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DIARI DI GUERRA E RICONCILIAZIONE

Marina Tsvetaeva ©️ patrick pascal

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

La guerra, al di là delle perdite umane e delle distruzioni materiali, è una spirale infinita anche quando non è più visibile, poiché corrompe le menti.

 

Il 27 gennaio 1973 furono firmati gli Accordi di pace di Parigi sul Vietnam, accordi di armistizio che prevedevano principalmente il ritiro delle truppe americane e lo scambio di prigionieri. Quel sabato 27 gennaio, Parigi era tranquilla e il tempo splendido. Nel Quartiere Latino, in rue Saint-Jacques, due studenti vietnamiti che avevano appena appreso la notizia erano euforici come non lo erano stati probabilmente mai in tutta la loro vita, poiché avevano l’età della guerra del Vietnam. Ma il ritiro degli americani, che erano succeduti ai francesi, non portò una pace immediata e il proseguimento dello scontro tra Nord e Sud si concluse con la caduta di Saigon il 30 aprile 1975. La storia della guerra non era tuttavia finita nella regione, in particolare con il conflitto in Cambogia che sarebbe stato risolto solo all’inizio degli anni ’90

La guerra, al di là delle perdite umane e delle distruzioni materiali, è una spirale infinita anche quando non è più visibile, poiché corrompe le menti, alimenta il desiderio di vendetta o dà almeno luogo a rappresentazioni mentali negative e paralizzanti. I lontani ricordi della distruzione della flotta russa nel 1904 da parte del Giappone, i cui primi effetti differiti non furono estranei alla rivoluzione del 1905 in Russia, impedirono senza dubbio la risoluzione della controversia territoriale russo-giapponese nel 1992-1993 sotto la presidenza di Boris Eltsin. La Russia e il Giappone non sono ancora formalmente in pace, 77 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Due economie complementari avrebbero potuto contribuire pienamente allo sviluppo di un rapporto fruttuoso, in particolare alla modernizzazione tecnologica della Russia, e il “volto” dell’Asia oggi non sarebbe lo stesso.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, di cui non si intravede ancora la fine, gli esperti militari avevano previsto un conflitto di lunga durata. Ma non ci si può accontentare di questa previsione e bisogna citare ancora una volta Clemenceau, secondo cui “la guerra è una questione troppo seria per essere lasciata ai soli militari”. Infatti, l’analisi non può limitarsi alle sole capacità militari e al loro impiego, e la dimensione economica è suscettibile di pesare in modo altrettanto potente sia sui belligeranti diretti che sui loro sostenitori. Se le sanzioni colpiscono la Russia, i conseguenti sconvolgimenti dell’economia mondiale e le conseguenze dirette della guerra stessa – come ad esempio il ruolo svolto prima del conflitto dall’Ucraina in quanto “granaio” del mondo, in particolare per la Cina, – possono essere sostenibili nel lungo periodo per l’insieme delle economie già indebolite dalle conseguenze della pandemia, per non parlare oggi della guerra nel Golfo Persico? E poi, bisogna menzionare le conseguenze psicologiche di una guerra vissuta in diretta, della contemplazione di distruzioni di tale portata, come a Mariupol, come a Berlino nel 1945, e della constatazione schiacciante di crimini di guerra massicci e ripetuti. Armamenti, alleanze, violazioni del diritto bellico e delle giurisdizioni internazionali, bilanci militari, nuove armi ipersoniche, banalizzazione del linguaggio della dissuasione sono diventati temi ossessivi in questi tempi di anacronismi e di un conflitto che avremmo immaginato in un’altra epoca.

In questo contesto, poiché questa guerra rappresenta anche per noi una crisi profonda, esiste una via d’uscita dalla guerra e secondo quali modalità? Non si tratta qui di elaborare scenari militari né tantomeno di fare riferimento a precedenti, anche se – spesso purtroppo – esiste una “verità” del teatro delle operazioni. Perché la guerra è anche – e senza dubbio soprattutto – una questione di “cuore e mente”, per riprendere il titolo di un famoso film sulla guerra del Vietnam (*Hearts and Minds*).

In *Tempeste d’acciaio* (In Stahlgewittern), opera fondamentale di Ernst Jünger tratta dai *Diari di guerra del 1914-1918*, quest’ultimo aveva scritto: “Ho visto spesso i sognatori smarriti, nei loro letti di feriti, diventati estranei al fragore della battaglia, alla violenta esaltazione delle passioni umane che continuavano a infuriare intorno a loro”. Lo scrittore non ci incoraggiava alla fuga, ma al contrario insegnava una forma di resilienza per superare l’estremo dolore fisico e morale

Ernst Jünger trascorse quindici anni della sua vita in uniforme, distinguendosi per numerose polemiche contro il Trattato di Versailles e la Repubblica di Weimar. Ma questo combattente della Prima guerra mondiale sul fronte occidentale, fino alla sua ultima ferita, la quattordicesima, nell’agosto 1918, si allontanò dalle sue posizioni nazionaliste che esaltavano il regime prussiano e divenne persino un amante del paese contro cui aveva combattuto. Ricordava persino l’ufficiale tedesco von Ebrennac in *Il silenzio del mare* di Vercors, il quale pensò addirittura che fosse stato lui a ispirarlo.

Negli ultimi anni di una vita di quasi 103 anni, Ernst Jünger, che viaggiò molto e finì per dedicarsi interamente ai gatti, ai libri e all’entomologia, era solito dire: “un anno senza vedere il Mediterraneo non è un anno”. Un Ernst Jünger russo, combattente dell’esercito nemico dell’Ucraina e cantore della riconciliazione, sarà necessario in una visione a lungo termine. Potremo sentirlo confessare, a proposito di luoghi dove forse è persino cresciuto o da cui proveniva la sua famiglia: «un anno senza vedere il Dnepr e Odessa non è un anno».

Questa guerra, la Russia non l’avrà vinta e l’Ucraina non l’avrà persa. La Russia rimarrà vicina all’Europa e proseguirà la sua evoluzione post-sovietica. È persino auspicabile che la acceleri nell’interesse di tutti. Il regista Pavel Lungin può essere interpellato per aiutarci a individuare una vera via d’uscita dalla crisi. Nel suo film *L’isola* (Остров), un uomo che si crede un criminale si è rifugiato in un monastero nelle regioni settentrionali. Questo isolamento geografico è anche un rinchiudersi mentale in un rimorso che, a forza di essere rimuginato, può condurre a una forma di redenzione. Un simile percorso rimarrà sempre possibile per i russi in quanto individui.

 

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