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Benedetto Croce parlò di una «calata degli Hyksos» per descrivere l’avvento del fascismo in Italia. Con la metafora voleva paragonare il regime a un’invasione di «corpi estranei» destinata a passare: il ventennio veniva visto come una parentesi transitoria nella storia liberale nazionale. Esiste invece una continuità ideale, un filo rosso che, partendo dal Risorgimento, arriva fino alla Repubblica Sociale. Questa ricostruzione non pretende di emettere giudizi morali: l’obiettivo è rintracciare il filo conduttore di un determinato filone culturale.
Si può riassumere un’evoluzione che parte da Giuseppe Mazzini, passa per Alfredo Oriani, Giovanni Gentile e Gabriele D’Annunzio e termina con Benito Mussolini. Questa sarebbe l’anima politica e culturale dell’Italia dal 1860 al 1945. Non è un partito: è una linea ideale che affonda le sue radici nel Risorgimento. Mazzini, con il concetto di dovere, è il motore morale. Per lui la Patria non è un pezzo di terra, ma una missione voluta da Dio; l’individuo deve sacrificarsi per la nazione. Gli ideali sono «libertà, uguaglianza, fraternità», ma al centro c’è la Nazione. Senza Mazzini non sarebbe nata l’idea che l’Italia debba «avere un compito nel mondo».
Oriani rappresenta la delusione e il risentimento. Prende atto che il Risorgimento è fallito: abbiamo fatto l’Italia, ma non gli italiani. Siamo una nazione borghese, piccola, senza missione. Serve uno Stato etico, serve rifare il processo. Senza Oriani non ci sarebbe l’idea della «Grande Italia» e della rivoluzione nazionale.
Il contributo di D’Annunzio riguarda il corpo, il simbolo, il gesto, la mistica. Il poeta mette in scena Oriani. Fiume, la Carta del Carnaro, i discorsi dal balcone, i simboli e la coreografia: con la sua azione trasforma la politica in rito, poesia e teatro. Senza D’Annunzio il fascismo sarebbe rimasto un libro; con lui diventa azione e spettacolo di massa.
Gentile, con la filosofia, conferisce un sistema allo Stato. Dà forma teorica al pensiero di Oriani: lo Stato etico diventa attualismo, lo Stato è lo Spirito che si incarna nella realtà; l’individuo si realizza solo dentro lo Stato. Gentile scrive testi e contribuisce a riforme come quelle sulla scuola, offrendo una dottrina. Senza di lui il fascismo sarebbe rimasto piazza e inquietudine; con lui diventa dottrina di Stato.
Mussolini attinge il concetto di dovere da Mazzini, la missione da Oriani, il gesto da D’Annunzio, e la teoria da Gentile. Sono questi gli ingredienti con cui viene mobilitata la nazione e costruito il partito; così si forgiano anche le leggi. Mussolini è il punto in cui una corrente di pensiero e un sentimento si incarnano: da queste fondamenta nasce la «Rivoluzione Nazionale».
La continuità degli ultimi ottant’anni sta nel primato della Nazione, anteposta alla classe, all’individuo e al mercato; nella missione che indica all’Italia un destino civilizzatore e spirituale nel Mediterraneo; nel concetto «rivoluzionario» dell’uomo nuovo: la rivoluzione deve superare il borghese. Servono sacrificio — fino alla guerra se necessario — educazione e Stato. Mazzini sognò l’Italia; Oriani disse che il sogno era morto; D’Annunzio lo fece rivivere in piazza; Gentile gli diede una filosofia; Mussolini provò a realizzarlo con la forza e la volontà.
Queste ragioni spiegano perché la prima metà del Novecento italiano è diversa da quella francese o inglese. Da noi la politica è sempre stata anche religione, arte e filosofia, non solo economia. Questa linea termina nel 1945, ma riemerge ogni volta che in Italia si parla di «destino nazionale». Anche Gramsci e la sinistra hanno studiato le stesse fonti: senza Mazzini e Oriani non si capirebbe Gramsci. Il paradosso è che, se Mussolini si ispirava a Mazzini e Oriani e all’idea di Nazione, la sinistra prendeva da Mazzini e Oriani il metodo rivoluzionario. Gramsci studia Mazzini in carcere nei Quaderni e apprezza l’idea che per muovere il popolo non bastino i salari ma servano gli ideali. Così pensa: «prendiamo il metodo di Mazzini, ma al posto della Patria mettiamo la Classe». Nasce l’idea di «egemonia»: per vincere devi diventare il nuovo senso comune della nazione.
Nel 1918-19 Gramsci scrive anche su Oriani, che definisce «il più grande scrittore politico italiano dopo Machiavelli». Gli interessa la critica alla borghesia e l’idea della rivoluzione incompiuta. Oriani parla di «Risorgimento tradito», Gramsci di «Risorgimento senza rivoluzione contadina». La sinistra del 1919-20 è popolata da sindacalisti rivoluzionari che vengono da Sorel, non da Oriani, ma usano strumenti simili: mito, violenza, azione, disprezzo per il parlamento. Molti squadristi del 1919 erano ex sindacalisti; molti comunisti del 1921 erano ex interventisti. Gentile afferma che lo Stato crea l’individuo, Gramsci che il Partito crea la coscienza di classe. È come se tutti avessero letto gli stessi libri, tradotti però in modi diversi. Tutti provengono dallo stesso terreno: il rifiuto del liberalismo ottocentesco, la fede nell’azione e l’idea che la politica sia morale, non solo economia. Gramsci in carcere legge Oriani e Machiavelli; Mussolini legge Sorel e, da giovane, Marx.
Se Mazzini, Oriani, Gentile, D’Annunzio e Mussolini sono la politica e lo Stato, Giovanni Pascoli ed Edmondo De Amicis rappresentano la scuola, la famiglia e il sentimento. Mazzini è il padre del Risorgimento con i concetti di Patria e Dovere; De Amicis, con Cuore, forma tre generazioni di italiani al sacrificio, all’amor patrio e al rispetto per l’autorità. Pascoli crea il mito della «piccola patria»: famiglia, nido, focolare, il fanciullino e il nazionalismo con versi come «La grande proletaria si è mossa». Cuore diventa testo scolastico obbligatorio e insegna obbedienza, amore per la patria, pietà e lavoro: il cittadino modello che poi servirà lo Stato. Mussolini amava quel libro e lo fece ristampare spesso. Pascoli è il poeta del nido, della Romagna e della morte, ma anche del riscatto nazionale. Senza Cuore e senza Pascoli non si capirebbe come il fascismo fece presa: non dovette inventare nuovi valori, ma attingere a quelli già impartiti a scuola.
Il Novecento italiano è stato diverso perché in Italia la politica non è mai stata soltanto gestione dell’economia: è stata una questione di anima. Lo Stato, nato «tardi» e «dall’alto», per legittimarsi ha richiamato poeti, filosofi e maestri, che parlarono di destino. Letteratura, scuola, filosofia e politica camminano insieme: lo Stato usa l’arte per forgiare i cittadini; l’arte usa lo Stato per fare la Storia. Il fascismo è stato l’apice di questo processo, portando all’estremo l’idea che l’Italia avesse una missione.
Dopo il 1945 succedono due cose insieme. Si mette al bando il fascismo a causa della dittatura e della guerra. Per allontanarsene si decide però di staccarsi anche da tutto ciò che lo aveva preceduto, perché il fascismo aveva radici in Mazzini, Pascoli e D’Annunzio. Si tenta di costruire a posteriori un nuovo mito fondatore: la Resistenza. La nuova narrazione didattica dice non «abbiamo fatto l’Italia nel 1861», ma «siamo rinati nel 1945». Sembra più pulita, più antifascista, più europea, e serve a tenere insieme Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Così De Amicis diventa «retorico», Pascoli «provinciale», D’Annunzio «imbarazzante», Gentile «fascista». L’intero filone pre-1945 viene messo in cantina. In Francia si possono citare Robespierre e De Gaulle nello stesso discorso; in Inghilterra Churchill e Cromwell. Da noi, citare D’Annunzio o Gentile provoca quasi sempre scandalo, perché non abbiamo davvero fatto i conti culturali col passato. Questo perché in Francia e Inghilterra la politica è stata spesso amministrazione; in Italia è stata religione civile. Il taglio del 1945 ha creato una damnatio memoriae del regime, ma ha lasciato incompiuto il discorso su cosa fossimo prima. I vuoti ritornano. E allora molti auspicano che con la perdita di sovranità finisca anche lo spirito nazionale risorgimentale e tutto il filone culturale e spirituale che lo accompagnò.