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La pace fragile nell’era dei muscoli

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Per decenni ci siamo raccontati che la politica internazionale fosse ormai entrata in una stagione diversa: regolata dal commercio, dalle istituzioni multilaterali, dal diritto, dall’interdipendenza economica e da una diplomazia capace di assorbire i conflitti prima che questi diventassero rottura. Poi la storia ha cominciato a smentirci. Prima con il ritorno dei conflitti su base etnico-religiosa, reso tragicamente visibile dopo l’11 settembre, oggi con il ritorno, non meno potente, della forza come linguaggio sdoganato dei rapporti tra Stati. 

La forza come paradigma diffuso

La politica estera dell’amministrazione Trump ne offre una rappresentazione quasi didascalica. “America First”, “pace attraverso la forza”, pressione economica, minaccia militare, ridefinizione muscolare dei rapporti con alleati e avversari: tutto concorre a costruire un’idea semplice e immediatamente comprensibile. Il mondo sarebbe diventato pericoloso perché l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, avrebbero smesso di farsi temere. Per rimetterlo in ordine, dunque, occorrerebbe tornare a parlare la lingua della potenza. Non più ambiguità diplomatiche, non più pazienza multilaterale, ma una politica “vera”, capace nuovamente di affermarsi e di imporre.

Il punto è che questa retorica intercetta una domanda reale: dopo anni di accordi fragili e di opinioni pubbliche sempre più disincantate, molti pensano che per restituire credibilità alla politica estera serva recuperare decisione. L’idea è semplice: se la diplomazia vuole contare, deve smettere di apparire debole. Allo stesso modo, se la pace vuole sopravvivere, deve essere difesa da una forza senza esitazioni. 

Spinte e reazioni

Ma qui ci si addentra su sentieri scoscesi. Samuel Huntington, studiando le ondate di democratizzazione, spiegò che la storia politica non procede mai in linea retta: ad ogni avanzata segue spesso una contro-ondata, ad ogni spinta una reazione. Lo stesso vale nei rapporti internazionali. Una politica muscolare non induce affatto l’avversario a moderarsi ma anzi, ben più spesso, lo spinge a costruire una postura opposta, altrettanto muscolare, identitaria ed ancora più impermeabile al compromesso.

È questo quanto nel linguaggio ordinario viene tipicamente chiamato polarizzazione internazionale. Se una potenza rivendica il diritto di imporre la pace attraverso la pressione, l’altra risponderà rivendicando il diritto di resistere attraverso la sfida. Se Washington ripristina la “massima pressione” sull’Iran, Teheran sarà tentata di presentare ogni cedimento come tradimento nazionale e ogni irrigidimento come difesa della propria dignità. Se un alleato viene trattato come debitore e non come partner, cercherà nuove autonomie e se un avversario viene umiliato, proverà a restituire l’umiliazione.

La spirale è sempre la stessa. La forza chiama la forza. La minaccia chiama la minaccia. La retorica della fermezza, quando perde il senso del limite, produce nell’altro la retorica della resistenza assoluta. Alla fine, l’unica cosa che tiene assieme il gioco internazionale non è più la ricerca di un ordine comune, ma l’identificazione nel nemico. È qui che la morale cristiana e la dottrina sociale della Chiesa offrono un criterio di giudizio prezioso. La pace non è mai semplice assenza di guerra, né equilibrio provvisorio tra paure contrapposte. Pacem in Terris ricorda che essa si fonda su verità, giustizia, carità e libertà. Non c’è pace vera dove la verità viene sostituita dalla propaganda, dove la giustizia si riduce alla punizione dell’avversario, dove la libertà è concessa solo ai forti e dove la carità, ovvero il riconoscimento dell’altro come persona e come popolo, viene giudicata debolezza. Anche Fratelli tutti richiama la necessità di pensare la fraternità oltre i confini, perché nessuna nazione, per quanto potente, può salvarsi da sola dentro un mondo incendiato. 

Il male necessario ed i suoi limiti

Questo non significa negare il diritto alla difesa, né fingere che il male non esista. La tradizione cristiana non è ingenua: sa che la politica deve proteggere gli innocenti, contenere l’aggressione e difendere la giustizia, ma sa anche che la forza, quando diventa il primo linguaggio e non l’ultima ratio, finisce per distruggere ciò che pretende di custodire. Una sicurezza costruita solo sull’umiliazione dell’altro è sempre provvisoria, così come una pace fondata solo sulla paura è sempre armistizio in attesa di una nuova esplosione.

Quando questa spirale tocca il fondo, le sedi diplomatiche non riescono più a rappresentare la temperatura reale del conflitto. La fiamma alimentata non si spegne, i fantasmi creati non svaniscono: quando la polarizzazione supera gli argini della diplomazia, essa si trasferisce altrove. Nelle piazze, nelle milizie, nei traffici di armi, nel terrorismo, nella guerra per procura, negli attacchi informatici, nei cieli attraversati da droni e missili. Ciò che prima era parola diventa gesto e ciò che prima era pressione diventa rappresaglia. 

La prospettiva

Per questo il ritorno della forza non va demonizzato, ma governato. Una comunità internazionale ha bisogno di deterrenza e di responsabilità, ma vive solo se conserva il riconoscimento dell’altro. L’avversario non è sempre un amico, talvolta è davvero una minaccia, tuttavia resta comunque un interlocutore umano e soprattutto politico, non un vuoto da cancellare. La buona politica estera non elimina il conflitto, ma lo sottrae alla vendetta e lo riconduce dentro forme ed i limiti proprie di istituzioni con una visione strategica del reale. 

È lì, in quello spazio fragile tra fermezza e misura, tra difesa e riconciliazione, che un ordine internazionale può ancora restare in piedi. Perché la pace non nasce dalla debolezza, ma nemmeno dalla pura esibizione della forza. Nasce quando la forza accetta di essere custodita dalla ragione, limitata dal diritto e orientata al bene comune. Solo allora smette di essere muscolo e torna ad essere politica.

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