Intervista di Francesco Rizzo
Francesco Rizzo: Benvenute e benvenuti a questo nostro speciale spazio di approfondimento culturale e psicologico. Oggi abbiamo il grande privilegio di ospitare nei nostri studi il dottor Antonio Indelicato, psicologo, psicoterapeuta ed esperto conduttore dello psicodramma, che insieme alla collega Concetta Romano guiderà l’attesissimo laboratorio esperienziale intitolato “Bi-sogno di Comunità”, previsto nella splendida e suggestiva cornice naturale del Bio Resort Carbonia ad Aragona. Antonio, vorrei iniziare questo nostro viaggio dialogico partendo da una provocazione etimologica e filosofica davvero affascinante che tu hai spesso citato nei tuoi interventi formativi e che ribalta il nostro modo comune di concepire l’identità: il legame profondo, ancestrale e strutturale che sussiste tra la psicologia e l’arte del teatro. Ci aiuterai a fare chiarezza su questo presupposto fondamentale?
Antonio Indelicato: Certamente, Francesco, ed è un immenso piacere essere qui con te per sviscerare questi temi così densi e vitali. Vedi, per comprendere appieno l’essenza dell’approccio psicodrammatico dobbiamo compiere un piccolo ma decisivo viaggio a ritroso nel tempo, fino alle radici stesse del nostro linguaggio. La parola stessa “persona”, da cui deriva in modo specificando e diretto la definizione scientifica di “psicologia della personalità”, non è nata nei laboratori scientifici moderni, ma sulle tavole di legno dei palcoscenici antichi. Significa letteralmente, nell’originale latino da cui è stata ripresa, maschera teatrale – lo strumento che gli attori usavano per amplificare la voce (per-sonare) e per incarnare un personaggio preciso agli occhi del pubblico. Questo ci svela una verità psicologica dirompente: il nostro intero essere nel mondo, la nostra quotidianità e la nostra stessa identità consistono fondamentalmente di una complessa, continua e strutturata messa in scena. L’individuo umano non esiste in un vuoto isolato, ma esiste, in larghissima misura, proprio per il suo costante rappresentare se stesso in stretta e reciproca relazione con l’ambiente fisico, relazionale e sociale che lo circonda. Il nostro agire quotidiano, il nostro essere attori sociali sul palcoscenico della vita, è prima di tutto l’atto di dare forma sensibile alle nostre dinamiche e rappresentazioni intrapsichiche attraverso il loro manifestarsi concretamente nella realtà visibile.
Francesco Rizzo: Questo punto di vista è straordinariamente illuminante e, per certi versi, destabilizzante per la nostra percezione di autenticità. Stai quindi affermando che ogni nostra singola azione quotidiana, ogni comportamento che riteniamo spontaneo o banale, è in realtà una complessa drammatizzazione di forze invisibili che si muovono dentro di noi? Siamo costantemente impegnati a recitare un copione scritto dalla nostra mente profonda?
Antonio Indelicato: È esattamente così, Francesco, hai colto perfettamente il fulcro del discorso. L’azione umana non è mai un mero movimento meccanico o un riflesso privo di significato; l’azione è, a tutti gli effetti, una complessa messa in scena dei nostri oggetti interni. Noi prendiamo i nostri vissuti, i nostri conflitti, le nostre figure genitoriali interiorizzate, i nostri traumi e i nostri desideri più intimi, e li collochiamo al di fuori di noi, proiettandoli nelle cose inanimate, nelle situazioni e, soprattutto, nell’altro da noi. Ogni nostra interazione è una messa in scena delle nostre relazioni passate e presenti, una risposta continua agli stimoli ambientali, un perpetuo e dinamico gioco dei ruoli in cui entriamo e usciamo costantemente. In questo senso profondo, l’esistenza stessa è soprattutto interazione pura. Tuttavia, non dobbiamo vedere questo meccanismo come una condanna alla finzione: l’azione non è solo una ripetizione cieca, ma rappresenta anche la nostra più grande possibilità di sperimentare attivamente la realtà circostante, di testare i nostri limiti e di avviare un processo sano, consapevole e solido di costruzione e ristrutturazione del nostro Io.
Francesco Rizzo: Se le cose stanno così, e se la nostra vita di tutti i giorni si configura già come un gigantesco palcoscenico a cielo aperto dove recitiamo costantemente i nostri vissuti interni, sorge spontanea una domanda terapeutica e metodologica. Che cosa aggiunge di nuovo, di terapeutico e di trasformativo lo psicodramma? Perché sentiamo il bisogno di portare questa messa in scena esistenziale all’interno di un setting protetto, su un palcoscenico artificiale e davanti a un gruppo di sconosciuti?
Antonio Indelicato: Questa è la domanda chiave che differenzia la vita subita dalla vita agita consapevolmente. Lo psicodramma, inventato dalla genialità di Jacob Levi Moreno, non è altro che la saggia e metodica messa in scena di tutto questo teatro interiore, ma con una differenza radicale, rivoluzionaria e terapeutica rispetto alla nostra confusa realtà di tutti i giorni. Nella vita quotidiana noi siamo immersi nel flusso degli eventi, recitiamo i nostri drammi in modo automatico e spesso ne usciamo feriti o frustrati. Nello psicodramma invece, grazie all’applicazione rigorosa di alcune specifiche tecniche consolidate – come l’inversione di ruolo, il doppio o lo specchio –, noi veniamo messi nella condizione straordinaria di essere non solo gli attori, ma contemporaneamente gli spettatori del nostro stesso dramma personale. Invece di rimanere semplici attori-riproduttori di vecchi copioni, caratterizzati da scarsa coscienza, automatismi ciechi e limitata capacità critica, acquistiamo una visione panoramica sulla nostra vita. Come scriveva magistralmente Giovanni Boria nel suo testo fondamentale del 1997, l’approccio psicodrammatico mira specificatamente a facilitare l’individuo nella costruzione e nello sviluppo di una personalità plastica, flessibile e integrata, capace di produrre ruoli nuovi, che siano finalmente adatti a sé, sintonizzati con i propri bisogni autentici e adeguati alle diversificate e complesse situazioni interpersonali in cui egli viene a trovarsi giorno dopo giorno.
Francesco Rizzo: Moltissimi approcci terapeutici tradizionali, penso ad esempio alla psicoanalisi classica o alla terapia della parola, si focalizzano quasi esclusivamente sull’elaborazione verbale, con il paziente seduto su una sedia o disteso su un lettino che racconta i propri fatti. Nello psicodramma, al contrario, si assiste al recupero di una dimensione corporea totale. Come si integra questa dimensione fisica e perché la ritenete così indispensabile nel processo di guarigione e crescita?
Antonio Indelicato: Vedi, Francesco, la parola è uno strumento meraviglioso, ma ha anche una grande capacità di mentire, di proteggerci, di intellettualizzare i problemi e di creare barriere difensive che ci allontanano dal nucleo del dolore o del conflitto. Lo psicodramma supera questo limite strutturale proponendosi come una forma di approccio psicologico profondo che implica, senza esclusioni, la globalità assoluta della persona. Nel nostro lavoro il corpo, l’affettività più viscerale e la razionalità logica non sono compartimenti stagni, ma vengono uniti indissolubilmente nell’azione immediata del “qui ed ora”. Nella società contemporanea, purtroppo, gli individui tendono a iper-razionalizzare e possono contare solitamente su un repertorio estremamente ristretto e rigido di modalità comportamentali; tendiamo a ripetere sempre le stesse due o tre risposte emotive di fronte ai problemi della vita, il che costituisce un limite notevole, una gabbia soffocante per lo sviluppo del potenziale autentico della nostra personalità. La creatività degli individui, che Jacob Levi Moreno non esitava a definire come “la più alta forma di intelligenza che conosciamo e che l’essere umano possa sperimentare”, non può nascere dalla rigidità mentale o dalla pura astrazione verbale: essa si sviluppa unicamente attraverso la spontaneità in azione, riattivando il corpo e l’emozione nel momento esatto in cui la scena prende vita.
Francesco Rizzo: Immagino perfettamente che per una persona comune, abituata alle convenzioni sociali protettive della vita quotidiana, entrare in una stanza e trovarsi a dover agire fisicamente le proprie emozioni possa generare timore, ansia da prestazione o una naturale resistenza iniziale. Non dev’essere affatto semplice mettersi in gioco in questo modo. Come riuscite, dal punto di vista metodologico, a rompere il ghiaccio e a guidare i partecipanti verso questa dimensione di spontaneità?
Antonio Indelicato: La tua osservazione è assolutamente legittima, Francesco. Nessuno viene scaraventato sul palcoscenico dello psicodramma senza una preparazione adeguata e accogliente. Per questo motivo, ogni singolo incontro di psicodramma si apre tassativamente con quella che definiamo la “fase di riscaldamento” o warming-up. Questa fase iniziale è uno spazio-tempo sacro che permette di dare inizio a un graduale ma profondo processo di liberazione, di scioglimento di nodi psicofisici e di sblocco delle tensioni accumulate, a partire proprio da quelle squisitamente corporee, muscolari e posturali. Il riscaldamento serve a favorire la destrutturazione di quegli schemi comportamentali difensivi e rigidi che ci portiamo dietro dal lavoro o dalla quotidianità, facilitando progressivamente nei partecipanti la fluidità e la capacità plastica di entrare e uscire dai diversi ruoli che le successive scene psicodrammatiche richiederanno loro di impersonare. La bellezza del metodo risiede nel fatto che i ruoli che lo psicodramma permette di sperimentare, esplorare, scoprire e allenare all’interno del percorso protetto del gruppo, non rimangono confinati nella stanza della terapia; essi entreranno a far parte in modo definitivo del bagaglio comportamentale ed emotivo personale del soggetto. Sarà un nuovo tesoro di risorse a cui il singolo individuo potrà accedere in modo totalmente spontaneo, autonomo e creativo in qualsiasi altro momento della sua vita futura, nelle relazioni familiari, affettive o professionali. Attraverso l’azione psicodrammatica vissuta nel corpo e il rapporto autentico con gli altri soggetti di cui è composto il gruppo, l’individuo può finalmente scrollarsi di dosso le aspettative altrui e riappropriarsi della propria più autentica, genuina e vibrante soggettività.
Francesco Rizzo: Questo orizzonte metodologico apre scenari immensi che sembrano trascendere i confini classici della clinica medica. Questo tipo di lavoro espressivo e d’azione si applica esclusivamente a chi sta attraversando un momento di patologia, di sofferenza psicologica acuta e di disagio manifesto, oppure possiede una valenza più universale, applicabile ad esempio al mondo della formazione aziendale, della crescita personale, della scuola e dell’evoluzione sociale?
Antonio Indelicato: Questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore, Francesco, e sul quale insisto moltissimo durante le mie docenze. Ciò che abbiamo descritto vale nel contesto della terapia clinica tanto quanto, ed esattamente nella stessa misura, nel contesto della formazione umana, professionale e di comunità. Questo accade per un motivo molto semplice ma filosoficamente radicale: ammesso che sia davvero possibile separare, nel corso dell’esistenza umana, lo sviluppo emotivo, l’evoluzione interiore e il cambiamento profondo della persona – che comunemente chiamiamo terapia – dalla trasformazione complessiva, esistenziale e culturale della persona stessa nella sua dimensione sociale. La verità è che non esiste una vera formazione che non sia anche, in qualche modo, terapeutica e trasformativa, così come non esiste una vera terapia che non sia anche un profondo percorso di formazione e apprendimento di nuovi modi di essere. Nel nostro laboratorio “Bi-sogno di Comunità” lavoreremo proprio su questo confine fluido, dove la crescita del singolo diventa nutrimento per l’evoluzione del gruppo, e viceversa, creando un circolo virtuoso di benessere condiviso nella natura.
Francesco Rizzo: Per aiutare il nostro pubblico a visualizzare l’esperienza e a comprendere la potenza pratica di questo metodo: concretamente, cosa accade all’interno del cerchio del gruppo quando un partecipante decide di prendere la parola e di affrontare un proprio problema, una paura bloccante o persino un frammento onirico, un ricordo del passato? Qual è la differenza strutturale profonda rispetto ad altri approcci terapeutici?
Antonio Indelicato: La differenza è radicale ed estetica, nel senso profondo del termine. Mentre in quasi tutte le altre tecniche psicologiche e psicoterapeutiche si trattano i problemi, i traumi e i vissuti esistenziali dei pazienti essenzialmente attraverso lo strumento dell’elaborazione verbale – ossia parlando di qualcosa che è successo altrove e in un altro tempo –, ciò che caratterizza in modo unico e inconfondibile lo psicodramma è che i problemi non vengono raccontati, ma vengono concretizzati e materializzati in una o più scene vive attraverso la loro drammatizzazione immediata nello spazio. Le scene scelte possono appartenere in genere a un momento passato della storia personale del protagonista, a una situazione conflittuale del suo presente, oppure possono attingere direttamente alle dinamiche del suo mondo interno più profondo, come ad esempio la messa in scena dei sogni, delle fantasie o delle paure per il futuro. La rappresentazione agita e corporea degli eventi significativi non si limita a una recitazione superficiale, ma riproduce fedelmente e minuziosamente tutti i tratti essenziali dell’esperienza: le componenti verbali, le espressioni mimiche, la gestualità, la postura, la struttura spaziale degli elementi nella stanza, la dimensione temporale e l’intreccio relazionale tra i personaggi coinvolti. Tutto questo imponente lavoro di attivazione comporta quella che noi chiamiamo l’effettiva presentificazione della scena in oggetto. Vale a dire la possibilità reale, emotiva e neurologica di rivivere quell’evento qui e ora, come se tutto stesse accadendo di nuovo in questo preciso momento, sotto i nostri occhi, protetti dal calore e dal sostegno empatico del gruppo.
Francesco Rizzo: È un processo che si preannuncia di un’intensità emotiva ed evocativa davvero straordinaria. Immagino che un simile lavoro di svelamento e di rivissuto non possa lasciare indifferenti le altre persone che compongono il cerchio e che assistono alla scena. In che modo il gruppo partecipa attivamente e come avviene l’integrazione finale di questa esperienza collettiva?
Antonio Indelicato: Hai toccato il cuore pulsante del miracolo dello psicodramma, Francesco. Lo psicodramma non è mai una terapia individuale svolta in pubblico, ma è una terapia di gruppo e del gruppo. Immedesimandosi profondamente nel complesso, ricco e articolato intreccio di ruoli presenti, passati e futuri che prendono forma sul palcoscenico – sia quando si lavora sulle proprie scene, sia quando si viene chiamati a interpretare un ruolo all’interno delle scene altrui come “io ausiliario” –, tutti i membri del gruppo sono costantemente stimolati ad assumere molteplici e inedite prospettive esistenziali. Questo continuo rispecchiamento e scambio di ruoli produce un effetto terapeutico diffuso di straordinaria potenza. I partecipanti arrivano gradualmente, attraverso l’emozione condivisa e la successiva fase di condivisione verbale finale (il sharing), a integrare pienamente nella propria coscienza lucida i punti di vista, le istanze e le voci di parti interne di se stessi che spesso erano state rimosse, dimenticate o frammentate dal dolore e dalla fretta della vita quotidiana. È un viaggio collettivo di riconnessione profonda, un’esperienza che cura le ferite della separazione e della solitudine, permettendoci di edificare insieme quel “sogno di comunità” di cui abbiamo tutti un disperato e vitale bisogno.
Francesco Rizzo: Antonio, le tue parole ci hanno trasmesso non solo la profondità teorica dello psicodramma, ma anche la vibrante passione umana che anima questo lavoro. Ti ringrazio infinitamente per questa splendida, ricchissima e illuminante conversazione, che ha gettato una luce nuova sul rapporto tra maschera e verità. Ricordiamo a tutti gli ascoltatori e ai lettori l’imperdibile appuntamento con il laboratorio esperienziale “Bi-sogno di Comunità”, che si terrà il prossimo 14 giugno, dalle ore 09:00 alle 18:00, immersi nella quiete rigenerante del Bio Resort Carbonia ad Aragona, sotto la guida attenta di Antonio Indelicato e Concetta Romano. Ricordiamo inoltre che la prenotazione è assolutamente obbligatoria ed è da effettuarsi entro il 10 giugno per permettere la corretta organizzazione dei lavori e del brunch condiviso.
Antonio Indelicato: Grazie di cuore a te, Francesco, per la sensibilità delle tue domande e per lo spazio che hai voluto dedicare a questi temi. E un grazie sincero a tutti coloro che ci hanno ascoltato. Vi aspettiamo ad Aragona, pronti a togliere le vecchie maschere rigide e a riscoprire insieme la bellezza della nostra spontaneità e della nostra autentica vita di comunità.