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A Rimini si è svolta la conferenza internazionale «Geopolitica e Cristianesimo. La guerra spirituale dell’Occidente contro l’Ortodossia», organizzata dal CeSEM e dall’Associazione Russia Emilia-Romagna. Teologi, politologi, giornalisti e studiosi provenienti da Italia, Serbia, Russia e Grecia si sono confrontati sulle sfide che oggi la Chiesa Ortodossa è chiamata ad affrontare.
Sotto la presidenza di Olimpia Fronzoni, direttrice della casa editrice Theosis, i relatori hanno analizzato il rapporto tra geopolitica e Cristianesimo, affrontando i profondi cambiamenti che interessano il mondo ortodosso sia dal punto di vista teologico sia da quello politico.
Il primo intervento è stato affidato a padre Marian Selvini, sacerdote della Chiesa Ortodossa di Genova, che ha evidenziato la particolare delicatezza dell’argomento. Secondo il sacerdote, la visione del mondo promossa dall’Occidente tende a trasformare anche le Chiese, adattandole a un’ideologia individualista e alle esigenze della modernità. L’Ortodossia, invece, custodisce la Fede nella sua integrità, attraverso la quale l’uomo è chiamato alla divinizzazione per grazia di Dio. Proprio per questo, ha affermato, essa è oggi oggetto di un attacco spirituale, nel quale la Verità viene progressivamente sostituita dalla logica del compromesso permanente.
Padre Selvini ha dedicato particolare attenzione anche al tema dell’autocefalia, ricordando come nella tradizione ortodossa essa non abbia mai avuto un significato nazionalistico, ma rappresenti il principio della territorialità e dell’autonomia della vita ecclesiale locale. Quando, invece, decisioni fondamentali vengono imposte dall’esterno, si assiste a uno stravolgimento della stessa ecclesiologia ortodossa.
In questo contesto assume un’importanza centrale la questione dei limiti delle prerogative del Patriarcato di Costantinopoli. A giudizio del relatore, la crisi ecclesiastica ucraina è stata utilizzata per creare una nuova struttura ecclesiale orientata verso interessi geopolitici atlantici e contrapposta al Patriarcato di Mosca. Una simile politicizzazione della vita della Chiesa, ha osservato, finisce inevitabilmente per comprometterne l’autorevolezza spirituale e canonica.
Secondo padre Selvini, dinamiche analoghe si sono manifestate anche in Estonia e in Grecia, dove la vita ecclesiale ha subito forti pressioni esterne, come dimostra la controversia relativa ai cosiddetti «Nuovi Territori». Tutto ciò, ha sostenuto, testimonia il progressivo ingresso di una mentalità estranea alla Tradizione ortodossa.
Il sacerdote ha inoltre ribadito che, nell’ecclesiologia ortodossa, il primate di una Chiesa non può mai porsi al di sopra del Santo Sinodo. A suo avviso, l’evoluzione del Patriarcato di Costantinopoli mostra una crescente tendenza ad assumere caratteristiche proprie del modello papale, mentre il vero fondamento dell’unità ortodossa rimane esclusivamente la comunione nella stessa fede.
La guerra spirituale, ha concluso padre Selvini, consiste anzitutto nel tentativo di sostituire la Verità con la convenienza politica. L’Ortodossia non rifiuta il dialogo, l’amore o la pace, ma non può sacrificare la propria fede né l’unità spirituale sull’altare del compromesso. La Chiesa appartiene a Cristo e ogni fedele ha il dovere di custodirne la purezza, guidato non da interessi nazionali, bensì dalla fedeltà alla Sacra Tradizione.
Concludendo il suo intervento, padre Marian Selvini ha affermato che l’unica autentica risposta alla propaganda contemporanea consiste nel custodire la fede dei Santi Padri, rimanere fedeli alla Tradizione della Chiesa e riconoscere nella Chiesa stessa il Corpo vivente di Cristo.
Kosovo e Metohija: l’Ortodossia di fronte alla pressione politica
La giornalista e scrittrice Marilina Veca ha dedicato il suo intervento alla situazione della Chiesa Ortodossa Serba in Kosovo e Metohija, sottolineando come la Chiesa non sia una semplice organizzazione non governativa o un’istituzione civile, bensì una realtà di diritto divino, che non può essere oggetto di compromessi politici.
Richiamandosi alla sua lunga esperienza in Serbia, Marilina Veca ha ricordato che diversi patriarchi della Chiesa Ortodossa Serba si sono costantemente opposti alla distruzione dei luoghi sacri in Kosovo e Metohija. A suo giudizio, gli eventi verificatisi nella regione non possono essere interpretati come un normale conflitto armato, ma piuttosto come il risultato di un intervento militare unilaterale della NATO.
La relatrice ha inoltre evidenziato come la situazione delle enclavi serbe e dei monasteri ortodossi rimanga estremamente difficile. Secondo la sua analisi, gli attacchi ai luoghi sacri rappresentano al tempo stesso un attacco diretto all’Ortodossia, mentre la crisi spirituale si manifesta anche attraverso il progressivo allontanamento di una parte del popolo serbo dalla Chiesa.
Marilina Veca ha quindi richiamato le parole del compianto metropolita del Montenegro e del Litorale, Amfilohije, il quale ribadiva che la Chiesa esiste per diritto divino e non può essere subordinata ad organismi internazionali quali l’ONU, l’EULEX, la NATO o alle autorità di Pristina.
Secondo la giornalista, oggi sono in atto tentativi di trasformare la Chiesa Ortodossa Serba in Kosovo e Metohija in una sorta di protettorato internazionale, limitandone il ruolo alla sola tutela del patrimonio storico e culturale. La Chiesa, tuttavia, non accetterà mai il progetto di un Kosovo indipendente e continuerà a mantenere la propria posizione canonica.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla condizione della popolazione serba locale. Molti abitanti, ha osservato la relatrice, esprimono gratitudine ai militari italiani della KFOR per la protezione dei monasteri, senza però percepire pienamente la presenza delle forze della NATO come uno strumento di controllo militare del territorio. Di conseguenza, mentre i monasteri vengono sorvegliati dalle forze internazionali, la popolazione serba continua a vivere in condizioni di forte limitazione, con difficoltà negli spostamenti, nell’accesso all’istruzione, al lavoro e nella possibilità di costruire un futuro dignitoso.
Secondo Marilina Veca, la Chiesa Ortodossa Serba in Kosovo e Metohija rappresenta oggi l’ultimo baluardo spirituale di resistenza. Per questo motivo essa rifiuta i modelli politici imposti dall’esterno e continua a difendere il diritto dei fedeli a celebrare liberamente il culto, senza restrizioni. La relatrice ha infine ribadito che gli attacchi sistematici contro i luoghi sacri devono cessare e che la libertà religiosa deve essere garantita nella sua piena ed effettiva applicazione.

Irina Sokolova: l’Ortodossia come terreno della moderna competizione geopolitica
La politologa Irina Sokolova ha dedicato il proprio intervento agli avvenimenti in Moldavia e in Transnistria, sottolineando che, quando si parla di Ortodossia, occorre anzitutto parlare della Verità.
Secondo la relatrice, il conflitto in Transnistria ha rappresentato una delle prime tappe del più ampio confronto geopolitico sviluppatosi nello spazio post-sovietico. A suo avviso, ambienti finanziari e politici occidentali, in collaborazione con le élite locali, sostennero il conflitto armato fino a quando il generale Aleksandr Lebed non pose fine allo spargimento di sangue.
Proseguendo il suo intervento, Irina Sokolova ha richiamato anche gli eventi del Caucaso settentrionale. Quando scoppiò la guerra in Cecenia, numerosi volontari della Transnistria partirono per difendere i confini della Russia. In quel periodo, da tutto lo spazio post-sovietico risposero all’appello appena diecimila volontari. Proprio su quei giovani ricadde il peso principale della difesa e molti di loro pagarono la scelta compiuta con il sacrificio della propria vita e del proprio sangue.
Secondo la politologa, gli eventi successivi in Ucraina rappresentano la prosecuzione della medesima strategia. A suo giudizio, esponenti di alcuni ambienti della destra radicale italiana parteciparono ai processi che precedettero lo scoppio del conflitto civile in Ucraina. Tuttavia, ha sottolineato, una nuova fase dello scontro si è aperta nel momento in cui il bersaglio è diventata direttamente la Chiesa Ortodossa.
Per Irina Sokolova, la priorità della Russia rimane oggi la difesa dei propri territori storici. Parallelamente, la strategia occidentale mirerebbe non soltanto a dividere il popolo russo, ma anche a favorire un cambiamento della leadership politica del Paese.
Un’attenzione particolare è stata dedicata alla dimensione ecclesiale di questi processi. Secondo la relatrice, i promotori di tale progetto hanno individuato nel Patriarca di Costantinopoli uno degli strumenti principali della propria strategia. Attraverso canali politici statunitensi, e in particolare durante la presidenza di Donald Trump, sarebbero stati esercitati tentativi di pressione sul presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Il motivo, ha spiegato Sokolova, risiede nel fatto che le autorità turche non riconoscono Bartolomeo come Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, ma esclusivamente come capo della comunità greco-ortodossa presente in Turchia.
Negli ultimi anni, ha infine osservato la relatrice, Bartolomeo ha tenuto numerosi incontri con la presidente della Moldavia Maia Sandu, con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con altri esponenti politici. Secondo Irina Sokolova, tali contatti rientrano in un progetto volto a modificare gli equilibri ecclesiastici in Moldavia, favorendone l’inserimento nell’orbita della Chiesa Ortodossa Romena. A suo giudizio, ciò potrebbe aprire un nuovo fronte di confronto geopolitico destinato, in futuro, a rappresentare un’ulteriore sfida per la Russia.
Memoria storica, Tradizione e futuro dell’Ortodossia
La parte conclusiva della conferenza è stata dedicata a una riflessione più ampia sulle dimensioni spirituali, storiche e geopolitiche della crisi contemporanea.
La direttrice del Centro di Studi Geostrategici di Belgrado, Dragana Trifković, intervenuta in videocollegamento, ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra studiosi serbi e italiani in un momento storico in cui il confronto geopolitico si sta progressivamente spostando dal piano militare ed economico a quello culturale, della memoria storica e dell’identità religiosa. Secondo la relatrice, ogni popolo ha il diritto inalienabile di conservare la propria storia, le proprie tradizioni e la propria libertà religiosa.
Il professor Dušan Proroković, dell’Istituto di Politica ed Economia Internazionale, ha osservato come il tema della guerra spirituale sia ancora oggi scarsamente affrontato persino all’interno delle stesse Chiese ortodosse. A suo giudizio, questo confronto dura ormai da molti secoli e potrebbe risalire addirittura alla caduta di Costantinopoli nel 1453.
Proroković ha inoltre rilevato come, durante la Guerra Fredda, la ricerca storica si sia concentrata quasi esclusivamente sul comunismo, trascurando invece i processi sviluppatisi in Occidente. Secondo il professore, il modello liberale ha dato origine a una sorta di «mercato delle religioni», nel quale ogni visione del mondo viene considerata equivalente, indipendentemente dal suo contenuto. Parallelamente, movimenti secolaristi sostenuti da fondazioni occidentali presentano sempre più spesso l’Ortodossia come una realtà arcaica, incapace di rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.
Per vincere questa guerra spirituale, ha affermato Proroković, è necessario rifiutare l’ideologia liberale e riscoprire i valori della Tradizione, sia sul piano spirituale sia su quello sociale.
Il ricercatore dell’Università di Venezia Nicolò Ghigi ha dedicato il proprio intervento ai mutamenti che interessano il mondo ortodosso contemporaneo. Egli ha ricordato che l’assenza di una struttura centralizzata costituisce da sempre una delle caratteristiche fondamentali della Chiesa Ortodossa. Proprio per questo motivo, secondo il relatore, si è cercato di rafforzare progressivamente il ruolo del Patriarcato di Costantinopoli, avvicinandolo di fatto a un modello di tipo papale.
Ghigi ha ricordato inoltre che, fin dai tempi della Guerra di Crimea, il Patriarcato di Costantinopoli aveva orientato la propria politica verso il sostegno britannico, per poi spostare successivamente il proprio riferimento agli Stati Uniti. Ha inoltre criticato la recente distinzione tra Chiese autocefale di «primo» e di «secondo» grado, ritenendola estranea alla tradizione ecclesiologica ortodossa.
Particolare rilievo è stato dato anche all’Enciclica dei Patriarchi Orientali, nella quale si afferma che il custode della fede ortodossa è l’intero popolo di Dio e non un’unica autorità amministrativa centrale. Per questo motivo, ha concluso Ghigi, ogni tentativo di modificare la tradizionale ecclesiologia ortodossa è destinato al fallimento.
La parte teologica della conferenza si è conclusa con l’intervento del dottor Georgios Karalis, il quale ha ricordato che la Chiesa è un organismo divino-umano nel quale l’uomo coopera con Dio. L’unico fondatore della Chiesa è Cristo e, proprio per questo, ogni Chiesa ortodossa locale possiede la pienezza della vita ecclesiale.
Secondo Karalis, la Verità è immutabile e la Chiesa non può adattarsi alle continue trasformazioni del mondo senza compromettere la propria missione. Se un tempo le eresie venivano apertamente condannate, oggi si assiste sempre più spesso al tentativo di conformare la vita ecclesiale alla logica della società contemporanea, dominata da interessi politici e rapporti di forza.
La Chiesa, ha sottolineato il teologo, non può però lasciarsi guidare dalla legge del più forte. La sua missione consiste nel portare Cristo al mondo e non nel conformarsi allo spirito del mondo. Ogni tentativo di modificare la teologia, cancellare le differenze dogmatiche o sostituire la Sacra Tradizione con criteri di opportunità politica conduce inevitabilmente alla perdita dell’unità ecclesiale.
Nelle conclusioni della conferenza, il presidente dell’Associazione Russia Emilia-Romagna, Luca Rossi, ha richiamato l’attenzione sulla situazione della Chiesa Ortodossa Ucraina canonica. Egli ha ricordato che la legislazione ucraina ha introdotto severe limitazioni nei confronti delle organizzazioni religiose legate al Patriarcato di Mosca, configurando, a suo giudizio, una grave violazione del principio della libertà religiosa. Parallelamente, ha denunciato il fatto che in Ucraina vengano autorizzate commemorazioni pubbliche dedicate a collaborazionisti del regime nazista durante la Seconda guerra mondiale.
Secondo i partecipanti alla conferenza, gli avvenimenti odierni dimostrano come il confronto attorno all’Ortodossia abbia ormai superato i confini della sola dimensione ecclesiale, trasformandosi in un più ampio conflitto geopolitico e di civiltà, nel quale la fede, la memoria storica e l’identità culturale assumono un ruolo sempre più determinante.