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La Purezza di Zohra

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Zohra commuoveva la sua innocenza, nonostante la sua storia, quella di una ragazzina in una casa di tolleranza. Rendendola parte di un trittico, secondo alcuni canoni della pittura religiosa rinascimentale, oltre al riferimento alle icone, Matisse aveva innegabilmente contribuito a restituire quella profonda purezza.

 

     (…) Ho avuto la fortuna di arrivare all’Istituto del Mondo Arabo (IMA) nell’autunno del 1999, proprio mentre si svolgeva l’Anno culturale del Marocco in Francia. L’IMA contribuì all’iniziativa organizzando diverse mostre in tale occasione, sotto l’alto patrocinio del presidente Chirac e di Hassan II, re del Marocco, la più prestigiosa delle quali fu dedicata al “Marocco di Matisse”. Ritrovai dipinti famosi provenienti in particolare dal Museo Pushkin di Mosca e dall’Ermitage di San Pietroburgo; alcune delle quali le avevo già viste a New York nel 1990 in occasione della mostra “Matisse in Morocco” al Museum of Modern Art. Ma soprattutto, grazie al privilegio della mia carica, ogni mattina, appena arrivato in ufficio, mi recavo a contemplare alcune opere, prima ancora dell’apertura della mostra al pubblico.

     Il percorso artistico di Matisse mi colpì profondamente. Dopo essersi recato in Russia alla fine del 1911, il pittore si recò in Marocco a partire dal 1912 alla ricerca della luce che, del resto, non trovò immediatamente al suo arrivo a Tangeri, città allora colpita dal maltempo. Comunque sia, Matisse realizzò durante quel primo soggiorno in Marocco, poi alla fine del 1912 e all’inizio del 1913, le sue tele più significative. I luoghi e le circostanze possono determinare una vita? I due inverni che Matisse trascorse in Marocco lo portarono, in una ventina di tele, a semplificare le forme che riproduceva e a rinnovare il linguaggio dei suoi colori. Si parlò di “Trittico marocchino” con ‘Zohra in piedi – La mulatta Fatima – Il rifano in piedi’, ma soprattutto con la serie ‘Paesaggio visto da una finestra – Sulla terrazza – Porta della casbah’. Si potrebbero citare anche altri capolavori, come la Vista sulla baia di Tangeri o il Caffè arabo, due tele del 1913. Gli elementi di un trittico erano stati commissionati dall’industriale e collezionista d’arte russo Ivan Morozov. Fu proprio il mecenatismo di quest’ultimo a permettere a Matisse di scoprire il Marocco, cosa che ebbe un’importanza considerevole nell’arte moderna. Questo legame tra la Russia e il Nord Africa è paradossale, ma in fin dei conti non si tratta di due mondi completamente separati; non c’è dubbio che Matisse, scoprendo le collezioni di icone, ne abbia preso in prestito i personaggi ieratici che ritroviamo nella sua pittura marocchina.

     Zohra accovacciata ‘Sulla terrazza’ ne è un esempio. Ma allora non pensavo a questa storia dell’arte né a tali influenze reciproche, di cui non mi rendevo conto della profondità. Stavo scoprendo a modo mio il Marocco, dove mi sarebbe capitato di recarmi rapidamente in diverse occasioni, grazie a Matisse. Zohra, che avevo visto a New York e a Mosca, era diventata per me un personaggio familiare. In un certo senso le facevo visita ogni mattina quando arrivavo in ufficio. Mi commuoveva la sua innocenza, nonostante la sua storia, quella di una ragazzina in una casa di tolleranza. Rendendola parte di un trittico, secondo alcuni canoni della pittura religiosa rinascimentale, oltre al riferimento alle icone, Matisse aveva innegabilmente contribuito a restituire quella profonda purezza. Era forse questo anche il significato della presenza del barattolo di bevande rosse?

 

► Le Long des Failles (in uscita, 2026)

► Matisse, Sulla terrazza, Museo Pushkin, Mosca

 

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