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Il confessore del Papa. Come la penna di Fabio Marchese Ragona ha spogliato Francesco dal protocollo
La Francia in Siria

Il confessore del Papa. Come la penna di Fabio Marchese Ragona ha spogliato Francesco dal protocollo

Articolo di Francesco Rizzo

Quando ci si accosta a un’opera della portata di “Life. La mia storia nella storia”, la prima vera autobiografia mai scritta da un Pontefice nel corso della bimillenaria storia della Chiesa cattolica, si ha immediatamente la sensazione di assistere a un evento che scardina non soltanto le consuetudini letterarie, ma gli stessi assetti teologici e simbolici del papato. Per secoli siamo stati abituati a ricevere dai successori di Pietro encicliche solenni, bolle dogmatiche, dotti trattati teologici o, al massimo, biografie postume meticolosamente filtrate dalle cancellerie curiali per preservare l’indiscutibile sacralità della cattedra romana. Qui, invece, assistiamo a un ribaltamento radicale: Jorge Mario Bergoglio decide di scendere dal trono, di spogliarsi delle vesti auliche del protocollo e di mettersi a nudo di fronte al mondo, offrendo il proprio vissuto interiore, scarno, onesto e privo di infingimenti, in un dialogo diretto e vibrante con le nuove generazioni. Non si tratta di un’operazione agiografica volta a consolidare il mito o a giustificare ex post le decisioni di un monarca assoluto, bensì del testamento profondamente umano e spirituale di un uomo di ottantasette anni che avverte l’urgenza di fare un bilancio della propria esistenza, offrendo la propria memoria come un faro per un’umanità smarrita. L’intuizione formale che sostiene l’intera impalcatura del libro, nata dal fortunato sodalizio con il vaticanista Fabio Marchese Ragona, si rivela fin dalle prime pagine di un’efficacia straordinaria. L’idea non è quella di una narrazione cronologica lineare e isolata, ma di un continuo, suggestivo contrappunto tra la micro-storia di un prete argentino e la macro-storia del genere umano. Ogni capitolo si apre su uno scenario epocale, un grande snodo che ha cambiato il destino del mondo, e immediatamente dopo si focalizza sulla reazione intima, geografica e psicologica di Bergoglio. Il lettore si trova così a viaggiare nel tempo, scoprendo dove si trovasse il futuro Papa mentre si consumavano i drammi e i trionfi del Novecento: dall’annuncio della fine della Seconda Guerra Mondiale vissuto da bambino in Argentina, all’euforia collettiva per lo sbarco sulla Luna, fino al trauma planetario del crollo del Muro di Berlino, all’orrore indicibile dell’11 settembre e, infine, all’angoscia globale della pandemia di COVID-19. Questo costante rispecchiamento impedisce alla narrazione di scadere nell’esercizio solipsistico e permette a chiunque di immedesimarsi, comprendendo che la vita del Pontefice non è stata un’isola felice e protetta, ma è rimasta costantemente esposta, vulnerabile e immersa nei medesimi venti storici che hanno travolto tutti noi.

La grandezza di questo testo risiede però, in ultima analisi, nella sconcertante e quasi destabilizzante libertà interiore con cui Francesco sceglie di raccontarsi. Chi si aspetta la posa ieratica del Santo Padre rimarrà spiazzato dalla disarmante ammissione delle proprie fragilità, delle proprie ombre e persino dei propri errori. Bergoglio non esita a rievocare le tentazioni più squisitamente umane, come quella sbandata giovanile, vissuta quando era già seminarista, per una ragazza bellissima e intelligente incontrata al matrimonio di uno zio; un colpo al cuore talmente forte da impedirgli di pregare per un’intera settimana, un episodio che il Papa racconta non con bigottismo, ma con la serenità di chi riconosce che senza tali passaggi non si sarebbe veri esseri umani. Altrettanto potenti sono le pagine dedicate al buio dell’anima, in particolare al periodo del suo “esilio” a Córdoba, un biennio di purificazione interiore ed estrema durezza in cui, rimosso dai ruoli di vertice della Compagnia di Gesù, si ritrovò confinato a ottocento chilometri da Buenos Aires a fare il confessore e l’assistente dei confratelli anziani e malati. In quel silenzio, interrotto solo dalla lettura dei trentaquattro volumi della storia dei papi, Bergoglio ha conosciuto la depressione, la solitudine delle scelte incomprese e il peso del pettegolezzo curiale che lo dipingeva come un folle o un esaurito. Eppure, proprio in quel fallimento apparente, si è formata la tempra del pastore che oggi conosciamo, capace di abitare il dolore altrui perché ha saputo attraversare il proprio.

Questo rifiuto sistematico di ogni forma di clericalismo e di separatezza emerge con vigore anche nei gustosi retroscena che Ragona condivide sulla genesi del libro in diverse dichiarazioni, offrendoci lo squarcio di una quotidianità vaticana totalmente rivoluzionata. Incontriamo così un Papa che accoglie il giornalista a Casa Santa Marta non con la solennità di un sovrano, ma con la premura pastorale di un vecchio parroco di campagna che si preoccupa se l’ospite abbia pranzato, facendogli trovare sul tavolo delle empanadas di pollo e di mango, esigendo che si tolga la giacca per il caldo e muovendosi da solo per andare a recuperare gli occhiali da lettura rimasti sulla scrivania. È la narrazione di un Pontefice che telefona direttamente all’autore nei momenti più impensabili per correggere le bozze riga per riga, persino le virgole, giungendo a chiamarlo mentre il giornalista si trova in spiaggia d’estate, non per impartire ordini teologici, ma per raccomandargli con ironia paterna di mettersi sotto l’ombrellone e di non dimenticare la crema solare per evitare di scottarsi. Questi dettagli, tutt’altro che futili, rappresentano la carne viva del magistero gestuale di Francesco: la dimostrazione tangibile che la Chiesa che egli sogna non si arrocca tre gradini sopra il popolo, ma cammina in mezzo a esso, ne condivide la polvere delle strade e ne respira l’odore. Le pagine dedicate ai nodi storici più drammatici della sua terra d’origine, l’Argentina degli anni Settanta schiacciata sotto il tallone sanguinario della dittatura di Videla, toccano vertici di altissima tensione emotiva e valore documentario. Francesco traspare ferito, ancora profondamente amareggiato per le calunnie infamanti che per anni lo hanno dipinto come un collaborazionista del regime, quando invece, dietro le quinte, agiva con l’astuzia del serpente e la semplicità della colomba per salvare quante più vite umane possibile. Il libro svela stratagemmi degni di un romanzo di spionaggio, come quella volta in cui, per far fuggire un giovane perseguitato che gli somigliava fisicamente, non esitò a travestirlo da prete e a consegnargli la propria carta d’identità, accettando il rischio consapevole di una pallottola in testa per entrambi qualora i servizi segreti li avessero scoperti. Emoziona il ricordo delle telefonate cifrate dalle cabine pubbliche distanti dalla sua residenza per sviare le intercettazioni, o il dolore mai sopito per la scomparsa dell’amica Esther, gettata nei voli della morte. È in questa trincea di ingiustizie subite e contrastate sulla propria pelle che affonda le radici quell’ossessione evangelica per i poveri, per gli scarti della società e per i migranti che molti osservatori superficiali liquidano oggi come semplice sociologia o terzomondismo, senza comprenderne l’origine quasi biologica nel vissuto profondo di Bergoglio.

Altrettanto straordinario per la comprensione delle dinamiche istituzionali della Chiesa è il resoconto dettagliato, quasi cinematografico, dei giorni del Conclave del 2013. Con una franchezza d’altri tempi, Francesco confessa che non avrebbe mai immaginato di essere eletto, tanto da aver lasciato sulla propria scrivania a Buenos Aires le omelie già pronte per la Settimana Santa e un DVD di Nanni Moretti che contava di vedere al suo ritorno. Il racconto svela come la grazia dello Spirito Santo si sia servita, in realtà, di un folgorante e rivoluzionario discorso di appena tre minuti pronunciato durante le congregazioni generali, in cui Bergoglio tracciava l’identikit di una Chiesa missionaria e in uscita; un intervento che il Papa definisce, con la sua tipica ironia arguta, come la sua reale “rovina”, poiché spinse i cardinali a convergere sul suo nome. Il panico e lo spiazzamento interiore di quelle ore vengono restituiti attraverso dettagli memorabili, come il momento in cui, durante il pranzo a Santa Marta, un cardinale spagnolo lo interrogò con insistenza sulla diceria legata alla parziale asportazione del polmone subita in gioventù, facendo comprendere a Bergoglio che era in atto un disperato tentativo curiale dell’ultimo minuto per impaurire gli elettori e sbarrargli la strada. Da lì, il rifiuto inconscio di rientrare nella Cappella Sistina, trattenendosi a parlare sui ballatoi con il cardinal Ravasi di libri sapienziali, fino al grido del cerimoniere che lo richiamò all’ordine. Un capitolo di fondamentale importanza, specialmente alla luce delle letture polarizzate che spesso avvelenano il dibattito ecclesiale contemporaneo, è quello che esplora la complessa e delicatissima transizione seguita alle storiche dimissioni di Benedetto XVI. Francesco sgombra il campo da ogni narrazione tossica o romanzesca che vorrebbe i due papi in perenne e sordo conflitto teologico o politico. Al contrario, emerge il ritratto di un legame filiale, intessuto di reciproca deferenza, lealtà e affetto profondo, fin da quel primo incontro a Castelgandolfo in cui Bergoglio rifiutò lo scranno d’onore preparato per lui per inginocchiarsi sulla stessa panca, fianco a fianco, davanti al tabernacolo. Francesco usa parole durissime e taglienti per condannare coloro che, all’interno del Vaticano, hanno sistematicamente tentato di strumentalizzare la fragile vecchiaia del Papa emerito in chiave anti-bergogliana, descrivendoli come fazioni accecate dal potere a cui stava progressivamente franando il terreno sotto i piedi e che cercavano disperatamente di difendere il proprio orticello di privilegi corporativi. Il quadro che ne deriva restituisce a Joseph Ratzinger tutta la dignità del grande e generoso teologo che, pur nel nascondimento, ha sempre mantenuto fede al giuramento di obbedienza prestato al suo successore.

Nelle battute finali del testo, che si condensano nel suggestivo capitolo intitolato “Una storia ancora da scrivere”, lo sguardo di Francesco si proietta profeticamente verso il domani del cattolicesimo globale. Davanti alla constatazione amara di un’Europa distratta, liquida e secolarizzata, dove le grandi cattedrali storiche progressivamente si svuotano e la fede sembra ridursi a un retaggio del passato, il Papa non cede alla tentazione della disperazione o del risentimento. Egli sceglie, sorprendentemente, di fare propria la celebre e remota intuizione che lo stesso giovane teologo Ratzinger formulò alla fine degli anni Sessanta: la visione di una Chiesa del futuro che sarà necessariamente più piccola, numericamente ridotta, privata dei suoi antichi fasti geopolitici e dei privilegi concordatari, persino marginalizzata dalle dinamiche del potere temporale, ma proprio per questo infinitamente più pura, più genuina, più libera dagli scandali e radicalmente fedele alla nudità del Vangelo. È una Chiesa che, mentre sperimenta la potatura dei suoi rami secchi nel vecchio continente, rinasce ed esplode con una vitalità dirompente nelle periferie del mondo, in Asia e in Africa, dove i templi sono troppo piccoli per contenere la marea dei fedeli. In questa straordinaria sintesi escatologica, “Life” si congeda dal lettore non come il resoconto nostalgico di un passato glorioso, ma come un formidabile manifesto di speranza: l’invito pressante, rivolto a ciascuno di noi, a riprendere in mano il libro della nostra vita, a rileggerlo senza paura delle nostre ferite e a comprendere che la nostra piccola storia personale è sempre chiamata a intrecciarsi, misteriosamente, con la grande e salvifica Storia dell’umanità.

Glossa finale. La missione laica del “confessore del Papa”

A margine di questa disamina, si rende necessaria una riflessione conclusiva sul ruolo di chi ha reso possibile questo miracolo editoriale e umano. Nella millenaria e rigidissima architettura vaticana, il “confessore del Papa” è tradizionalmente una figura ammantata di silenzio e mistero: un sacerdote chiamato ad accogliere le fragilità dell’uomo vestito di bianco nel buio protetto del confessionale, vincolato dal segreto sacramentale. Con Life, tuttavia, assistiamo a una trasfigurazione potentissima e rivoluzionaria di questo ruolo, incarnato inaspettatamente da un cronista: Fabio Marchese Ragona. Il vaticanista non ha indossato i panni del cortigiano né quelli del chierico compiacente, ma ha esercitato con altissima dignità e rigore la propria missione laica. La sua grandezza è consistita nell’offrire a Jorge Mario Bergoglio non un’assoluzione teologica – che non gli competeva – ma il tribunale accogliente della Storia e della contemporaneità. Ragona ha prestato orecchio, penna e sensibilità, trasformandosi nel confidente laico di un uomo che avvertiva l’urgenza spirituale di denudare la propria anima di fronte al mondo, senza i filtri della Curia.

In questo risiede il trionfo del giornalismo nella sua accezione più nobile e pura: fare da ponte tra l’impenetrabilità del sacro e la polvere del profano, disinnescando la retorica del potere attraverso l’empatia umana. Ragona ha compiuto un vero e proprio capolavoro di maieutica professionale. Scegliendo di non arretrare di fronte alla maestà dell’istituzione, ha saputo porre le domande giuste, ascoltare i silenzi, raccogliere le amarezze per le ingiustizie subite in Argentina o in Vaticano, e assecondare persino le battute e i fuori programma. Facendosi “confessore laico”, Fabio Marchese Ragona ha assolto al dovere supremo del giornalista: farsi strumento di verità. Ha restituito alla collettività non il ritratto inamidato di un sovrano infallibile, ma la carne viva, vulnerabile e autentica di un uomo che riflette sul proprio cammino sine-glossa. Un’impresa eccezionale che consegna a pieno titolo il suo nome alla storia del grande giornalismo internazionale, dimostrando che la cronaca – quando è mossa da una vocazione laica cristallina, da rispetto per la dignità umana e da una sincera capacità di ascolto – è capace di valicare i confini della notizia per farsi custode della memoria e dell’anima umana.

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