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Il mistero della chiamata. Un passo verso il servizio nella terra di Girgenti

Editoriale di Francesco Rizzo

In un mondo che sembra correre incessantemente verso traguardi spesso effimeri, caratterizzato dall’individualismo e dalla frammentazione dei legami sociali, fermarsi a contemplare il mistero di una vita che sceglie di farsi dono totale per gli altri rappresenta una boccata d’ossigeno per lo spirito e una provocazione per l’intelletto. Oggi, lunedì 29 giugno 2026, la nostra diocesi vive un momento di profonda riflessione, di rinnovata speranza e di immensa gioia, così come annunciato nella comunicazione ufficiale dell’evento. Nella suggestiva e imponente cornice della Solennità dei Santi Pietro e Paolo, due colonne portanti della Chiesa universale che hanno incarnato in modo radicale, e talvolta drammatico, il significato profondo e il peso della parola “chiamata”, la nostra comunità si riunisce. La Basilica Cattedrale di San Gerlando ad Agrigento si prepara ad accogliere un evento di straordinaria rilevanza spirituale, culturale e sociale. Alle ore 18:00, Sua Eccellenza Mons. Alessandro Damiano, unitamente alla Comunità del Seminario Arcivescovile, presiederà il rito per l’Ammissione tra i candidati agli Ordini Sacri. Non si tratta di un semplice passaggio burocratico, ma del primo, solenne “sì” pubblico di sei giovani seminaristi che hanno deciso di mettere la loro esistenza a disposizione del Vangelo. Ecco i nomi di coloro che, con coraggio e trepidazione, hanno deciso di pronunciare il loro “Eccomi”, portando sull’altare le speranze dei loro territori di origine:

  • Paolo Casimiro, proveniente dalla Comunità Ecclesiale di Ribera.

  • Giuseppe La Mendola, espressione della Comunità Ecclesiale di Grotte.

  • Giuseppe Ferrante, figlio della Comunità Ecclesiale di San Biagio Platani.

  • Salvatore Mortillaro, originario della Comunità Ecclesiale di Lucca Sicula.

  • Pasquale Sciara, cresciuto nella Comunità Ecclesiale di Siculiana.

  • Emanuele Salemi, proveniente dalla Comunità Ecclesiale di Bivona.

Sulle orme dei Giganti. L’eredità della Chiesa Agrigentina

Questi sei giovani non iniziano il loro cammino nel vuoto, ma si inseriscono in un solco profondo, tracciato da figure luminose che hanno fatto la storia della Chiesa agrigentina. Pronunciare il proprio “sì” tra le navate della Cattedrale dedicata a San Gerlando significa assumersi la responsabilità di un’eredità immensa. San Gerlando, il vescovo ri-fondatore, colui che nell’XI secolo seppe ricostruire il tessuto spirituale e materiale di un territorio lacerato, ci ricorda che il sacerdote è prima di tutto un costruttore di ponti e un pacificatore di anime. Ma la storia della nostra diocesi è costellata di sacerdoti che hanno speso la loro vita fino all’ultima goccia per questa terra di Sicilia, tanto bella quanto complessa. Come non pensare, in un giorno così carico di promesse, alla figura del Venerabile Padre Gioacchino La Lomia da Canicattì? Un frate cappuccino che si fece ultimo tra gli ultimi, missionario instancabile e confessore misericordioso, il cui carisma ci insegna che il vero potere della Chiesa risiede nell’umiltà e nell’ascolto genuino delle miserie umane. E volgendo lo sguardo a tempi più vicini e non meno burrascosi, l’esempio di Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, storico Arcivescovo di Agrigento, si erge come un faro. Pastore coraggioso, non esitò a schierarsi dalla parte dei contadini e dei minatori sfruttati, sfidando a viso aperto le ingiustizie e persino la violenza mafiosa, pagando con il proprio sangue (sopravvisse a un grave attentato) la sua fedeltà al Vangelo e al suo gregge. Questi sono i giganti sulle cui spalle si apprestano a salire Paolo, Giuseppe, Giuseppe, Salvatore, Pasquale ed Emanuele. A loro è chiesto non di replicare il passato, ma di incarnare quello stesso spirito di profezia e carità nelle sfide del 2026.

Il coraggio di rispondere. Anatomia di una vocazione

La scelta di questi giovani ci interroga profondamente sul senso autentico della vocazione oggi. Che cos’è, in fondo, una vocazione nell’era digitale, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e del rumore di fondo costante? Non è un contratto stilato a tavolino, né un rifugio dalla fatica del vivere. È, piuttosto, un seme che germoglia nel silenzio intimo del cuore, una chiamata che scuote le fondamenta dell’esistenza. Come amava ricordare il grande monaco, mistico e scrittore Thomas Merton, scrutando le profondità dell’animo umano:

“La vocazione non è semplicemente scegliere una carriera, un mestiere o una sistemazione, ma scoprire la propria identità più profonda, quella voluta da Dio fin dal principio. È trovare il luogo esatto in cui la tua gioia profonda incontra il bisogno profondo del mondo.”

I nostri sei seminaristi hanno saputo affinare l’udito per ascoltare quella voce sottile e persistente, che invita a uscire dalle proprie sicurezze, ad abbandonare i lidi confortevoli per abbracciare un progetto vasto quanto il cuore dell’uomo. Non è un cammino privo di dubbi, di notti oscure o di ostacoli, ma è illuminato da una certezza interiore insopprimibile. A tal proposito, risuonano con immutata potenza e attualità le parole di Papa Giovanni Paolo II, il quale, con il suo carisma trascinante, si rivolgeva ai giovani con un invito audace e quasi sovversivo:

“Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte coraggiose; non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Prenderà il largo solo chi avrà il coraggio di mollare gli ormeggi.”

L’ammissione che celebriamo stasera non rappresenta un punto di arrivo, il traguardo di un percorso. Al contrario, è un nuovo e vibrante inizio. È l’impegno, preso davanti al Vescovo e al Popolo di Dio, a lasciarsi plasmare quotidianamente, a dedicarsi allo studio teologico, a intensificare la preghiera e a prepararsi con serietà per servire la Chiesa e le donne e gli uomini del nostro tempo. Ognuno di loro porta con sé la ricchezza inestimabile della propria terra. Portano i profumi delle arance di Ribera, le tradizioni di Grotte, la storia di San Biagio Platani e Lucca Sicula, le brezze marine di Siculiana e l’aria montana di Bivona. Questa pluralità di provenienze testimonia una verità teologica e sociologica fondamentale: la chiamata nasce sempre all’interno di un popolo specifico e, ad esso, inevitabilmente ritorna sotto forma di servizio. Non ci sono preti senza comunità, e non c’è comunità che non abbia bisogno di guide sagge e innamorate di Cristo.

Vorrei concludere questo pensiero affettuoso, carico di gratitudine e di attesa, dedicando a questi sei giovani in cammino verso il sacerdozio una celebre, incendiaria frase di Santa Caterina da Siena. È un monito severo ma al contempo un augurio dolcissimo, affinché il loro futuro ministero possa essere non una stanca amministrazione del sacro, ma una testimonianza autentica, viva e trascinante:

“Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi. Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia e nel mondo intero!”

A Paolo, al primo Giuseppe e al secondo Giuseppe, a Salvatore, Pasquale ed Emanuele, va la nostra più profonda gratitudine per il loro “sì”. La Chiesa agrigentina, forte della sua storia e protesa verso il futuro, cammina accanto a voi. E noi, come comunità civile e credente, vi sosteniamo, sapendo che il vostro passo coraggioso rende un po’ più luminosa la nostra terra.

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