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È possibile comprendere la Russia di oggi senza ricordare il decennio di disordini degli anni ’90?
1990 – PERESTROJKA E REAZIONE
(cfr. l’abolizione, in primavera, dell’articolo 6 della Costituzione del 1977 sul ruolo guida del Partito comunista; reazione conservatrice: attaccato in novembre al Soviet Supremo, Gorbaciov fa entrare nel governo dei conservatori che si riveleranno golpisti nel 1991)
1991 – L’ANNO DI TUTTI I PERICOLI
(cfr. indipendenza della Lituania a gennaio; 19-22 agosto: colpo di Stato contro Gorbaciov e ascesa di Eltsin; fine dell’URSS il 25-26 dicembre)
1992 – TERAPIA D’URTO DI E. GAIDAR
(cfr. a causa del fallimento, un anno dopo Eltsin dovrà sostituire il suo giovane Primo Ministro con Chernomyrdin, proveniente dalle potenti strutture di Gazprom)
1993 – BATTAGLIA DELLA CASA BIANCA
(cfr. in ottobre Eltsin fa sparare con i cannoni contro il Parlamento, rifugio di un potere costituzionale concorrente a quello dell’Esecutivo; la Costituzione sovietica verrà riformata)
1994 – PRIMA GUERRA IN CECENIA
La prima guerra in Cecenia non fu quella di Putin
1995 – CONTINUAZIONE DELLE PRIVATIZZAZIONI SELVAGGIE
L’appropriazione della ricchezza nazionale da parte degli «oligarchi» bloccherà, fino ad oggi, le possibilità di evoluzione del sistema
1999 – V. PUTIN, PRIMO MINISTRO DI B. ELTSIN
Cosa ci aspettavamo da questo immenso Paese che vacillava sulle sue fondamenta? Non abbiamo sperato troppo in fretta che si avvicinasse ai nostri valori? Il fascino esercitato dalla cultura e dalle arti russe non ha forse contribuito a creare l’illusione di vicinanza e di un rapido avvicinamento? Eravamo del resto pronti noi stessi ad abbandonare gli schemi mentali della guerra fredda e ad accettare, se del caso, che potesse esserci una via di mezzo tra il fallimento del comunismo, evidente sotto molti aspetti, e gli eccessi del capitalismo, ai quali del resto non aderivano necessariamente tutti i popoli del cosiddetto mondo libero? Abbiamo davvero tenuto conto di una popolazione chiamata a compiere una rivoluzione mentale, a ricostruire la maggior parte delle strutture economiche e sociali e a vivere semplicemente senza la protezione anestetizzante offerta dal comunismo?
La Russia sarà in grado, spinta dalla necessità, di riprendere il progetto di una costruzione post-sovietica mai veramente realizzata? Dovrà superare la frustrazione, se non addirittura l’umiliazione, della guerra fredda persa dall’URSS e, ora, quella dello stallo in Ucraina. Il fallimento della transizione democratica risale all’impotenza di Gorbaciov di fronte alla resistenza del sistema, seguita poi dalle privatizzazioni selvagge e dall’oligarchia. Per dare vita a un paese moderno saranno necessari talenti poco o male utilizzati.
Il lavoro da fare è immenso e la sfida non è altro che quella di una Russia finalmente in sintonia con se stessa e con le sue profonde aspirazioni; ciò riguarda anche il suo rapporto con l’Occidente, fatto di un misto di repulsione ma anche di fascino.
