne, isteria, paranoia e, in definitiva, la debolezza del suo potere dietro una facciata alla Potemkin.
I coraggiosi manifestanti di Mosca contrari alla guerra, incarcerati a migliaia, gli appelli a favore della pace che si moltiplicano provenienti dall’intellighenzia, non costituiscono necessariamente un’alternativa immediata alla leadership del paese, ma devono impedirci di gettare discredito sull’intero popolo russo.
Qualunque sia l’esito militare in Ucraina, una Russia emarginata dalla comunità internazionale non sarà sostenibile nel lungo periodo. Si cominciano a percepire primi segni di tensione all’interno della stessa oligarchia, cuore del sistema, riunita in questi ultimi giorni da Putin. Mikhail Friedman ha preso pubblicamente posizione contro il proseguimento del conflitto. Non spetta a noi scrivere gli scenari, ma non si può escludere un esito simile a quello scelto dal Politburo per allontanare Krusciov nel 1964 – già accusato di essere un “avventurista” – o addirittura scenari più radicali. E la Russia potrebbe avere la possibilità, finalmente dopo “trenta o quarant’anni sprecati”, di avviare finalmente una trasformazione democratica.
L’Ucraina incarna oggi la difesa della democrazia e della libertà, della nostra libertà in Europa. Vi si vedono resistenti alla dittatura e uno slancio che ricorda i combattenti delle brigate internazionali in Spagna. Vi si sentono discorsi dagli accenti gollisti o churchilliani, provenienti da un vero leader, coraggioso e umano. L’Ucraina, qualunque cosa accada, si è già guadagnata – e l’avrà pagata con il proprio sangue – i galloni di membro a pieno titolo della comunità europea, il che significa dell’Unione europea, nel più breve tempo possibile, qualunque sia il costo. La sua bandiera, del resto, ha i colori dell’Europa. Non possiamo che sognare di vedere il suo presidente, il prossimo 14 luglio, salutare sugli Champs-Élysées un battaglione dei suoi soldati di Valmy.
🔺Testo pubblicato il 25 febbraio 2022 🔺
► “Sulle Tracce di Alessandro”, pubblicato nell’aprile 2026 e disponibile su Amazon.it
