Mio intervento, Chiesa del S.S. Crocifisso, Santa Elisabetta (AG) – Venerdì 12 Giugno 2026, ore 20.30
I. Saluti istituzionali e l’orizzonte di stasera
Caro Sindaco, caro Liborio, stimato Presidente del Consiglio Mario Sicorello, caro Don Giuseppe che ci ospiti in questa splendida cornice della nostra Chiesa del S.S. Crocifisso, e caro Girolamo, amico e compagno di tante riflessioni sul destino della nostra terra.
Guardando la locandina che annuncia questo nostro incontro stasera — la bellissima immagine che stringiamo tra le mani — sento una profonda commozione, ma anche una straordinaria urgenza intellettuale. Siamo qui, nel cuore della Sicilia, a Santa Elisabetta, eppure stiamo parlando di qualcosa che tocca simultaneamente i palazzi di Washington, le stanze della Commissione Europea a Bruxelles, i laboratori della Silicon Valley e la vita quotidiana di ciascuno di noi. Quando qualche mese fa ho avuto l’onore di essere ricevuto in udienza da Papa Leone XIV per consegnargli il mio saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa”, ho percepito chiaramente che questo Papa — il primo pontefice americano della storia — stava preparando una vera e propria scossa sismica per l’architettura morale e politica del mondo contemporaneo. E quella scossa è arrivata lo scorso 25 maggio con la pubblicazione della sua prima enciclica sociale: “Magnifica Humanitas”, di cui discutiamo stasera. Non fatevi ingannare dal fatto che questo documento parli di tecnologia. “Magnifica Humanitas” non è un testo *sull’*intelligenza artificiale; è un testo straordinario e radicale sullo stato sociale e sull’antropologia nell’era dell’intelligenza artificiale. È una lucida difesa della nostra anima collettiva di fronte a un mondo che vorrebbe ridurci a semplici pattern statistici da ottimizzare.
II. Dal 1891 al 2026 – Dalla fabbrica alla piattaforma
La dottrina sociale della Chiesa non è nata duemila anni fa; è nata esattamente 135 anni fa, il 15 maggio del 1891, quando un altro Papa Leone — Leone XIII — firmò la Rerum Novarum. Quel documento affrontava la prima rivoluzione industriale, la nascita del proletariato urbano, la “questione operaia”. Rispondeva alla fabbrica e all’ascesa del capitale industriale. Oggi, Leone XIV firma la sua enciclica non a caso il 15 maggio, legandosi esplicitamente a quella tradizione. Ma l’avversario è cambiato. Non siamo più di fronte alla fabbrica fisica e al fumo delle ciminiere; siamo di fronte alla piattaforma digitale e al capitale algoritmico. Il salto cognitivo operato da Leone XIV in questa enciclica è di una portata teologica e politica immensa. Tutti i suoi predecessori — persino Benedetto XVI o Francesco — hanno sempre trattato la tecnologia, la techne, come uno strumento fondamentalmente neutro o ambiguo, un mezzo che andava semplicemente orientato eticamente. Leone XIV fa crollare questo paradigma. Al paragrafo 4 scrive testualmente che la potenza delle tecnologie emergenti “si innesta nella trama della quotidianità e plasma i processi decisionali”. “Plasma i processi decisionali”. Questa, amici miei, non è terminologia catechistica. Questa è la definizione scientifica di nudging, di spinta gentile; è la denuncia della “cattura cognitiva” teorizzata da sociologi e filosofi contemporanei come Shoshana Zuboff nel suo monumentale saggio sul capitalismo della sorveglianza. Il Papa ha capito, e mette nero su bianco, che l’algoritmo non è uno strumento inerte: è un’architettura di potere che riscrive silenziosamente la nostra libertà di scelta e il nostro libero arbitrio.
III. Le due icone – Babele e le Mura di Gerusalemme
Per spiegare questa battaglia invisibile, l’enciclica recupera la grande lezione di Sant’Agostino — la distinzione binaria tra la Città di Dio e la Città dell’uomo — e la traspone in due icone bibliche straordinarie: la Torre di Babele e le Mura di Gerusalemme. Da un lato, la Torre di Babele è il simbolo perfetto del tecnocapitalismo verticale, monolitico, opaco. È l’idea di una struttura unica, dominata da pochissimi attori transnazionali privati, che pretende di organizzare la vita umana dall’alto, riducendo l’esperienza vissuta a dato comportamentale da monetizzare. È la pretesa transumanista di eliminare il limite umano, di considerare la nostra fragilità, la nostra fallibilità, come un “errore di sistema” da correggere tramite l’ottimizzazione artificiale. Dall’altro lato, l’enciclica ci offre l’archetipo delle Mura di Gerusalemme ricostruite sotto la guida di Neemia nel 587 a.C. Neemia non dà un appalto centralizzato per ricostruire le mura abbattute; divide il perimetro in sezioni e assegna ogni sezione a un gruppo diverso: ai sacerdoti, agli artigiani, ai mercanti, persino alle famiglie e alle donne. Ciascuno è responsabile del proprio pezzo di muro, e il nome di ognuno viene inciso nel libro della comunità. Questa è la metafora perfetta di una governance distribuita, federata, partecipata, sussidiaria. Non un unico potere verticale che ci sorveglia e ci ottimizza, ma una comunità in cui ognuno ha il proprio tratto di muro di cui prendersi cura. Come associazione Hosàytos — parola greca che evoca proprio il limite dell’identità, il “così come è”, il confine protettivo ma aperto — sentiamo questa metafora vibrare profondamente. La nostra associazione, nel suo piccolo, tenta di essere proprio questo: un frammento di quelle mura di Gerusalemme, un presidio culturale e umano che si prende cura della coscienza critica di questa comunità sicana.
IV. La rivoluzione dei beni comuni digitali e la fine della “Guerra Giusta”
Ma andiamo ancora più a fondo, perché il Papa compie in questo testo due gesti di una durezza politica e dottrinale inaudita. Il primo riguarda la proprietà. Al paragrafo 67, Leone XIV scrive che tra i beni universalmente destinati a tutta l’umanità — quelli che storicamente erano l’acqua, la terra, le foreste — dobbiamo oggi annoverare anche le nuove forme di proprietà immateriale: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture cloud e dati. Pensateci bene. Dire che un algoritmo proprietario o un dataset chiuso viola il principio della destinazione universale dei beni significa togliere legittimità morale al monopolio delle Big Tech della Silicon Valley. È un appiglio dottrinale formale gigantesco per chiunque, nei tribunali europei o americani, si batterà d’ora in poi per l’open source, per l’interoperabilità, per la sovranità dei dati dei cittadini. Il secondo punto di rottura, forse il più drammatico, riguarda la pace. Per secoli, la Chiesa ha sviluppato la teoria tomista e agostiniana della “guerra giusta”, basata su criteri rigidi di proporzionalità, discriminazione e ultima ratio. Ebbene, in “Magnifica Humanitas”, il Papa dichiara questa dottrina ufficialmente obsoleta di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale militare. Nel momento in cui affidiamo decisioni letali e irreversibili a sistemi algoritmici autonomi che operano a velocità supersoniche, la deliberazione morale umana diventa impossibile. Non può esistere una “guerra giusta” se a decidere chi deve vivere e chi deve morire è un calcolo statistico operato da una macchina.
V. La geopolitica del soft power vaticano
Non possiamo ignorare la coreografia politica di questa enciclica. Al momento del lancio pubblico nell’Aula del Sinodo, accanto al Papa americano, non c’erano gli amministratori delegati di OpenAI, Google, Meta o Microsoft. L’unico rappresentante della Silicon Valley invitato sul palco era Christopher Olah, il co-fondatore di Anthropic. Non è un dettaglio estetico. Anthropic è l’unica grande azienda di intelligenza artificiale che ha fatto della ricerca sull’interpretabilità dei modelli (la comprensione di come l’IA arriva a una decisione) il proprio fulcro, e che si è rifiutata di stringere accordi per l’uso militare dei propri modelli. Mettendo Olah su quel palco e ignorando i giganti dell’accelerazionismo bellico e monopolistico, Papa Leone XIV ha fatto vera e propria politica industriale globale dietro la cornice di un’enciclica sociale. Ha tracciato una linea rossa morale che separa chi progetta l’IA per proteggere la dignità e la trasparenza umana da chi la progetta per il dominio economico e militare.
VI. Conclusione – La scelta di Santa Elisabetta
Avviandomi alla conclusione, cari amici, vorrei riportare questa immensa mappa geopolitica e teologica qui, tra i banchi di questa chiesa, tra le strade di Santa Elisabetta. L’enciclica si chiude con una domanda durissima, che io stasera voglio fare a me stesso e a ciascuno di voi. Se domani vi chiedessero di scegliere, preferireste vivere in una Babele iper-efficiente, in cui tutto funziona alla perfezione, ma dove ogni vostra esitazione, ogni vostro desiderio è monitorato, previsto e monetizzato da un algoritmo invisibile che vi toglie il diritto al futuro? O preferireste vivere in una Gerusalemme imperfetta, dove le mura sono talvolta sbrecciate, dove ci si deve faticosamente accordare sul proprio tratto di muro, ma dove ogni pietra porta inciso il vostro nome, la vostra identità, la vostra fragilità di esseri umani liberi? Noi di Hosàytos, insieme alla parrocchia e a questa comunità, abbiamo già scelto. Scegliamo la Gerusalemme imperfetta. Scegliamo l’incontro, il guardarci negli occhi, il calore insostituibile di una comunità reale che non si lascia appiattire dalla psicofania algoritmica, ma che vive di relazioni, di agape e di verità. Siamo un desiderio, amici miei, non un algoritmo. Teniamoci stretto questo limite umano, perché è proprio in quel limite, in quella splendida fragilità che chiamiamo umanità, che risiede la nostra vera, magnifica grandezza.
Grazie.