Dark Mode Light Mode
Energia, guerra e inflazione: cosa pesa ancora sulle famiglie?
Polonia, Ucraina e il nodo “uniate”: perché l’appello del 29 giugno dice molto più di quanto sembri
La Russia in subbuglio

Polonia, Ucraina e il nodo “uniate”: perché l’appello del 29 giugno dice molto più di quanto sembri

L’appello firmato il 29 giugno 2026 da quattro cardinali di origine polacca e ucraina insieme all’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk non è un semplice testo devozionale: è un intervento politico-ecclesiale nel senso più alto del termine

Il documento chiede di «disarmare il linguaggio», di non imporre agli altri una visione unilaterale del passato e di non lasciare che la memoria della Volinia diventi una nuova fabbrica di ostilità tra polacchi e ucraini.

Il punto chiave è che gli estensori non parlano soltanto di diplomazia tra due nazioni: parlano della «credibilità della comune testimonianza cristiana». È una formula che sposta la questione dal terreno delle commemorazioni a quello della coscienza ecclesiale.

Il contesto

Il testo nasce in un clima già molto teso. La crisi recente è riesplosa dopo la decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di intitolare un’unità militare agli «eroi» dell’UPA, gesto interpretato in Polonia come una provocazione, poiché nella memoria polacca l’UPA è anzitutto associata ai massacri di Volinia e della Galizia orientale.

Ne è seguito un nuovo irrigidimento politico, fino allo strappo simbolico del presidente polacco Karol Nawrocki nei confronti di Zelensky.

L’appello ecclesiale interviene proprio in questo punto di frizione, dove il dovere della memoria rischia di trasformarsi in una guerra delle memorie.

Chi sono i greco-cattolici ucraini

Per comprendere il peso del documento occorre chiarire un equivoco frequente.

I greco-cattolici ucraini non sono “altri” rispetto ai cattolici: sono cattolici a tutti gli effetti, in piena comunione con Roma, ma appartenenti al rito bizantino. Conservano liturgia, spiritualità, calendario e patrimonio canonico dell’Oriente cristiano, pur riconoscendo il Papa.

Il termine “uniate”, molto utilizzato nella polemica russa e ortodossa, è storicamente corretto ma oggi viene spesso percepito come polemico. Nel dialogo cattolico-ortodosso si è affermata la distinzione tra il giudizio storico sull’uniatismo come metodo di unione e il pieno riconoscimento dell’esistenza e dei diritti delle Chiese orientali cattoliche nate da quella vicenda.

L’Unione di Brest

L’origine storica della Chiesa greco-cattolica ucraina risale all’Unione di Brest del 1596.

I vescovi della metropolia di Kyiv, allora appartenente al Patriarcato di Costantinopoli ma inserita nella Confederazione polacco-lituana, decisero di ristabilire la comunione con Roma senza rinunciare al rito bizantino.

Dal punto di vista cattolico si trattò del ristabilimento della comunione ecclesiale; dal punto di vista di gran parte della tradizione ortodossa rappresentò invece una frattura e l’inizio di una competizione religiosa e identitaria.

La storia successiva confermò entrambe queste interpretazioni. La Chiesa greco-cattolica divenne per molti ucraini uno strumento di sopravvivenza religiosa e culturale, mentre per Mosca rimase il simbolo di un’ingerenza latina nello spazio ortodosso.

Verità storica e riconciliazione

La novità dell’appello del 2026 consiste nel tentativo di tenere insieme due esigenze che nel dibattito pubblico vengono spesso separate.

Da una parte vi è la verità storica sui massacri di Volinia; dall’altra la necessità di evitare che quella memoria si trasformi in una religione civile del risentimento.

Già negli anni precedenti il dialogo tra i rappresentanti delle Chiese polacca e ucraina aveva insistito sulla necessità di una riconciliazione che non rinviasse il confronto con il passato, ma nemmeno lo trasformasse in un ostacolo permanente al presente.

La memoria polacca sottolinea il carattere genocidario della strage. La memoria ucraina tende invece a collocare quei fatti all’interno di un più ampio conflitto etnico e politico e della lotta contro il dominio sovietico.

L’appello non elimina questa divergenza, ma cerca di impedirle di compromettere il futuro dei rapporti tra i due popoli.

Giovanni Paolo II e la riconciliazione

Il richiamo a Karol Wojtyła richiede una precisazione storica.

Durante la Seconda guerra mondiale Wojtyła era un giovane seminarista clandestino nella Cracovia occupata e non ricopriva responsabilità di governo ecclesiastico.

Il suo contributo decisivo maturò durante il pontificato.

Nel viaggio apostolico in Ucraina del 2001 parlò della necessità di una «purificazione della memoria storica», affinché polacchi e ucraini sapessero mettere ciò che li unisce al di sopra di ciò che li divide.

Nel messaggio del 2003, in occasione del sessantesimo anniversario dei massacri di Volinia, invitò entrambi i popoli a non restare prigionieri delle proprie memorie dolorose, ma a chiedere perdono per le proprie colpe e a perdonare quelle dell’altro.

L’appello del 2026 si inserisce esplicitamente in questa linea, insistendo sul fatto che la conversione inizia dal proprio cuore e non dall’accusa rivolta agli altri.

Il caso di Andrej Sheptytsky

Più complessa è la figura del metropolita Andrej Sheptytsky.

All’ingresso delle truppe tedesche nel luglio 1941 accolse inizialmente la fine del dominio sovietico come una liberazione.

Tuttavia, nel corso dello stesso anno comprese progressivamente la natura del regime nazista. Denunciò le persecuzioni, descrisse il sistema hitleriano come profondamente criminale e intervenne in diverse occasioni per salvare vite umane, compresi numerosi ebrei.

La sua figura continua quindi a essere oggetto di interpretazioni differenti.

Ridurlo a un collaborazionista oppure trasformarlo in un personaggio privo di ambiguità significa semplificare una vicenda storica molto più complessa.

Dall’ unione di Brest alla clandestinità

Dopo la Seconda guerra mondiale la Chiesa greco-cattolica ucraina fu soppressa nell’Unione Sovietica.

Il cosiddetto concilio di Leopoli del 1946 decretò formalmente la fine dell’Unione di Brest e l’assorbimento forzato dei greco-cattolici nella Chiesa ortodossa controllata dal regime sovietico.

La Chiesa greco-cattolica sopravvisse così nella clandestinità per oltre quarant’anni.

Per i greco-cattolici questa esperienza costituisce uno degli elementi fondanti della propria identità contemporanea; per il Patriarcato di Mosca, invece, continua a rimanere aperta la questione dell’uniatismo e delle sue conseguenze nei rapporti con Roma.

Il punto di vista russo

Nel mondo cattolico russo prevale oggi un linguaggio pastorale incentrato sulla pace, sulla riconciliazione e sulla missione della Chiesa, senza particolari prese di posizione pubbliche sull’appello del 29 giugno.

Diversa è la prospettiva del Patriarcato di Mosca.

La Chiesa greco-cattolica continua a essere considerata una realtà nata da un metodo ecclesiologico ritenuto illegittimo, mentre l’espansione del cattolicesimo orientale nell’Ucraina occidentale viene spesso interpretata come un ostacolo al dialogo tra cattolici e ortodossi.

Anche per questo ogni gesto di riconciliazione tra Polonia e Ucraina viene osservato con particolare attenzione e, talvolta, con diffidenza.

La posizione della Santa Sede

Non risulta una presa di posizione specifica della Santa Sede dedicata all’appello del 29 giugno.

Il contenuto del documento appare tuttavia coerente con la tradizionale linea diplomatica vaticana: promozione della pace, rifiuto della guerra, disarmo del linguaggio, ricerca del bene comune e riconciliazione fondata sulla verità storica, senza cancellare la memoria delle sofferenze.

Conclusione

L’appello del 29 giugno è significativo perché non tenta di risolvere la questione di Volinia attraverso una formula retorica.

Ricorda piuttosto che la storia non può essere né addolcita né trasformata in uno strumento permanente di contrapposizione.

I greco-cattolici ucraini non sono un corpo estraneo al cattolicesimo, ma una sua espressione orientale, nata dalla complessa vicenda dell’Unione di Brest. Per questo rappresentano in modo emblematico l’intreccio tra fede, identità nazionale, imperi, persecuzioni e memoria che caratterizza la storia dell’Europa orientale.

La riconciliazione evocata oggi non elimina il problema dell’UPA, non risolve le ambiguità della figura di Sheptytsky, non cancella la diffidenza del Patriarcato di Mosca e non attenua automaticamente il dolore della memoria polacca. Indica però una strada diversa: quella di una memoria capace di riconoscere la verità storica senza trasformarla in un nuovo motivo di conflitto permanente.

Previous Post

Energia, guerra e inflazione: cosa pesa ancora sulle famiglie?

Next Post

La Russia in subbuglio